Il Sogno americano da Guthrie a Dylan

Esiste ancora il Sogno americano? Difficile rispondere. Hunter S. Thompson cercò la risposta a suo modo, sfrecciando verso Las Vegas a bordo di una Chevrolet decappottabile imbottita di un ricco campionario di droghe, nascoste dentro il bagagliaio. Là ottenne la riprova che il sogno a stelle strisce si era definitivamente infranto. Certo, la crisi, diffusasi proprio dagli Stati Uniti, ha trasformato i resti di quella fiduciosa speranza in un vero e proprio incubo. Ma quando il presente sembra privo di futuro, possiamo sempre voltarci indietro in cerca di qualcosa che offra una spiegazione, o, nel migliore dei casi, capace di fornirci una risposta.

Nell’ottobre del 1929 il crollo della borsa di Wall Street scatenò una grave crisi economica (per certi aspetti paragonabile a quella attuale) che sprofondò il paese, e di conseguenza il mondo intero, in una spirale di fallimenti bancari, indebitamenti e povertà. La ripresa non fu semplice e gli strascichi si protrassero fino al decennio successivo. Il cantante e scrittore Woody Guthrie, nato in una piccola città dell’Oklahoma, è stato forse uno dei più originali testimoni degli anni che seguirono la Grande Depressione. Nell’autobiografia Bound for Glory  tradotto in Italia con il titolo Questa terra è la mia terra, Guthrie racconta del suo viaggio attraverso l’America dei braccianti, dei vagabondi, delle prostitute e dei cantastorie conosciuti lungo le strade, o nei sudici vagoni di treni merci diretti verso piccole e grandi città. Nessuno meglio di lui ha saputo descrivere quei volti sporchi di fuliggine, la vita di uomini e donne dimenticati dal resto della società, ognuno con una sua personale storia da raccontare, dietro cui si nasconde un genuino spirito americano. Woody Guthrie decise di vivere in viaggio per conoscere il paese in cui viveva e finì per scoprire un’America contraddittoria, il più delle volte intollerante e razzista; ma fatta anche di grandi lavoratori, gente onesta e solidale che davvero credeva in quel sogno di cui ora si sono perdute le tracce. Questo lungo cammino fu per lui una vera ispirazione. Le sue esperienze divennero canzoni. Perciò, imbracciata la chitarra, quella su cui scrisse la celebre frase “This machine kills fascits”, cominciò a scrivere sinceri brani di protesta capaci di smuovere coscienze sensibili, grazie a un linguaggio semplice e poetico. Veri  propri inni alla libertà contro ogni forma di ingiustizia sociale

Woody Guthrie

Woody Guthrie

Adoro protestare sulle cose sulle quali vedo che c’è bisogno di protestare, come le situazioni tristi e spiacevoli che mi trovo davanti, i tumulti, i linciaggi, i bombardamenti, gli incendi, le uccisioni, tutte cose che succedono quando ci si lascia spaventare da ogni ombra, ogni forma, ogni accenno, ogni genere di odio razziale.

 Fu un grande poeta americano che influenzò scrittori e artisti come Kerouac e Pet Seeger. Riposava al Greystone Hospital di Morristown, New Jersey, afflitto dal morbo di Huntington, quando un giovanissimo Robert Allen, conosciuto dai più come Bob Dylan, lo incontrò per la prima volta nel 1961. Dylan si era trasferito dal Minnesota a New York per una serie di concerti al Greenwich Village. Quando seppe del suo ricovero decise di andarlo a trovare e i loro incontri aumentarono col passare delle settimane. Per Dylan era un maestro di vita. La venerazione che nutriva per il musicista di Okemah è racchiusa nelle parole di Song to Woody, il suo primo pezzo originale. La parte musicale riprende il tema di 1913 Massacre, un vecchio pezzo di Guthrie, mentre il testo cita i musicisti Cisco Houston e Leadbelly che Dylan conobbe dopo aver incontrato il suo idolo.

Durante una delle mie visite, Woody mi aveva detto che c’erano scatole piene di canzoni e di poesie scritte da lui, che nessuno aveva mai visto e che non erano state messe in musica. Stavano nella cantina di casa sua a Coney Island e se volevo andare a prenderle lui mi dava il permesso

 Purtroppo Dylan non trovò mai quelle scatole. Quarant’anni dopo il loro contenuto finì nelle mani di Billy Bragg e dei Wilco, e questo senza aver mai conosciuto Woody Guthrie di persona.

Bob Dylan, 1965

Bob Dylan, 1965

Durante il suo viaggio a New York, Bob conobbe l’impresario John Hammond con il quale firmò il suo primo contratto discografico. L’album, intitolato semplicemente Bob Dylan, non fu un grande successo, ma conteneva spunti e idee che il cantante avrebbe sviluppato più in là, esattamente nel maggio del ’63, con The Freewheelin’, un disco, che insieme a The times They are a-changing dell’anno successivo, avrebbe rivoluzionato la storia del folk. Canzoni come  Blowin’ in the wind o Masters of war ebbero un forte impatto sulla società americana. Si pensi a Oxford Town che narra l’odissea di un ragazzo nero iscrittosi all’Università del Mississippi. Fu uno dei primi musicisti a toccare argomenti simili in modo così onesto. Come Guthrie esaltava un’America emarginata ma animata da un disperato bisogno di rimettersi in piedi a seguito della crisi, Dylan dava voce a chi chiedeva giustizia e una maggiore uguaglianza. Fu subito osannato come il nuovo simbolo della musica folk e della grande contestazione che, a partire dalla grande marcia su Washington del 1963, cominciò “a far tremare i vetri delle finestre” delle famiglie borghesi americane.

Dylan però non voleva essere etichettato come un classico esempio di cantante folk, né era interessato a diventare l’icona dell’allora movimento di protesta. Le cose cambiarono nel 1965 con l’uscita di Bringing it all back home e del successivo Highway 61 Revisited. Lo stile musicale e l’attitudine compositiva di Dylan, così come la sua immagine, cambiarono radicalmente. Strumenti elettrici, brani blues rock, testi ermetici, occhiali scuri e interviste al limite del surreale. Per tanti che lo volevano a difesa dei diritti e autore di brani di protesta fu un vero shock. L’esibizione al Newport Folk Festival del 1965 fu un disastro. I fischi del pubblico lo costrinsero a lasciare il palco dopo tre canzoni. Quando si ripresentò intonando Mr. Tambourine Man, i fischi divennero applausi. La stessa scena si replicò nell’estate dello stesso anno, quando Dylan e la sua band si esibirono al Manchester Free Trade Hall. Le immagini di quel concerto sono state utilizzate da Martin Scorsese nel documentario No direction home. Se si ascolta attentamente, è possibile riconoscere la voce di un ragazzo che, rivolto a Dylan, urla “Giuda!”, seguito da una raffica di fischi e insulti. Nessuno sembrava capire che Dylan era un artista, e per questo continuamente alla ricerca di nuove forme d’espressione sonore che non seguissero strade già battute. La stessa It’s all over now è probabilmente rivolta a chi ancora concepiva la sua musica come “impegnata” ed esclusivamente acustica. Dylan cambiava. L’America pure. Di lì a poco, le proteste studentesche di Barkley; la morte dei Kennedy e Martin Luther King; la Family e lo spettro di Manson. Per non parlare della terribile guerra del Vietnam che ben presto avrebbe imbrattato di sangue gli sgargianti colori dei giovani hippy, riunitisi a Woodstock nel ’69. Fu a partire da quel fatidico anno che il Sogno cominciò a sbiadire.

Crisi economiche a parte, Woody Guthrie e Bob Dylan rappresentano la voce di un’America non poi così lontana da quella di oggi. Eppure, è anche grazie alle loro parole se intere generazioni si sono riunite in protesta col solo scopo di far sentire la propria voce per chiedere il rispetto di nuovi e vecchi diritti. Guardando l’orizzonte, la strada da percorrere è ancora lunga e disseminata di ingiustizie. Anche se molti si sono appena svegliati e altri ancora hanno smesso di sognare, quella “terra” cantata da Guthrie, nostra come di tutti, è la stessa su cui viviamo oggi. Quale sia il nuovo modo per difenderla, sta a noi trovarlo.

 

 

 

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1 Commento

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Una risposta a “Il Sogno americano da Guthrie a Dylan

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