Buffocrazia

– Chiariamoci subito, – esordì la sagoma femminile protetta dallo spesso vetro del banco informazioni. – Per ottenere il permesso da lei richiesto si presenti all’ufficio sei, sezione tasse-esentasse e compili il modulo a pacchetti confezionabili che le assicurerà un posto in sala d’attesa. Entri nel laboratorio cinque, interno due, e riceverà una firma sul suo documento. Ha capito tutto?

Sommerso da una tale quantità di informazioni, Mr. Buble afferrò solamente due o tre indicazioni, perciò, come tutti coloro situati dalla parte opposta del banco informazioni (quella del supplichevole richiedente), azzardò un breve riepilogo per accertarsi di aver capito bene. Senza aprir bocca, la sagoma femminea, l’oracolo dell’amministrazione, gli indicò un cartello quattro per quattro affisso al vetro che divide il mondo delle domande da quello delle risposte: “Per le proteste rivolgersi al quinto piano”.

– Io non voglio protestare, – protestò Mr. Buble, ma quel che ottenne fu il solito dito rivolto verso il solito cartello quattro per quattro. Dal fondo della fila fioccarono rumorose lamentele provocate dalla lentezza del servizio. Mr. Buble fu costretto ad allontanarsi e si avviò verso la caleidoscopica scala a chiocciola che conduceva ai piani superiori. Da più di un anno ormai trascinava le terga da un ufficio all’altro col suo stupido permesso da timbrare. Perché tutto era così complicato? Per ottenere anche solo una firma a volte potevano volerci dei mesi. Si doveva prima scovare il dipartimento, la divisione, l’interno e infine l’ufficio desiderato. C’era chi lo definiva “un apparato burocratico snello”. Figurarsi fosse stato obeso! Nessuno però si lamentava. Mai qualcuno che alzasse la voce. La società civile sembrava non poter fare a meno della burocrazia.

Sbilanciato dalla pesante valigetta carica di fogli, Mr. Buble percorse l’infinito corridoio di smistamento fino alla macchinetta segna turno; staccato il numero dalla lingua di foglietti numerati, si sedette in attesa di essere chiamato. Fu annunciato dopo pochi minuti, ma quando fece per alzarsi, una torma di vecchiette canute gli si avvicinò brandendo bastoni da passeggio con fare minaccioso. Erano lì prima di lui e in nessun modo avrebbero permesso che un qualsiasi giovanotto in giacca e cravatta le scavalcasse senza neanche chiedere il permesso. Accerchiato, Mr. Buble estrasse il numero dalla tasca, forte del benessere della ragione, e indicò loro che il suo numero corrispondeva esattamente a quello riportato dal monitor della sala d’attesa. La schiacciante realtà dei fatti rispedì le vecchine al loro posto.

Che indecenza. Che vergogna. Questi giovini d’oggi. Dov’è finito il rispetto?

Mr. Buble oltrepassò vittorioso la porta del piccolo studio.

– Salve, sono Mr. Glacy, – si presentò una voce.

Non era facile individuarne la fonte, poiché l’ufficio era quasi del tutto occupato da sconquassate cassettiere, armadi a muro e vecchi frigoriferi utilizzati come porta documenti. Riconobbe  una mano che si agitava dietro alcune pile di fogli sparse disordinatamente sopra una scrivania.

– Salve… – rispose. – Sono venuto a compilare il modulo a pacchetti confezionabili. Ho bisogno di un timbro sul mio documento d’intestazione.

La mano di Mr. Glacy lo invitò a sedersi.

– Guardi se riesce a trovarmi il modulo S4B fra quei fogli sotto di lei: dovrebbe essercene uno. Lo compili senza lasciare neanche uno spazio in bianco, intesi?

Mr. Buble ficcò il naso sotto la sedia. Vide un piccolo porta fascicoli verde, chiuso da un elastico. Ci mise un po’ a trovare il modulo fra tutte quelle cartacce. Compilatolo, lo consegnò alla mano di Mr. Glacy, il quale, cortesemente ma con un certo distacco, lo informò che il numero di riconoscimento non corrispondeva ai nuovi criteri di ricerca recentemente aggiornati. In sostanza il suo numero andava cambiato con un altro accettato dal nuovo sistema informatico.

– Si rivolga all’ufficio numero otto, quinto piano. Le faranno avere un visto di numerazione. Conosco chi ci lavora. Vedrà, si farà in quattro per convertire il suo numero.

Mr. Buble si trascinò sconsolato verso l’ascensore. Era convinto di avercela fatta e invece lo rispedivano gentilmente in un altro ufficio. Fissò i numeri corrispondenti ai piani illuminarsi uno a uno in senso decrescente. La velocità con cui l’ascensore scendeva verso di lui lo rallegrò un po’. Pregustò il momento in cui le porte si sarebbero spalancate davanti a lui, consentendogli di salire rapidamente ovunque volesse. Dette di nuovo un’occhiata ai numeri, ma questi smisero improvvisamente di illuminarsi. Buble premette più volte il pulsante di chiamata. Niente da fare. L’ascensore, fermatosi all’altezza del terzo piano, non voleva più saperne di scendere: si era bloccato, lo confermò una voce atona proveniente da uno degli altoparlanti disseminati per il corridoio. Dietro Mr. Buble, intanto, si era formata una fila chilometrica di altri come lui in attesa dell’ascensore; ma visto che non arrivava si lanciarono uno dopo l’altro verso la stretta scala a chioccola che conduceva piani alti. La competizione fu inaugurata da un colpo di pistola. I corridori partirono come fulmini, agitando le ventiquattrore ad altezza uomo così da ostacolare gli avversari. Volò qualche ceffone. Non mancarono sgambetti e calci negli stinchi. Mr. Buble, che era fra i favoriti, si tuffò in avanti raggiungendo per primo l’imbocco delle scale, mentre i restanti atleti andarono a incastrarsi fra i due pali di ferro battuto che formavano l’ingresso della scala. Ormai solo, Mr.Buble salì di corsa fino al quinto piano. Giunto davanti alla porta dell’ufficio numero otto, si fermò qualche secondo per riprendere fiato, dopodiché, allentatasi la cravatta, bussò.

– Avanti! – gridò un uomo dalla voce stridula. – L’ascensore era guasto, vero? – domandò l’impiegato sorridendo.

– Si. Non è stato semplice raggiungerla, – rispose Buble in preda all’affanno. Era tutto rosso e continuava a portarsi la mano al petto.

– Ah ah ah! Entri pure, si accomodi, – esclamò l’impiegato ridacchiando. L’uomo, sulla quarantina, basso e dalle guance paffute, sfoggiava un paio di basette ben curate che circondavano il volto rotondo. Portava una sgargiante cravatta bordò e un inequivocabile parrucchino calato sulla fronte larga.

Mr. Buble si chiuse la porta alle spalle e dopo qualche passo poggiò le chiappe su un rozzo sgabello di legno, l’unico pezzo di arredamento dell’ufficio che si avvicinava a una sedia.

– Scusi il disordine. Sono dieci anni che mi prometto di dare una sistemata, ma come vede… con tutto il lavoro che c’è da fare…

Parlava ad alta voce, come se volesse farsi sentire da tutti i colleghi degli uffici accanto.

– Non si preoccupi, – lo rassicurò Mr. Buble impegnato a sistemarsi sullo scomodo sgabello. Tutti quei movimenti dovettero divertire l’impiegato, perché dopo averlo squadrato per un po’ si abbandonò a un’acuta risatina isterica.

– Mi dica, – strillò l’impiegato.

– Giù all’ufficio imposte c’è stato un disguido…

– Disguido? Qual disguido? – trasecolò l’impiegato.

– Non si preoccupi; niente di grave. Un’inezia.

– Un’inezia? Intende dire che il nostro servizio non funziona? insinuò l’impiegato con gli occhi fuori dalle orbite.

– Non volevo dire questo. Devo solo rinnovare il numero di riconoscimento che, a quanto pare, sembra non coincidere con il nuovo registro informatico.

L’impiegato scoppiò in una risata assordante.

– Menomale, pensavo fosse una cosa grave. Ah ah ah!

E ridendo come un pazzo, si portò le mani sugli occhi per asciugarsi le lacrime. Buble notò che aveva un braccio più piccolo dell’altro. Distolse subito lo sguardo per non essere scortese, ma la curiosità lo spinse a guardare di nuovo. Il braccio spuntava dalla manica della camicia e terminava con una manina deforme che contava unicamente tre dita. Doveva aver subito numerose operazioni, perché anch’essa, come l’avambraccio, era percorsa da un’intricata trama di piccole e grandi cicatrici. Aiutandosi col braccio buono, l’impiegato estrasse un fazzoletto dalla tasca del panciotto e si soffiò il naso.

– Numero di riconoscimento? – domandò.

Mr. Buble gli porse il documento che l’impiegato afferrò con la manina, mentre con l’altra batteva i dati al computer. Si meravigliò della velocità con cui Mr. Glacy muoveva la mano sana sulla tastiera. Si chiese quanti tasti battesse al minuto. Non aveva mai visto inserire così tanti dati in così poco tempo, senza mai cadere in errore. Di colpo, la furiosa risata dell’impiegato lo riportò sull’attenti. Rideva come un pazzo, completamente in preda a terribili spasmi. Il parrucchino, scivolatogli indietro sulla nuca, rivelò una testa lucidissima punteggiata da riprovevoli macchie scure simili a dei nei, solo più gonfi e sporgenti.

– Tutto apposto, signore, – riprese Mr. Glacy ancora in balia delle risa. – Le ho appena sostituito il vecchio numero con uno nuovo.

Mr. Buble fece per ringraziarlo, ma l’impiegato si fece scuro in volto e di scatto ritrasse la manina stretta al documento.

– Mancano firma e controfirma del Prefetto, – sibilò. – Le dico come fare. Salga al decimo piano, firmi al suo posto e piroetti fuori dall’ufficio con aria disinvolta. Ma! Visto che lei mi va a genio, – aggiunse, – ho deciso di venirle incontro. Può anche fare a meno della firma del Prefetto, è contento?

– Oh, certo che sono contento, – sorrise Mr. Buble.

Eppure quel volto paonazzo contratto dalle risa non lo rassicurava del tutto. Qualcosa gli suggeriva che non sarebbe stato facile ottenere ciò di cui aveva bisogno.

– Per avere il permesso però deve richiedere il modulo a pacchetti confezionabili presso l’ufficio esentasse, solo dopo aver compilato questo foglio, tenga. Undicesimo piano, prego.

Gli passò un foglio spiegazzato.

– Si muova, per dio. Fra mezz’ora chiude l’ufficio – urlò Mr. Glancy con un tono di voce reso ancora più acuto da un incontenibile bisogno di scoppiare a ridergli in faccia. Buble si alzò lentamente dalla sedia e indietreggiò verso l’uscita, mentre l’impiegato si contorceva sulla sedia trattenendo a stento le risa. Uscito dalla stanza, Buble s’avviò al decimo piano. L’orribile risata di Mr. Glacy echeggiò per i tetri corridoi del Ministero. Fortunatamente la scala a chiocciola era sgombra di gente per cui Buble poté raggiungere l’ufficio senza ulteriori perdite di tempo. Il corridoio del decimo piano, assai più stretto del precedente, contava una ventina di posti a sedere, tutti occupati. Chi dormiva rannicchiato sulla panca, chi poggiava la testa sulla valigetta e chi, invece, riposava accanto ad altri che, come lui, giacevano sdraiati sul pavimento. Dormivano profondamente, con un’espressione serena dipinta sul volto. Buble ebbe l’impressione di trovarsi in un sogno. I tenui raggi di luce che penetravano dalle ampie finestre al lato del corridoio accentuavano l’atmosfera irreale che circondava l’ambiente. In fondo, una porta semichiusa svelava una misteriosa fonte di luce. Mr. Buble si avviò lungo il corridoio evitando di calpestare chi dormiva accasciato a terra. Non era certo sua intenzione svegliare nessuno: sapeva che una volta in piedi lo avrebbero confinato in fondo alla fila. Avanzava con cautela, calcolando il punto esatto del pavimento in cui poggiare la punta delle scarpe. Più di una volta rischiò di calpestare una mano o una ciocca di capelli. Raggiunta la porta, si affacciò per dare un’occhiata. L’impiegata sedeva su una poltrona, piegata in avanti, con la fronte la testa poggiata sulle braccia incrociate. Buble si avvicinò circospetto, senza mai toglierle gli occhi di dosso. Lo colpirono le unghie delle mani: lunghe, lucenti, decorate con un vistosissimo smalto verde pisello. Dormiva con una tale beatitudine che quasi era dispiaciuto di doverla svegliare; ma come poteva tornare a casa a mani vuote dopo tutta quella trafila. Doveva ottenere quei dannati moduli a pacchetti confezionabili, anche a costo di svegliare un’impiegata in servizio. Si schiarì la voce.

La donna non si mosse di un millimetro: nessun cenno di risveglio.

– Mi scusi…

L’impiegata alzò la testa di scatto lanciando un gridolino strozzato.

– Come si permette di entrare senza neanche bussare? Chi è lei? – borbottò con gli occhi ancora inumiditi dal sonno.

– Sono desolato. Non era mia intenzione spaventarla – arrossì.

– Bé, lo ha fatto! Adesso mi dica almeno cosa vuole.

– Dovrei ritirare i moduli a pacchetti confezionabili, non le ruberò troppo tempo.

– Per quello ho bisogno del modulo HCR. Ce l’ha? – domandò l’impiegata che nel frattempo, tirata fuori una limetta dal cassetto, ritoccava distrattamente le lucide unghie delle mani.

Mr. Buble le passò il foglietto ricevuto da Mr. Glacy. L’impiegata inforcò un paio di spesse lenti da vista e, avvicinato il naso al foglio, lesse il contenuto mormorando di tanto in tanto. Buble si asciugò il sudore dalla fronte. Passarono alcuni lunghissimi minuti. Da principio pensò che il sonno l’avesse colta di nuovo, ma poi, quando l’impiegata alzò gli occhi dal foglio squadrandolo attraverso le lenti a fondo di bottiglia, realizzò che era cieca come una talpa.

– E’ mio dovere dirle, – proferì l’impiegata, – che questo foglio poteva tranquillamente riceverlo per posta, compilarlo con tutta calma spaparanzato sul divano e inviarlo via e-mail all’ufficio imposte circoscrizionvallazione numero ventidue. Adesso non può fare altro che passare dall’ufficio catalogazione documentata a mezz’asta e rivolgersi alla signorina Doubleberry. Perché fare tutta questa trafila, mi chiedo?

– Ma… mi è stato detto così… – balbettò Mr. Buble. – Non potevo saperlo. Io… io…

– Meno chiacchiere. Sparisca!

Mr. Buble non riuscì a spiaccicare parola. La stanza cominciò a girare. Per un attimo la vista gli si appannò, colpito da una potente fitta allo stomaco che quasi gli tolse il fiato. L’impiegata infierì senza pietà.

– Se non avesse fatto di testa sua, a quest’ora il suo permesso sarebbe timbrato e controfirmato, invece…

Il volto di Mr. Buble si contrasse in centinaia di moti convulsi. Pensò di strangolare l’impiegata. In questo modo avrebbe risolto rapidamente i suoi problemi. Serrò le labbra e uscì dalla stanza. Era fuori di sé. Adesso doveva scendere giù all’ufficio imposte, chiedere della signorina Doubleberry, dirigersi verso la sala d’attesa e aspettare chissà quanto. Il solo pensiero gli fece ribollire lo stomaco come una pentola di fagioli.

Le decine di corpi addormentati giacevano ancora sul pavimento del corridoio. Si avviò verso la scala a chiocciola, muovendosi con circospezione. Mentre avanzava su quel pericolosissimo pavimento umano, una bruciante sensazione di rabbia lo scosse dalla punta dei piedi a quella dei capelli. Nessuno gli aveva detto che poteva compilare a casa il modulo HCR. Se solo lo avesse saputo, non si sarebbe ritrovato a vagare da un piano all’altro del Ministero come una trottola impazzita. Si arrestò davanti a una delle grandi finestre che illuminavano il corridoio. Doveva controllarsi, respirare. Aveva mantenuto a freno la rabbia per tutta una vita, perché mollare proprio adesso che la situazione richiedeva calma e serenità di spirito? L’istinto, si diceva ogni volta, è tipico dell’animale, non certo dell’uomo, razionale, paziente, temperante. Strinse i pugni, poggiò la valigetta a terra e senza neanche sapere come, lanciò un urlo che scosse i vetri del palazzo. Gridò con quanto fiato aveva in gola, deciso a sfogarsi fino in fondo. Destati da quelle grida disumane, i dormienti si svegliarono sgranando gli occhi, e, una volta in piedi, scatenarono una battaglia a colpi di valigette per accaparrarsi ognuno il proprio turno, come se l’incantesimo che fino a quel momento li aveva costretti a terra si fosse di colpo spezzato.

Nessuno si accorse di Mr. Buble, il quale nel frattempo aveva cessato di urlare. Rimasto immobile per qualche minuto davanti alla finestra, si era allontanato come se niente fosse accaduto, diretto all’ufficio imposte barrato a mezz’asta. In un lampo fu al terzo piano. Spalancò la porta dell’ufficio e, senza badare al segretario andatosi a rimpiattare sotto la scrivania, proruppe nella stanza di Mrs. Doubleberry come una furia. Gli occhi gli lampeggiavano di rabbia. Quando fu di fronte all’impiegata, colpì la scrivania con un pugno e le sbatté il documento in faccia.

– Devo timbrare questo documento d’intestazione previa autorizzazione. Mi serve per ritirare i moduli a pacchetti confezionabili e ottenere un posto di terza classe in sala d’attesa. Che dice? Ce la fa ad aiutarmi?

– Prego? – ribatté Mrs. Doubleberry senza battere ciglio.

Ci fu un lungo minuto di silenzio. Da qualche parte, in uno dei corridoi del ministero, un gruppo di hare krishna recitava lamentose geremiadi a ritmo di campanelli e colpi di om. Mr. Buble riformulò la domanda.

– Potrei ritirare cortesemente i moduli a pacchetti confezionabili?

Mrs. Doubleberry si sistemò la messa in piega con un solenne gesto della mano e guardò Buble dritto negli occhi.

– Per ritirare il modulo a pacchetti deve avere l’HCR. Lei possiede il modulo HCR?

– Certo!

Mr. Buble scaraventò il modulo ormai logoro sulla scrivania. Mrs. Doubleberry lo esaminò da cima a fondo seguendo ogni frase con la punta di un lapis.

– Ha ritirato il cartellino giallo 45B allo sportello Ingoiapersone, vero? – domandò l’impiegata a brucia pelo.

– Senz’altro, – rispose istintivamente Mr.Buble.

In verità ignorava l’esistenza del cartellino giallo 45B, non lo aveva con sé né sapeva cosa fosse o a cosa diavolo servisse. Mrs. Doubleberry sollevò gli occhi e lo squadrò con sospetto. Buble iniziò a sudare.

– Vuole che glielo mostri? – domandò con voce tremante.

– Non c’è bisogno.

La donna allungò la mano verso un porta matite gettato sulla scrivania dal quale estrasse un pesante timbro che si accinse a caricare d’inchiostro. Lo fece ricadere sul modulo con un colpo ben assestato. Buble saltò dallo spavento. Si allentò la cravatta per respirare meglio e raffazzonò un sorriso di circostanza.

L’impiegata si sporse per sfilare i moduli a pacchetti confezionabili da una pila di fogli protetti da fodere di plastica trasparenti. In tutto erano tre. Glieli porse aspettando che l’altro li prendesse. Quando Mr. Buble protese la mano esitante, Mrs. Doubleberry ritrasse la sua, impedendogli di appropriarsene.

– La prossima volta, – lo redarguì, – cerchi di rispettare la fila, intesi?

Tremante, Buble rispose con un cenno del capo. La sua iniziale baldanza si era affievolita non appena costretto a mentire. L’impiegata gli porse ancora una volta i moduli, ma stavolta lasciò che Buble li prendesse e infilasse nella valigetta. Il pensiero di essere quasi alla fine di quell’odissea senza senso lo rasserenò. Percorse il breve tragitto dalla scrivania alla porta dell’ufficio, sicuro che Mrs. Doubleberry lo stesse fissando. Non ebbe il coraggio di voltarsi quando, raggiunta l’uscita, si sentì trafiggere dalle sillabe del suo nome scandite dalla voce tagliente dall’impiegata. Il sangue gli si gelò nelle vene.

– Dove crede di andare? – domandò Doubleberry fra il curioso e l’irritato.

A quel punto Buble si girò. L’impiegata teneva fra le dita il modulo HCR e glielo mostrava con un ghigno stampato sulla faccia.

– Nel suo documento manca la copia dell’attestato comma due ritirabile solo due giorni fa al sesto giro di coda d’ufficio circoscrizionvallazione ‘Moduli confezionabili’. Chi crede di prendere in giro, Buble?

L’impiegata si alzò dalla sedia e con un balzo saltò sulla scrivania puntandogli il dito contro.

– Guardie, prendetelo! Ha tentato di ingannare il Sistema.

La sirena d’emergenza risuonò nella stanza e lungo i corridoi. Da fuori giunsero delle voci concitate. Buble riconobbe lo scalpitio concitato delle guardie provenire dalle scale a chiocciola. Stavano salendo, e a giudicare dai passi sembrava un plotone intero. Davanti a lui, Mrs. Doubleberry lo fissava con occhi fiammeggianti.

– Ti sarebbe piaciuto mandare all’aria l’intero Sistema burocratico, vero? Arrenditi, caro il mio sgancia soldi. Adesso ti tocca tutta la trafila daccapo e al prossimo passo falso non otterrai mai più agevolazioni fiscali per i tuoi inutili stupidi progetti.

Mr. Buble si guardò intorno in cerca di un’uscita.

– Navigherai in un mare di carta straccia, mi hai sentito, pidocchio? Mi hai sentito bene?

La voce di Mrs. Doubleberry si trasformò in una macabra risata. Buble schizzò fuori dall’ufficio proprio mentre le guardie irrompevano nel corridoio, armati di scudi e manganelli trasparenti.

– Eccolo lì! – gridò qualcuno.

Terrorizzato, percorse il corridoio senza mai voltarsi. La paura che si trattasse di un vicolo cieco svanì non appena raggiunse una porta semi chiusa che lasciava intravedere un’ampia stanza poco illuminata. La stanza era vuota. C’era solo una vecchia rampa di scale arrugginite che conduceva al piano superiore. Salì i gradini due a due, senza la più pallida idea di dove lo avrebbero condotto. Gli scudi e i manganelli delle guardie dietro di lui sbattevano qua e là con un gran fracasso. Finite le scale, Buble si ritrovò in un’enorme stanza adibita a magazzino, illuminata dalla fredda luce dei neon. Una sopra l’altra, le scatole di cartone formavano stretti corridoi dalle pareti alte quasi fino al soffitto.

– Hey tu, – lo chiamò qualcuno affacciato alla porta di un gabbiotto poco distante da lui. – Si dico a te: per di qua.

Buble si affrettò a raggiungere il gabbiotto dove un anziano signore, probabilmente il guardiano del magazzino, lo stava aspettando con una vecchia scopa in mano.

– Se sta scappando delle guardie, quella è l’unica uscita.

Gli indicò uno stretto passaggio metallico che serviva a ventilare l’enorme magazzino di scatole. Buble storse la bocca. A occhio e croce sembrava troppo stretto per lui, senza contare che era sporco e aveva un pessimo aspetto. Il vecchio cercò di tranquillizzarlo spiegandogli che puliva il condotto tutte le mattina, e mai una volta, assicurò, vi era rimasto incastrato. Mr. Buble rispose che era un pazzo se credeva di vederlo infilarsi lì dentro, ma quando udì le guardie irrompere nel magazzino cambiò subito idea. Con l’aiuto del vecchietto staccò la grata e infilò la testa nel buco, ma le braccia gli impedirono di proseguire il passaggio, così adesso si trovava culo all’aria, incastrato in quella ridicola posizione. Intanto il vecchietto lo spingeva a colpi di scopa sul di dietro, ridendo e battendosi le mani sulle cosce come un ragazzino stupido. Buble provò a divincolarsi ma il passaggio era troppo stretto. Rischiava di soffocare. Si sentiva come un insetto imprigionato nella vischiosa tela di un ragno. Fra una risata e l’altra, il vecchietto chiamava le guardie a gran voce.

– E’ qui! Ah ah ah ah! E’ qui!

Fu allora che Buble, si arrese. Servì la forza di quattro uomini per sfilarlo dalla ventola d’aerazione. Quando lo misero in piedi, dovette reggersi alle robuste braccia dei suoi inseguitori per non finire a terra come una foglia morta. Una delle guardie, che a giudicare dal modo in cui ingiungeva ordini a destra e a manca doveva essere uno dei superiori, lo squadrò da capo a piedi con l’impressione di dover redarguire un bambino che aveva rubato dei dolci. Buble gli stava davanti, immobile, senza dire una parola, gli occhi fissi sul pavimento. Strappatigli i documenti dalla tasca, la guardia diede una rapida scorsa, poi con aria stanca domandò:

– Ce l’ha il permesso di fuga? Non si può sfuggire al servizio d’ordine senza un permesso di fuga. Doveva reclamarlo all’ufficio emergenze, quarto piano, edificio due.

Buble scosse la testa, esausto. La guardia lo fissò a lungo, indeciso sul da farsi. Poi si rivolse a una delle guardie.

– Va bene, portatelo via.

Mentre lo trascinavano in chissà quale altro ufficio, Mr. Buble si sentì improvvisamente stanco, come intorpidito. La corsa gli aveva succhiato via le ultime forze e adesso desiderava solo un letto su cui sdraiarsi e dormire in santa pace. La testa gli doleva e le orecchie ronzavano dolcemente. Si abbandonò alle braccia delle guardie strette al suo fianco. D’un tratto, ricordò di aver perduto la valigetta da qualche parte. Non importa, sospirò. Non mi serve più. Chiuse gli occhi e lasciò che tutto scorresse. Che tutto scorresse come aveva sempre sognato, almeno per una volta. Senza permessi, né turni, né carte da firmare. Almeno per una volta.

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