Agàpe, ti manca chi c’è ti innamori di chi manca

Il sipario del Teatro Goldoni si spalanca su un palcoscenico spoglio. Al centro, uno scranno.
Sullo sfondo, una lettiga, qualche oggetto e alcune fotografie che ritraggono Kennedy, Pasolini, Falcone e Borsellino immortalati come icone da contemplare. Poi, sulle note di Battiato, compaiono dei ragazzi in tenute monocolore. Sono una sessantina, si muovono fra il pubblico, uno dietro l’altro, come un fiume silenzioso. Che sia la musica a parlare per loro. Quel trono sul palco assume un vuoto incolmabile.
Ti accoglie così “Agàpe, ti manca chi c’è ti innamori di chi manca”, il nuovo spettacolo della compagnia Mayor Von Frinzius-Anffas-Onlus di Lamberto Giannini, stavolta assistito alla regia da Marianna Sgherri, Claudia Mazzeranghi, Lucia Picchianti e Francesca Vivarelli.
Reduce del successo di Fragile e dell’importante trasferta culturale in Polonia col teatro Arka, la compagnia affronta il tema universale per eccellenza: l’amore. Agàpe, infatti, significa amore divino e incondizionato verso ogni essere vivente. Un amore intriso di una forza spirituale unica, totale. Ma significa anche banchetto, simposio, lo stesso che i cristiani allestivano dopo la celebrazione della messa per rafforzare la comunità.
La compagnia si “riunisce” sul palco e in platea per condividere col pubblico un’esperienza collettiva che trasmetta un sentimento comunitario capace di annullare ogni distanza fra chi recita e chi osserva, così come in scena non esistono distinzioni fra gli “abili” e i disabili. Sono tanti i ragazzi portatori di handicap che recitano nella compagnia e a poco a poco le diversità fra i due gruppi di attori si confondono fino ad assumere i tratti di un identico comune volto umano.

Lo spettacolo, co-prodotto dalla Fondazione Goldoni, ricalca la struttura del precedente Fragile: un susseguirsi di scene toccanti miste a sketch di divertente comicità talvolta più vicina a un’ironia caustica nei confronti di chi si schiera quotidianamente dalla parte del razzismo e dell’intolleranza. Fra momenti riflessivi e folgoranti battute, alcune delle quali improvvisate durante le prove, c’è spazio anche per gli stacchi di danza in cui la compagnia dà il meglio di sé.
Le coreografie, curate da Silvia Tampucci, Marianna Sgherri e Claudia Mazzeranghi, scavano a fondo nell’animo dello spettatore e trasformano con straordinaria efficacia la parola recitata in movimento fisico. La danza come mezzo di comunicazione: trasmette emozioni e immagini, rafforzando le idee e le opinioni dei grandi autori del passato recitate dagli attori.
L’amore è il filo rosso che lega i monologhi, i dialoghi e le numerose scene di gruppo. Un sentimento profondo, misterioso, la cui natura bifronte, pacifica e dolorosa, ci spinge istintivamente a cercarlo e a rifuggirne diffidenti.
Agàpe mette in scena tutti gli aspetti dell’amore, da quello mistico a quello carnale, dall’amore individuale fino a quello di una città, Livorno, verso il suo idolo, Igor Protti, che fa la sua comparsa sul palco interpretando una sorta di oracolo vivente adorato da tutti. Qualunque sia la sua forma, ciò che conta è condividere l’essenza stessa dell’amore, quella che unisce, che non discrimina né divide. Lo stesso amore cristiano concepito in chiave laica da Pasolini e inteso come un mistico bisogno di valicare i limiti fra sé e gli altri.
Sul palco regna una vivace democrazia-anarchia in cui tutti sono uguali ma ognuno è libero di fare cosa gli passa per la testa: chi corre, chi balla, chi manda a quel paese e c’è perfino chi sfoga il dolore con un barbarico urlo liberatorio.
Il pubblico ride e si diverte così come gli attori disabili che scherzano e si prendono in giro senza alcuna vena di pietismo o d’imbarazzo. Il loro è un teatro che sta “dentro di sé e dentro il mondo”; ognuno affronta le proprie esperienze adottando il linguaggio comune dell’uguaglianza e della compassione intesa nella sua accezione originaria: condividere lo stesso dolore. Si instaura così un “gioco” catartico a cui il pubblico è invitato a partecipare.
Agàpe non è un semplice spettacolo teatrale né come tale deve essere giudicato. E’ uno specchio sociale con cui osservare il riflesso degli altri per scoprire in loro le nostre stesse insicurezze, i nostri dolori e il comune insopprimibile bisogno di essere accettati. Lo sanno bene Giannini e i suoi ragazzi che ormai da sedici anni si dedicano con passione a un teatro di solidarietà e volontariato. Ditemi se questo non è amore.

Potete leggere la recensione anche da qui Agàpe, sul palco del Goldoni il trionfo dell’amore sul sito di Qui Livorno!

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