Kandinskij a Palazzo Blu (Pisa)

Si è aperta il 13 ottobre la mostra Vasilij Kandinskij dalla Russia all’Europa allestita nelle sale di Palazzo Blu a Pisa. L’esposizione, ideata e curata da Eugenia Petrova, direttrice aggiunta del Museo di San Pietroburgo, presenta più di cinquanta opere provenienti dallo stesso Museo di Stato russo e da altri centri museali come il Complex of Tiumen Region, il Surikov Art Museum of Krasnoyarsk e il Centre Pompidou di Parigi. Le opere esposte risalgono al periodo che va dal 1901 al 1921, ovvero quando Kandinskij teorizzò i fondamenti della sua personale concezione di arte astratta. Durante quello storico ventennio, il pittore entrò in contatto con le più originali avanguardie europee e, dopo averne studiato gli aspetti pittorici, fondò a Monaco il movimento artistico Phalanx. Presto il suo astrattismo si sarebbe diffuso in tutto il vecchio continente. La mitologia e le fiabe della tradizione popolare russa influirono con forza sul giovane Kandinskij, il quale decise di trasformarle in argomenti di sperimentazione grafica sottoforma di xilografie: La notte e Poesie senza parole, entrambe del 1903, ne sono un raro esempio. In quest’ultima opera si evince l’interesse del pittore per cavalli e cavalieri che tornerà come un’ossessione in molte sue opere successive. L’equino è per Kandinskij simbolo di liberazione dal passato e dalla tradizione, ma anche del rapporto biunivoco fra arte e artista. Il cavallo, infatti, conduce il cavaliere con forza e velocità, ma è il cavaliere – l’artista – a guidarlo e a tenerlo sotto controllo. Non a caso l’artista battezzerà il suo movimento artistico “Der Blaue Reiter”, firmato anche da Franz Marc, Klee, von Werefkin e Jawlensky. Kandinskij definì l’iconografia equestre come “il talismano romantico dell’eroe galoppante”. Dall’arte del passato recuperò le sacre immagini di San Giorgio e il drago, risalenti al XV secolo. Nel suo San Giorgio II, il pittore rielabora il soggetto in chiave astratta riducendolo a semplici macchie di colore che, se osservate da una certa distanza, assumono le fattezze del cavaliere astato, intento a colpire il drago nella sua classica posizione, sdraiato a terra sul fondo del dipinto. Di notevole interesse anche i quadri naturalistici in stile fauve, dove i colori si rafforzano di un’irruente carica emotiva. Essi si rivelano all’osservatore solo se immerso nella contemplazione della natura. Il tratto, rapido e deciso, è invece quello dei pittori post-impressionisti, ravvisabile nelle figure ambientali e nei riflessi delle superfici acquatiche.

Macchia nera

Macchia nera

Uno dei primi dipinti astratti di Kandinskji risale al 1912: Macchia nera I, in cui compaiono richiami di pittura rupestre. La macchia nera del titolo ricorda, infatti, il tamburo sacro usato dagli sciamani siberiani per comunicare con gli spiriti. L’intero quadro risuona di un misticismo atavico, con il suo contrasto di armonie e disarmonie, teso a simboleggiare quel rapporto spiritualità-pittura che l’artista sovietico scorge fra le linee, nei colori e le forme astratte combinate armoniosamente per comporre un ritratto dell’esistenza umana. Dopo la Grande Guerra, il pittore si avvicinò alla tecnica della pittura su vetro mutuata dall’arte popolare tedesca, definendo le sue opere “Bagatelle”. Accentuò i colori e l’atmosfera fiabesca, come in Composizione o Due ovali del 1916, in cui è possibile cogliere colorismo, figurativismo e ambientazioni oniriche alla Chagall. Immortali le opere Cresta Azzurra (1917), celebre per l’ impetuosa esplosione di forme e colori dinamici, simboli di illuminazioni e profondi moti d’animo, e Composizione su fondo bianco del ’20 che conclude la mostra. Dipinto poco prima di lasciare la neo Russia comunista, quest’opera rappresenta il definitivo passaggio dall’oggettuale concreto al soggettivo astratto.

Cresta azzurra

Cresta azzurra

Macchie di colore in libertà dotate ognuna di un personale significato simbolico: dall’energia dell’arancio, alla folle vitalità del giallo. Il bianco omogeneo è uno sfondo carico di archetipi spirituali e conflitti prospettici. Lo scopo? Superare il figurativismo e instaurare un legame fra arte e forze psichiche. Fra l’anima e l’infinito.

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