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Buffocrazia

– Chiariamoci subito, – esordì la sagoma femminile protetta dallo spesso vetro del banco informazioni. – Per ottenere il permesso da lei richiesto si presenti all’ufficio sei, sezione tasse-esentasse e compili il modulo a pacchetti confezionabili che le assicurerà un posto in sala d’attesa. Entri nel laboratorio cinque, interno due, e riceverà una firma sul suo documento. Ha capito tutto?

Sommerso da una tale quantità di informazioni, Mr. Buble afferrò solamente due o tre indicazioni, perciò, come tutti coloro situati dalla parte opposta del banco informazioni (quella del supplichevole richiedente), azzardò un breve riepilogo per accertarsi di aver capito bene. Senza aprir bocca, la sagoma femminea, l’oracolo dell’amministrazione, gli indicò un cartello quattro per quattro affisso al vetro che divide il mondo delle domande da quello delle risposte: “Per le proteste rivolgersi al quinto piano”.

– Io non voglio protestare, – protestò Mr. Buble, ma quel che ottenne fu il solito dito rivolto verso il solito cartello quattro per quattro. Dal fondo della fila fioccarono rumorose lamentele provocate dalla lentezza del servizio. Mr. Buble fu costretto ad allontanarsi e si avviò verso la caleidoscopica scala a chiocciola che conduceva ai piani superiori. Da più di un anno ormai trascinava le terga da un ufficio all’altro col suo stupido permesso da timbrare. Perché tutto era così complicato? Per ottenere anche solo una firma a volte potevano volerci dei mesi. Si doveva prima scovare il dipartimento, la divisione, l’interno e infine l’ufficio desiderato. C’era chi lo definiva “un apparato burocratico snello”. Figurarsi fosse stato obeso! Nessuno però si lamentava. Mai qualcuno che alzasse la voce. La società civile sembrava non poter fare a meno della burocrazia.

Sbilanciato dalla pesante valigetta carica di fogli, Mr. Buble percorse l’infinito corridoio di smistamento fino alla macchinetta segna turno; staccato il numero dalla lingua di foglietti numerati, si sedette in attesa di essere chiamato. Fu annunciato dopo pochi minuti, ma quando fece per alzarsi, una torma di vecchiette canute gli si avvicinò brandendo bastoni da passeggio con fare minaccioso. Erano lì prima di lui e in nessun modo avrebbero permesso che un qualsiasi giovanotto in giacca e cravatta le scavalcasse senza neanche chiedere il permesso. Accerchiato, Mr. Buble estrasse il numero dalla tasca, forte del benessere della ragione, e indicò loro che il suo numero corrispondeva esattamente a quello riportato dal monitor della sala d’attesa. La schiacciante realtà dei fatti rispedì le vecchine al loro posto.

Che indecenza. Che vergogna. Questi giovini d’oggi. Dov’è finito il rispetto?

Mr. Buble oltrepassò vittorioso la porta del piccolo studio.

– Salve, sono Mr. Glacy, – si presentò una voce.

Non era facile individuarne la fonte, poiché l’ufficio era quasi del tutto occupato da sconquassate cassettiere, armadi a muro e vecchi frigoriferi utilizzati come porta documenti. Riconobbe  una mano che si agitava dietro alcune pile di fogli sparse disordinatamente sopra una scrivania.

– Salve… – rispose. – Sono venuto a compilare il modulo a pacchetti confezionabili. Ho bisogno di un timbro sul mio documento d’intestazione.

La mano di Mr. Glacy lo invitò a sedersi.

– Guardi se riesce a trovarmi il modulo S4B fra quei fogli sotto di lei: dovrebbe essercene uno. Lo compili senza lasciare neanche uno spazio in bianco, intesi?

Mr. Buble ficcò il naso sotto la sedia. Vide un piccolo porta fascicoli verde, chiuso da un elastico. Ci mise un po’ a trovare il modulo fra tutte quelle cartacce. Compilatolo, lo consegnò alla mano di Mr. Glacy, il quale, cortesemente ma con un certo distacco, lo informò che il numero di riconoscimento non corrispondeva ai nuovi criteri di ricerca recentemente aggiornati. In sostanza il suo numero andava cambiato con un altro accettato dal nuovo sistema informatico.

– Si rivolga all’ufficio numero otto, quinto piano. Le faranno avere un visto di numerazione. Conosco chi ci lavora. Vedrà, si farà in quattro per convertire il suo numero.

Mr. Buble si trascinò sconsolato verso l’ascensore. Era convinto di avercela fatta e invece lo rispedivano gentilmente in un altro ufficio. Fissò i numeri corrispondenti ai piani illuminarsi uno a uno in senso decrescente. La velocità con cui l’ascensore scendeva verso di lui lo rallegrò un po’. Pregustò il momento in cui le porte si sarebbero spalancate davanti a lui, consentendogli di salire rapidamente ovunque volesse. Dette di nuovo un’occhiata ai numeri, ma questi smisero improvvisamente di illuminarsi. Buble premette più volte il pulsante di chiamata. Niente da fare. L’ascensore, fermatosi all’altezza del terzo piano, non voleva più saperne di scendere: si era bloccato, lo confermò una voce atona proveniente da uno degli altoparlanti disseminati per il corridoio. Dietro Mr. Buble, intanto, si era formata una fila chilometrica di altri come lui in attesa dell’ascensore; ma visto che non arrivava si lanciarono uno dopo l’altro verso la stretta scala a chioccola che conduceva piani alti. La competizione fu inaugurata da un colpo di pistola. I corridori partirono come fulmini, agitando le ventiquattrore ad altezza uomo così da ostacolare gli avversari. Volò qualche ceffone. Non mancarono sgambetti e calci negli stinchi. Mr. Buble, che era fra i favoriti, si tuffò in avanti raggiungendo per primo l’imbocco delle scale, mentre i restanti atleti andarono a incastrarsi fra i due pali di ferro battuto che formavano l’ingresso della scala. Ormai solo, Mr.Buble salì di corsa fino al quinto piano. Giunto davanti alla porta dell’ufficio numero otto, si fermò qualche secondo per riprendere fiato, dopodiché, allentatasi la cravatta, bussò.

– Avanti! – gridò un uomo dalla voce stridula. – L’ascensore era guasto, vero? – domandò l’impiegato sorridendo.

– Si. Non è stato semplice raggiungerla, – rispose Buble in preda all’affanno. Era tutto rosso e continuava a portarsi la mano al petto.

– Ah ah ah! Entri pure, si accomodi, – esclamò l’impiegato ridacchiando. L’uomo, sulla quarantina, basso e dalle guance paffute, sfoggiava un paio di basette ben curate che circondavano il volto rotondo. Portava una sgargiante cravatta bordò e un inequivocabile parrucchino calato sulla fronte larga.

Mr. Buble si chiuse la porta alle spalle e dopo qualche passo poggiò le chiappe su un rozzo sgabello di legno, l’unico pezzo di arredamento dell’ufficio che si avvicinava a una sedia.

– Scusi il disordine. Sono dieci anni che mi prometto di dare una sistemata, ma come vede… con tutto il lavoro che c’è da fare…

Parlava ad alta voce, come se volesse farsi sentire da tutti i colleghi degli uffici accanto.

– Non si preoccupi, – lo rassicurò Mr. Buble impegnato a sistemarsi sullo scomodo sgabello. Tutti quei movimenti dovettero divertire l’impiegato, perché dopo averlo squadrato per un po’ si abbandonò a un’acuta risatina isterica.

– Mi dica, – strillò l’impiegato.

– Giù all’ufficio imposte c’è stato un disguido…

– Disguido? Qual disguido? – trasecolò l’impiegato.

– Non si preoccupi; niente di grave. Un’inezia.

– Un’inezia? Intende dire che il nostro servizio non funziona? insinuò l’impiegato con gli occhi fuori dalle orbite.

– Non volevo dire questo. Devo solo rinnovare il numero di riconoscimento che, a quanto pare, sembra non coincidere con il nuovo registro informatico.

L’impiegato scoppiò in una risata assordante.

– Menomale, pensavo fosse una cosa grave. Ah ah ah!

E ridendo come un pazzo, si portò le mani sugli occhi per asciugarsi le lacrime. Buble notò che aveva un braccio più piccolo dell’altro. Distolse subito lo sguardo per non essere scortese, ma la curiosità lo spinse a guardare di nuovo. Il braccio spuntava dalla manica della camicia e terminava con una manina deforme che contava unicamente tre dita. Doveva aver subito numerose operazioni, perché anch’essa, come l’avambraccio, era percorsa da un’intricata trama di piccole e grandi cicatrici. Aiutandosi col braccio buono, l’impiegato estrasse un fazzoletto dalla tasca del panciotto e si soffiò il naso.

– Numero di riconoscimento? – domandò.

Mr. Buble gli porse il documento che l’impiegato afferrò con la manina, mentre con l’altra batteva i dati al computer. Si meravigliò della velocità con cui Mr. Glacy muoveva la mano sana sulla tastiera. Si chiese quanti tasti battesse al minuto. Non aveva mai visto inserire così tanti dati in così poco tempo, senza mai cadere in errore. Di colpo, la furiosa risata dell’impiegato lo riportò sull’attenti. Rideva come un pazzo, completamente in preda a terribili spasmi. Il parrucchino, scivolatogli indietro sulla nuca, rivelò una testa lucidissima punteggiata da riprovevoli macchie scure simili a dei nei, solo più gonfi e sporgenti.

– Tutto apposto, signore, – riprese Mr. Glacy ancora in balia delle risa. – Le ho appena sostituito il vecchio numero con uno nuovo.

Mr. Buble fece per ringraziarlo, ma l’impiegato si fece scuro in volto e di scatto ritrasse la manina stretta al documento.

– Mancano firma e controfirma del Prefetto, – sibilò. – Le dico come fare. Salga al decimo piano, firmi al suo posto e piroetti fuori dall’ufficio con aria disinvolta. Ma! Visto che lei mi va a genio, – aggiunse, – ho deciso di venirle incontro. Può anche fare a meno della firma del Prefetto, è contento?

– Oh, certo che sono contento, – sorrise Mr. Buble.

Eppure quel volto paonazzo contratto dalle risa non lo rassicurava del tutto. Qualcosa gli suggeriva che non sarebbe stato facile ottenere ciò di cui aveva bisogno.

– Per avere il permesso però deve richiedere il modulo a pacchetti confezionabili presso l’ufficio esentasse, solo dopo aver compilato questo foglio, tenga. Undicesimo piano, prego.

Gli passò un foglio spiegazzato.

– Si muova, per dio. Fra mezz’ora chiude l’ufficio – urlò Mr. Glancy con un tono di voce reso ancora più acuto da un incontenibile bisogno di scoppiare a ridergli in faccia. Buble si alzò lentamente dalla sedia e indietreggiò verso l’uscita, mentre l’impiegato si contorceva sulla sedia trattenendo a stento le risa. Uscito dalla stanza, Buble s’avviò al decimo piano. L’orribile risata di Mr. Glacy echeggiò per i tetri corridoi del Ministero. Fortunatamente la scala a chiocciola era sgombra di gente per cui Buble poté raggiungere l’ufficio senza ulteriori perdite di tempo. Il corridoio del decimo piano, assai più stretto del precedente, contava una ventina di posti a sedere, tutti occupati. Chi dormiva rannicchiato sulla panca, chi poggiava la testa sulla valigetta e chi, invece, riposava accanto ad altri che, come lui, giacevano sdraiati sul pavimento. Dormivano profondamente, con un’espressione serena dipinta sul volto. Buble ebbe l’impressione di trovarsi in un sogno. I tenui raggi di luce che penetravano dalle ampie finestre al lato del corridoio accentuavano l’atmosfera irreale che circondava l’ambiente. In fondo, una porta semichiusa svelava una misteriosa fonte di luce. Mr. Buble si avviò lungo il corridoio evitando di calpestare chi dormiva accasciato a terra. Non era certo sua intenzione svegliare nessuno: sapeva che una volta in piedi lo avrebbero confinato in fondo alla fila. Avanzava con cautela, calcolando il punto esatto del pavimento in cui poggiare la punta delle scarpe. Più di una volta rischiò di calpestare una mano o una ciocca di capelli. Raggiunta la porta, si affacciò per dare un’occhiata. L’impiegata sedeva su una poltrona, piegata in avanti, con la fronte la testa poggiata sulle braccia incrociate. Buble si avvicinò circospetto, senza mai toglierle gli occhi di dosso. Lo colpirono le unghie delle mani: lunghe, lucenti, decorate con un vistosissimo smalto verde pisello. Dormiva con una tale beatitudine che quasi era dispiaciuto di doverla svegliare; ma come poteva tornare a casa a mani vuote dopo tutta quella trafila. Doveva ottenere quei dannati moduli a pacchetti confezionabili, anche a costo di svegliare un’impiegata in servizio. Si schiarì la voce.

La donna non si mosse di un millimetro: nessun cenno di risveglio.

– Mi scusi…

L’impiegata alzò la testa di scatto lanciando un gridolino strozzato.

– Come si permette di entrare senza neanche bussare? Chi è lei? – borbottò con gli occhi ancora inumiditi dal sonno.

– Sono desolato. Non era mia intenzione spaventarla – arrossì.

– Bé, lo ha fatto! Adesso mi dica almeno cosa vuole.

– Dovrei ritirare i moduli a pacchetti confezionabili, non le ruberò troppo tempo.

– Per quello ho bisogno del modulo HCR. Ce l’ha? – domandò l’impiegata che nel frattempo, tirata fuori una limetta dal cassetto, ritoccava distrattamente le lucide unghie delle mani.

Mr. Buble le passò il foglietto ricevuto da Mr. Glacy. L’impiegata inforcò un paio di spesse lenti da vista e, avvicinato il naso al foglio, lesse il contenuto mormorando di tanto in tanto. Buble si asciugò il sudore dalla fronte. Passarono alcuni lunghissimi minuti. Da principio pensò che il sonno l’avesse colta di nuovo, ma poi, quando l’impiegata alzò gli occhi dal foglio squadrandolo attraverso le lenti a fondo di bottiglia, realizzò che era cieca come una talpa.

– E’ mio dovere dirle, – proferì l’impiegata, – che questo foglio poteva tranquillamente riceverlo per posta, compilarlo con tutta calma spaparanzato sul divano e inviarlo via e-mail all’ufficio imposte circoscrizionvallazione numero ventidue. Adesso non può fare altro che passare dall’ufficio catalogazione documentata a mezz’asta e rivolgersi alla signorina Doubleberry. Perché fare tutta questa trafila, mi chiedo?

– Ma… mi è stato detto così… – balbettò Mr. Buble. – Non potevo saperlo. Io… io…

– Meno chiacchiere. Sparisca!

Mr. Buble non riuscì a spiaccicare parola. La stanza cominciò a girare. Per un attimo la vista gli si appannò, colpito da una potente fitta allo stomaco che quasi gli tolse il fiato. L’impiegata infierì senza pietà.

– Se non avesse fatto di testa sua, a quest’ora il suo permesso sarebbe timbrato e controfirmato, invece…

Il volto di Mr. Buble si contrasse in centinaia di moti convulsi. Pensò di strangolare l’impiegata. In questo modo avrebbe risolto rapidamente i suoi problemi. Serrò le labbra e uscì dalla stanza. Era fuori di sé. Adesso doveva scendere giù all’ufficio imposte, chiedere della signorina Doubleberry, dirigersi verso la sala d’attesa e aspettare chissà quanto. Il solo pensiero gli fece ribollire lo stomaco come una pentola di fagioli.

Le decine di corpi addormentati giacevano ancora sul pavimento del corridoio. Si avviò verso la scala a chiocciola, muovendosi con circospezione. Mentre avanzava su quel pericolosissimo pavimento umano, una bruciante sensazione di rabbia lo scosse dalla punta dei piedi a quella dei capelli. Nessuno gli aveva detto che poteva compilare a casa il modulo HCR. Se solo lo avesse saputo, non si sarebbe ritrovato a vagare da un piano all’altro del Ministero come una trottola impazzita. Si arrestò davanti a una delle grandi finestre che illuminavano il corridoio. Doveva controllarsi, respirare. Aveva mantenuto a freno la rabbia per tutta una vita, perché mollare proprio adesso che la situazione richiedeva calma e serenità di spirito? L’istinto, si diceva ogni volta, è tipico dell’animale, non certo dell’uomo, razionale, paziente, temperante. Strinse i pugni, poggiò la valigetta a terra e senza neanche sapere come, lanciò un urlo che scosse i vetri del palazzo. Gridò con quanto fiato aveva in gola, deciso a sfogarsi fino in fondo. Destati da quelle grida disumane, i dormienti si svegliarono sgranando gli occhi, e, una volta in piedi, scatenarono una battaglia a colpi di valigette per accaparrarsi ognuno il proprio turno, come se l’incantesimo che fino a quel momento li aveva costretti a terra si fosse di colpo spezzato.

Nessuno si accorse di Mr. Buble, il quale nel frattempo aveva cessato di urlare. Rimasto immobile per qualche minuto davanti alla finestra, si era allontanato come se niente fosse accaduto, diretto all’ufficio imposte barrato a mezz’asta. In un lampo fu al terzo piano. Spalancò la porta dell’ufficio e, senza badare al segretario andatosi a rimpiattare sotto la scrivania, proruppe nella stanza di Mrs. Doubleberry come una furia. Gli occhi gli lampeggiavano di rabbia. Quando fu di fronte all’impiegata, colpì la scrivania con un pugno e le sbatté il documento in faccia.

– Devo timbrare questo documento d’intestazione previa autorizzazione. Mi serve per ritirare i moduli a pacchetti confezionabili e ottenere un posto di terza classe in sala d’attesa. Che dice? Ce la fa ad aiutarmi?

– Prego? – ribatté Mrs. Doubleberry senza battere ciglio.

Ci fu un lungo minuto di silenzio. Da qualche parte, in uno dei corridoi del ministero, un gruppo di hare krishna recitava lamentose geremiadi a ritmo di campanelli e colpi di om. Mr. Buble riformulò la domanda.

– Potrei ritirare cortesemente i moduli a pacchetti confezionabili?

Mrs. Doubleberry si sistemò la messa in piega con un solenne gesto della mano e guardò Buble dritto negli occhi.

– Per ritirare il modulo a pacchetti deve avere l’HCR. Lei possiede il modulo HCR?

– Certo!

Mr. Buble scaraventò il modulo ormai logoro sulla scrivania. Mrs. Doubleberry lo esaminò da cima a fondo seguendo ogni frase con la punta di un lapis.

– Ha ritirato il cartellino giallo 45B allo sportello Ingoiapersone, vero? – domandò l’impiegata a brucia pelo.

– Senz’altro, – rispose istintivamente Mr.Buble.

In verità ignorava l’esistenza del cartellino giallo 45B, non lo aveva con sé né sapeva cosa fosse o a cosa diavolo servisse. Mrs. Doubleberry sollevò gli occhi e lo squadrò con sospetto. Buble iniziò a sudare.

– Vuole che glielo mostri? – domandò con voce tremante.

– Non c’è bisogno.

La donna allungò la mano verso un porta matite gettato sulla scrivania dal quale estrasse un pesante timbro che si accinse a caricare d’inchiostro. Lo fece ricadere sul modulo con un colpo ben assestato. Buble saltò dallo spavento. Si allentò la cravatta per respirare meglio e raffazzonò un sorriso di circostanza.

L’impiegata si sporse per sfilare i moduli a pacchetti confezionabili da una pila di fogli protetti da fodere di plastica trasparenti. In tutto erano tre. Glieli porse aspettando che l’altro li prendesse. Quando Mr. Buble protese la mano esitante, Mrs. Doubleberry ritrasse la sua, impedendogli di appropriarsene.

– La prossima volta, – lo redarguì, – cerchi di rispettare la fila, intesi?

Tremante, Buble rispose con un cenno del capo. La sua iniziale baldanza si era affievolita non appena costretto a mentire. L’impiegata gli porse ancora una volta i moduli, ma stavolta lasciò che Buble li prendesse e infilasse nella valigetta. Il pensiero di essere quasi alla fine di quell’odissea senza senso lo rasserenò. Percorse il breve tragitto dalla scrivania alla porta dell’ufficio, sicuro che Mrs. Doubleberry lo stesse fissando. Non ebbe il coraggio di voltarsi quando, raggiunta l’uscita, si sentì trafiggere dalle sillabe del suo nome scandite dalla voce tagliente dall’impiegata. Il sangue gli si gelò nelle vene.

– Dove crede di andare? – domandò Doubleberry fra il curioso e l’irritato.

A quel punto Buble si girò. L’impiegata teneva fra le dita il modulo HCR e glielo mostrava con un ghigno stampato sulla faccia.

– Nel suo documento manca la copia dell’attestato comma due ritirabile solo due giorni fa al sesto giro di coda d’ufficio circoscrizionvallazione ‘Moduli confezionabili’. Chi crede di prendere in giro, Buble?

L’impiegata si alzò dalla sedia e con un balzo saltò sulla scrivania puntandogli il dito contro.

– Guardie, prendetelo! Ha tentato di ingannare il Sistema.

La sirena d’emergenza risuonò nella stanza e lungo i corridoi. Da fuori giunsero delle voci concitate. Buble riconobbe lo scalpitio concitato delle guardie provenire dalle scale a chiocciola. Stavano salendo, e a giudicare dai passi sembrava un plotone intero. Davanti a lui, Mrs. Doubleberry lo fissava con occhi fiammeggianti.

– Ti sarebbe piaciuto mandare all’aria l’intero Sistema burocratico, vero? Arrenditi, caro il mio sgancia soldi. Adesso ti tocca tutta la trafila daccapo e al prossimo passo falso non otterrai mai più agevolazioni fiscali per i tuoi inutili stupidi progetti.

Mr. Buble si guardò intorno in cerca di un’uscita.

– Navigherai in un mare di carta straccia, mi hai sentito, pidocchio? Mi hai sentito bene?

La voce di Mrs. Doubleberry si trasformò in una macabra risata. Buble schizzò fuori dall’ufficio proprio mentre le guardie irrompevano nel corridoio, armati di scudi e manganelli trasparenti.

– Eccolo lì! – gridò qualcuno.

Terrorizzato, percorse il corridoio senza mai voltarsi. La paura che si trattasse di un vicolo cieco svanì non appena raggiunse una porta semi chiusa che lasciava intravedere un’ampia stanza poco illuminata. La stanza era vuota. C’era solo una vecchia rampa di scale arrugginite che conduceva al piano superiore. Salì i gradini due a due, senza la più pallida idea di dove lo avrebbero condotto. Gli scudi e i manganelli delle guardie dietro di lui sbattevano qua e là con un gran fracasso. Finite le scale, Buble si ritrovò in un’enorme stanza adibita a magazzino, illuminata dalla fredda luce dei neon. Una sopra l’altra, le scatole di cartone formavano stretti corridoi dalle pareti alte quasi fino al soffitto.

– Hey tu, – lo chiamò qualcuno affacciato alla porta di un gabbiotto poco distante da lui. – Si dico a te: per di qua.

Buble si affrettò a raggiungere il gabbiotto dove un anziano signore, probabilmente il guardiano del magazzino, lo stava aspettando con una vecchia scopa in mano.

– Se sta scappando delle guardie, quella è l’unica uscita.

Gli indicò uno stretto passaggio metallico che serviva a ventilare l’enorme magazzino di scatole. Buble storse la bocca. A occhio e croce sembrava troppo stretto per lui, senza contare che era sporco e aveva un pessimo aspetto. Il vecchio cercò di tranquillizzarlo spiegandogli che puliva il condotto tutte le mattina, e mai una volta, assicurò, vi era rimasto incastrato. Mr. Buble rispose che era un pazzo se credeva di vederlo infilarsi lì dentro, ma quando udì le guardie irrompere nel magazzino cambiò subito idea. Con l’aiuto del vecchietto staccò la grata e infilò la testa nel buco, ma le braccia gli impedirono di proseguire il passaggio, così adesso si trovava culo all’aria, incastrato in quella ridicola posizione. Intanto il vecchietto lo spingeva a colpi di scopa sul di dietro, ridendo e battendosi le mani sulle cosce come un ragazzino stupido. Buble provò a divincolarsi ma il passaggio era troppo stretto. Rischiava di soffocare. Si sentiva come un insetto imprigionato nella vischiosa tela di un ragno. Fra una risata e l’altra, il vecchietto chiamava le guardie a gran voce.

– E’ qui! Ah ah ah ah! E’ qui!

Fu allora che Buble, si arrese. Servì la forza di quattro uomini per sfilarlo dalla ventola d’aerazione. Quando lo misero in piedi, dovette reggersi alle robuste braccia dei suoi inseguitori per non finire a terra come una foglia morta. Una delle guardie, che a giudicare dal modo in cui ingiungeva ordini a destra e a manca doveva essere uno dei superiori, lo squadrò da capo a piedi con l’impressione di dover redarguire un bambino che aveva rubato dei dolci. Buble gli stava davanti, immobile, senza dire una parola, gli occhi fissi sul pavimento. Strappatigli i documenti dalla tasca, la guardia diede una rapida scorsa, poi con aria stanca domandò:

– Ce l’ha il permesso di fuga? Non si può sfuggire al servizio d’ordine senza un permesso di fuga. Doveva reclamarlo all’ufficio emergenze, quarto piano, edificio due.

Buble scosse la testa, esausto. La guardia lo fissò a lungo, indeciso sul da farsi. Poi si rivolse a una delle guardie.

– Va bene, portatelo via.

Mentre lo trascinavano in chissà quale altro ufficio, Mr. Buble si sentì improvvisamente stanco, come intorpidito. La corsa gli aveva succhiato via le ultime forze e adesso desiderava solo un letto su cui sdraiarsi e dormire in santa pace. La testa gli doleva e le orecchie ronzavano dolcemente. Si abbandonò alle braccia delle guardie strette al suo fianco. D’un tratto, ricordò di aver perduto la valigetta da qualche parte. Non importa, sospirò. Non mi serve più. Chiuse gli occhi e lasciò che tutto scorresse. Che tutto scorresse come aveva sempre sognato, almeno per una volta. Senza permessi, né turni, né carte da firmare. Almeno per una volta.

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Willie sta sull’albero

      A Treehouse, i bambini crescono sugli alberi come fossero frutta. Nascono, crescono e una volta maturi cadono a terra, pronti ad affrontare le difficoltà della vita. Ma Wille Wollie di scendere dal suo albero e di affrontare la vita non ne voleva sapere.

      Pur essendo maturo abbastanza da cadere dall’albero come una pera cotta, Willie restava aggrappato al ramo con tutte le sue forze. Un’occhiata al mondo là sotto ce l’aveva buttata – giusto per curiosità – ma non gli era piaciuto per niente. Raggiunta una certa età la gente di suolo diventava burbera, litigiosa. Tutti discutevano con tutti e prima di fare la pace potevano passare anche degli anni. Venne perfino a conoscenza di misteriosi litigi mondiali, durante i quali centinaia di uomini si sparavano fra loro senza neanche sapere perché. Come si poteva essere così stupidi? Willie proprio non capiva. Per questo decise che non sarebbe mai sceso. Stava bene lassù, a penzoloni sul più alto ramo del più alto albero dell’ex campo di Gerald – per altro anch’egli davvero alto, il più alto fattore mai visto.

      Sulla cima, Willie ammirava tutta Treehouse: i tetti delle case, i comignoli anneriti, i cortili con le finestrelle e i panni stesi; la piazza dell’orologio, famosa per la sua torre che, col passare delle ore diurne, adombrava a turno le numerose abitazioni nei dintorni.

       A est del villaggio, il Bosco delle nascite, con i suoi folti alberi da frutto. Un luogo venerato e rispettato, laddove i figli di Treehouse maturavano a grappoli sui robusti rami coperti di muschio. L’aria magica che si respirava in quel luogo lo affascinava più di ogni altra cosa.

       Willie conosceva bene le origini di Treehouse. Leggeva avidamente vecchi libri di storia e conosceva a memoria i nomi degli alberi da cui imparava sempre nuova prole. Nel tempo libero, invece, disegnava nuvole rubiconde, scriveva storielle divertenti per gli uccelli canterini, e, prima di addormentarsi, si lasciava accarezzare dalla tiepida luce della luna.

        Per i bambini, Willie era lo scemo del villaggio: alla sua età, trovarsi ancora appeso al ramo, era davvero insolito per non dire ridicolo. Così tutti lo prendevano in giro. Non aveva neanche un amico. Ogni volta che i bambini tornavano da scuola, Willie agitava la manina per attirare un sorriso, o almeno un saluto. Nessuno però ricambiava. Allora Willie tornava a far sogni e a riscriverli in rime sciolte sul quadernetto dei disegni dalla ruvida copertina usurata.

        “Quel ragazzo, lassù, non ha speranze,” proferì Olmo il fattore, sfregandosi un paio di baffi immaginari tra indice e pollice.

       “Già,” annuì l’anziano fabbro dal naso blu. “Se ne sta lì appeso come un bambinetto.”

       “Proviamo a scuotere l’albero per vedere se cade, come si fa con le olive.” E scoppiò in una grassa risata.

        “Buona idea. Facciamolo maturare!”

      Con le grosse mani pelose appoggiate sull’alberello, i due bacucchi cominciarono a scuoterne il tronco ridendo e ruttando senza ritegno. Caddero foglie e nidi di rondine. Willie, però, non cadde. Stava giusto schiacciando un pisolino e, grazie a quel dondolio, continuò a dormire della grossa, sprofondando in un mondo di sogni zuccherini.

      La mattina seguente si svegliò di soprassalto, infastidito da un lungo borbottio. Saliva dai piedi dell’albero col tipico brontolio di una pentola a pressione prossima al fischio. A essere precisi, era un misto di voci nervose e concitate. Il ragazzo, seccato, si affacciò per vedere meglio.

        La collina era stracolma di gente. Sembrava una festa paesana, solo che i volti dei tanti cittadini radunatisi per l’occasione apparivano tesi e agitati. All’ombra del grande albero era stato allestito un piccolo palco di legno ricoperto da un drappo rosso, orlato d’oro. Willie intuì che non si trattava di una festa e che di lì a poco si sarebbe tenuto un discorso importante. Quel che non capiva era il motivo di tanta agitazione proprio sotto casa sua.

       Centinaia di teste scrutavano l’albero come in cerca di qualcosa o qualcuno nascosto tra i rami. Willie si ritrasse intimorito. Poteva sentire i loro occhi sospettosi scavare le fronde e punzecchiarlo da capo a piedi.

       Schioccarono applausi, poi, un basso ometto cicciobomba dal passo sicuro, emerse dalla massa. Era il Sindaco di Treehouse, il cui passare divideva la folla come la pinna scura di uno squalo in un mare agitato.

       Indossava una giacca nera, un grigio panciotto accuratamente stirato e un paio di pantaloni scuri stretti ai fianchi da una cintola in cuoio capelluto. La fascia colorata, che scendeva diagonalmente dalla spalla destra al fianco opposto, risaltava le rotondità del pancione. Willie restò impressionato dai folti baffi a ricciolo che il Sindaco sfoggiava con orgoglio. Visto così, sembrava un pappagone tirato a lucido.

      Pronto a snocciolare uno dei suoi impareggiabili quanto barbosi sermoni, il grasso Sindaco prese posto sul piccolo palco, non senza una serie di imbarazzanti manovre che dettero il via ai più sguaiati sghignazzamenti popolani. Con un rapido gesto della mano zittì tutti i presenti, schiarì la voce e parlò come politico parla.

      “Signori, siamo oggi di fronte a un insolito problema che vede coinvolta la nostra amata comunità di Treehouse. In cima a questa pianta, dietro le mie spalle, un giovine bimbetto di nome Willie Wollie si rifiuta di scendere nonostante abbia raggiunto la piena maturità. E’ normale, secondo voi? A mio parere i bimbi quando son maturi cascano dall’albero.”

      Al che rivolgendosi direttamente al volgo, chiese: “Qualcuno ha parlato al ragazzo?”

      “Certo, signor Sindaco,” rispose la bionda Tenora, ex reginetta di bellezza, adesso contadinotta a tempo pieno e vanto di tutta Treehouse.

     “Il fatto è che la sua testardaggine è più dura di un frutto acerbo,” proseguì Alvin, il mulo parlante.

      “Beh, credo proprio che adesso dovrà scendere,” dichiarò il Sindaco. “Ho grandi idee per questa collinetta sperduta.” E, allungandosi dal pulpito verso la folla sfoggiando un sorriso a settantadue denti, chiese con garbo: “Vi piacerebbe un bell’Arraffaroba?”

      Seguì fu un lungo brusio, poi, qualcuno domandò: “Che cos’è un Arraffaroba?”

       “E’ un posto dove trovi tutto quel che ti serve. T-u-t-t-o,” scandì per benino il nano sordo-cieco ma non muto. “Mi hanno raccontato che se vuoi qualcosa, qualsiasi cosa, là ne trovi a bizzeffe.”

       “Già. Hanno anche gli ‘Acchiappa Cucchiai’!” soggiunse Franz, il gigante buono che collezionava cucchiai dalle forme più bizzarre.

       La folla di paesani si agitava in un oceano di domande ansiose di risposte.

       “Ma è così utile un Arraffaroba a Treehouse?” si domandarono alcuni bontemponi.

      Il Sindaco rispose impettito come un pettirosso obeso. “E’ più che utile, signori. Direi che è indispensabile. Pensate alla gioia che porterà al nostro villaggio: vetrine, scale mobili, colori…”

      “Scale mobili? Cosa diavolo sono?” proruppe a gran voce la reginetta di bellezza.

       “Sono dei gradini come quelli di casa, solo che si muovono da soli e ti portano in alto. E il bello è che si sta fermi. Non si fatica,” le rispose William l’idiota, regalandole un certo sollievo.

        I cittadini, rassicurati, parlottarono alacremente scambiandosi opinioni. Agli occhi di Willie sembravano tante formichine in preda all’eccitazione. Ancora non aveva capito il motivo di quel fervore. Soddisfatto, il Sindaco osservava il gregge di pecore ormai pronte a seguirlo in capo al mondo. Al che riprese l’audace orazione.

        “Costruire un Arraffaroba significa risparmiare tempo e fatica. Per voi sarà più semplice comprare quel che vi occorre senza dover scendere in città; avreste tutto qua dietro, a un tiro di schioppo.”

        “Inoltre,” proseguì, “porterà benessere a tutta la comunità: ai vostri figli, e ai figli dei vostri figli. A questo dobbiamo puntare: alla felicità di ogni singolo cittadino.”

      La folla esplose in un fragoroso applauso. Ormai li aveva conquistati. O almeno, così credeva…

       “Certo, dovremo abbattere quest’albero per evitare che le radici intralcino i lavori degli operai…”

       Willie ebbe un colpo. Abbattere l’albero? Casa sua?

       “Per questo vorrei parlare con Willie, lassù, e convincerlo a scendere o con le buone o con le cattive.”

       “Ma Sindaco, gli alberi sono importanti per noi. E’ grazie a loro se i nostri figli nascono sani e forti,” constatò Gerald dall’alto della sua altezza altezzosa. Il Sindaco dovette correre ai ripari.

      “Non vi preoccupate, abbiamo già calcolato tutto. Le nascite continueranno a salire anche senza un albero.”

        Un mormorio di disappunto si diffuse fra i cittadini, già meno entusiasti. “E quanto ci verrebbe a costare questo Arraffa-chissà-cosa?” chiese il gigante Franz con voce tonante.

        Il volto del Sindaco si fece rosso. “Ecco, vedete… ci sarebbe giusto da pagare… giusto una piccola somma… piccina picciò.”

        “Non abbiamo soldi!” berciò il nano dai bassi fondi di un imbuto.

        “Siamo già tassati di tasse. Ora basta!” proseguì l’idiota del villaggio.

        Nel giro di pochi minuti gli abitanti di Treehouse si fecero sempre più agitati. Il Sindaco cercò di calmare gli animi con falsi sorrisi di sicurezza economica, ma non servirono a molto. La folla continuava a ruggire con ferocia. Il Sindaco ci pensò su: doveva assolutamente riprendere il controllo della situazione. A forte malcontento popolare, meglio trattare, pensò.

       “Calmatevi, dannazione! Vi darò così tante feste in piazza da farvi divertire per giorni e giorni.” A queste parole il popolo lanciò un solo urlo di gioia. Il Sindaco li ebbe di nuovo in pugno e fu rieletto seduta stante. Agli occhi delle popolane, apparve come il più bel pezzo d’uomo del paese. Ecco come il Sindaco dal sorriso facile comprò il benestare del popolo di Treehouse.

         Willie non aveva altra scelta. Sarebbe stato costretto a lasciare il suo albero, il grembo su cui era cresciuto, unico rifugio dalla stupidità del mondo. Si strinse forte al tronco per non cadere.

        La marmaglia, presa dai festeggiamenti, non si accorse che il sacerdote era salito sul pulpito prendendo il posto del Sindaco, e, con la voce di chi sa come trattare le folle, richiamò l’attenzione dei cittadini. Il gregge di pecore smise di belare.

        “In nome di Dio, avete forse dimenticato le vostre origini? Quell’albero è sacro. Dai suoi rami nascono i cuori di Treehouse. Abbatterlo significa spezzare il futuro delle nostre genti. Tale albero è vita!”

        L’euforia cittadina si esaurì con un colpo di tosse passeggero.

       “Mi meraviglio di lei, Sindaco,” proseguì il sacerdote. “Barattare le nostre tradizioni per uno stupido centro commerciale.”

        Gli sguardi indignati dei cittadini si posarono sulla pancia del Sindaco. Qualcuno lo definì un ‘panzone villanzone’ e a guardarlo bene le donne non lo trovarono più così tanto attraente. I suoi baffi impomatati si erano ammosciati dalla vergogna.

        “Avesse almeno pensato a costruire una chiesa di campagna,” aggiunse il sacerdote su tutte le furie. Il Sindaco colse la palla al balzo: “Ma come? Non lo sa? Possibile che nessuno gliel’abbia detto? All’interno del centro troverà spazio una piccola chiesa – sempre che a lei faccia piacere, ovviamente. Potrà dir messa ogni volta che vuole. Anche all’ora di punta, quando ci saranno più clien… ehm, mi scusi, volevo dire, fedeli.”

        “Davvero?” domandò il sacerdote, guardandolo sottecchi.

       “Sicuro! Inoltre troverà posto un piccolo emporio davanti alla chiesa. Saranno offerti santini e candelabri a una cifra irrisoria.” E, con voce impercettibile ai più, aggiunse: “E’ inutile dirle che il ricavato andrà interamente alla vostra parrocchia.” Il Sindaco non seppe trattenere un occhiolino d’intesa.

       Abbandonata la sua aria predicatoria, il sacerdote si rabbonì e, abbassato lo sguardo, scostando qualche sassolino con la punta dei sandali, nicchiò: “Beh, a pensarci bene… albero più, albero meno… non sarà poi così grave.”

      “Resta il problema del ragazzo, sua santità.”

      “Quale ragazzo?” sbottò sua santità.

       “Quello sull’albero…”

       Il sacerdote sapeva quali sante parole usare in caso di crisi spirituale, e anche se la situazione non era per niente critica sul quel fronte, far leva sui buoni sentimenti della gente era pur sempre la sua specialità. Così, rivolgendosi al popolo, proferì solennemente:

      “Fratelli, questo Arraffa Roba s’ha da fare, perché è al contempo luogo di svago e fede ma non di perdizione. Se il cuore è puro, le nostre tradizioni non saranno dissacrate. Perciò, concedo la mia al ‘Sacro Centro Arraffaroba’ la mia santa benedizione. Chiunque vi entrerà otterrà un accesso gratis per il Paradiso.”

        Ci furono applausi, urla incomprensibili; chi lanciava cappelli, chi parrucche. Stretti in un’unica mano, Sindaco e sacerdote posarono per i fotografi. Poi, il Pastore, zittite le pecore, aggiunse a voce alta: “Quel ragazzo è esempio di mancanza di fede. Deve crescere e cadere dall’albero, affrontando la vita come tutti noi. Credo sia abbastanza maturo per farlo.”

        Il povero Willie, appollaiato sul ramo, non credeva alle sue orecchie. Come potevano essere sì pecoroni da permettere che uno dei più sacri alberi fosse abbattuto? Il suo per di più.

       “Grazie per l’attenzione, signori. E buoni acquisti!” esclamò il Sindaco prima di fare il suo immeritato bagno di folla. I cittadini se ne andarono con il loro volgare parlottio fino a sparire dietro la collina.

       Un greve silenzio scese sulla vallata. Willie pianse per tutta la notte. Il giorno successivo il suo albero sarebbe stato abbattuto con un gran fracasso.

       Passarono i giorni, il cambio delle stagioni. Prima l’autunno col suo giaccone di foglie, poi, l’inverno polare dai guanti pelosi cedette il passo alla mite primavera. Dall’alto della collina, Willie osservava il caotico cantiere fatto di braccia meccaniche e ruspe affamate scavare buche per vomitarvi dentro colate di cemento. Anziché un albero, ai piedi della valle si ergeva un desolante parcheggio pronto ad accogliere intere famiglie su quattro ruote. Willie non poteva far altro che contemplare impotente quello scempio: un atto vandalico legalizzato.

        “Ciao. Ti ho trovato, finalmente.”

        La voce cristallina che irruppe nella sua vita apparteneva a Judy. Willie la riconobbe subito. Abitava in una vecchia casa fatiscente, tinta di verde, con il tetto rotto e le imposte screziate dal clima. Willie la salutò con un timido cenno della mano. Fra le tante ragazzine di Treehouse gli era sempre parsa la più interessante. Lo affascinava il suo modo di guardare le cose: curioso, trasognato, come se vivesse in un mondo accessibile a pochi.

        “Ho sentito parlare tanto di te. Che fai tutto solo?”

        Willie non rispose, credendo di trovare la risposta tra le stringhe delle scarpe. Judy gli si fece accanto.

        “Sei triste perché non hai più il tuo alberello?”

        Fece si con la testa.

        “Ti capisco, sai? Anch’io odio quell’Arraffatutto; e poi vende solo roba inutile.”

        Willie raffazzonò un sorriso d’approvazione. Poi, lo sguardo vacante si posò sul cantiere, così come il silenzio tornò sulle labbra. Judy colse un fiorellino di campo e lo sistemò con cura dietro l’orecchio. Willie ne avvertì il gradevole profumo; si domandò se appartenesse al fiore o a Judy.

        “A volte l’odore di un fiore può cambiarti la vita, lo sapevi?” bisbigliò Judy. Avrebbe voluto risponderle, dirle che aveva ragione. Anche per lui era la stessa cosa, ma era come incantato dall’innaturale bellezza di lei. Una bellezza disarmante, capace di lasciare il cuore inerme di fronte a proposte, come:

        “Pensavo di fare due passi. Ti va di venire con me?”

        Difficile dire se fu la domanda in sé a convincerlo o se fu il modo in cui lo chiese: semplice e suasivo. Fatto sta che rispose di si.

        I due, mano nella mano, si addentrarono nel Bosco delle nascite. Fu una scoperta continua. Judy conosceva a memoria i nomi delle piante, dei tanti fiorellini colorati che crescevano meravigliosamente attorno ai cespugli rigogliosi; sapeva distinguere le bacche buone da quelle velenose, le foglie urticanti ed emollienti. Il bosco era casa sua; non si perdeva mai: se non riconosceva i sentieri, le bastava tendere l’orecchio in attesa che il ruscello le indicasse la strada di casa. Willie restò incantato da tutti quei nomi sconosciuti. Lo affascinava il suono delle parole, così precise, pulite, e il modo in cui Judy le pronunciava. Fu quando decisero di abbracciare un albero che Willie s’innamorò di lei. Aveva vissuto su un albero, aveva dormito su un albero, ma non ne aveva mai abbracciato uno prima d’ora.

         I due si strinsero al tronco fino a sfiorarsi le punta delle dita. Sopra le loro teste, appesi ai rami, sbocciarono piccoli germogli di bambini:  boccioli ancora acerbi da cui spuntavano braccette paffute o minuscoli piedini. Anche Willie un tempo era stato così: un baccello di bimbo.

         Il vento leggero ma costante smosse le fronde lussureggianti del vecchio albero. Willie ebbe come la sensazione di essere tornato a casa dopo un lungo viaggio. Si sarebbe arrampicato sui gradini di corteccia per contemplare i tenui colori del crepuscolo bagnare di luce le nuvole. Judy sembrò capirlo, perché pose la mano sulla sua. Col tronco che li divideva, si sporsero dallo stesso lato e si sorrisero. L’albero avvampava di luce smeraldo.

         Prima di far ritorno al villaggio decisero di passare dal cantiere. Ora che gli operai avevano riposto i loro attrezzi non vi era alcun pericolo di essere scoperti. Azzannato il suolo per tutto il giorno, le mostruose ruspe di metallo riposavano ora al fresco della sera, immobili; i denti ancora sporchi di terra. Le mastodontiche gru, ferme a mezz’aria, sembravano paralizzate da un incantesimo che solo al mattino seguente si sarebbe sciolto.

         “E’ orribile,” esclamò Judy guardandosi intorno.

         Willie errava in silenzio lungo le impronte degli operai impresse nel fango. Tra i cumuli di pietre, polvere e attrezzi arrugginiti, del suo albero restava solo un mucchio di rami e foglie ai piedi di un fosso. Un cartello pubblicitario avvolto da carta trasparente invitava ad acquistare finte piante di plastica per “donare alla vostra casa un magico tocco di natura”.

        Sottili rivoli di lacrime scesero lungo le guancie del ragazzo. Judy le asciugò delicatamente, sfiorandole con le dita.

        “Guardami,” gli sussurrò. “Potrebbe diventare un posto magico, se solo lo volessimo.”

        Willie la guardò fino al cuore, e così, le loro labbra si unirono in un lungo bacio bagnato di lacrime.

        Il caldo respiro di lei si riversò sulla bocca di Willy fino a farlo vacillare. Non aveva mai baciato una ragazza prima d’ora. Lo aveva visto fare tante volte, quando qualche coppia d’innamorati si accoccolava sotto il suo albero, lontano dai rimproveri dei genitori. Osservandoli di nascosto non aveva mai compreso il senso di quel gesto. Bastò sentire le labbra di Judy sulle sue per capirlo. D’un tratto si sentì forte, alto, robusto. Anche Judy provò le stesse sensazioni. Erano come una sola cosa. Crebbero, e crebbero ancora. Avvinghiati l’uno all’altro, Willie e Judy si unirono in un solido tronco di quercia.

         In un vortice di corteccia, i loro capelli si annodarono, spuntarono fronde maestose; i rami si protrassero a migliaia. Le gambe, le dita dei piedi e delle mani divennero radici assetate d’acqua che si fecero largo sotto terra, mandando all’aria l’intero cantiere. In un attimo, l’Arraffa Roba fu inghiottito dalla fitta vegetazione cresciuta a vista d’occhio ai piedi del grande albero.

         Le case di Treehouse furono travolte da una scossa di terremoto. Le finestre s’infransero, i lampadari vacillarono, le mura delle case si disseminarono di crepe serpeggianti. Per chi stava mangiando, portarsi il cucchiaio di minestra alla bocca senza rovesciarlo sulle gambe, fu assai complessa. Gli abitanti del villaggio uscirono dalle case in preda al panico. Il Sindaco e il santissimo sacerdote arrivarono di corsa; pallidi e preoccupati, ingiunsero subito ordini ai contadinotti agitati.

          “State tranquilli. E’ tutto sotto controllo,” rassicurò il Sindaco grondante di paura. “Avviciniamoci al cantiere. Il terremoto si è propagato da lì. Venite.”

          “Pregate gente, pregate,” ripeteva di continuo il Sacerdote, snocciolando il rosario di legno.

           Dietro ai due pastori, le pecore belanti procedettero in fila indiana, e una volta raggiunta la collina, tutti, ma proprio tutti, trasecolarono di meraviglia, quando, convinti di imbattersi nel consueto polveroso cantiere, si accorsero che di esso non vi era più alcuna traccia. Al suo posto un’impenetrabile fortezza di radici stritolava le mostruose macchine da costruzione oramai fuori uso. Le obese betoniere dalla pancia colma di cemento spuntavano qua e là, lanciando il loro silenzioso grido di dolore.

          Il Sindaco scoppiò in un pianto disperato. Tutti i suoi piani, i soldini investiti con cotanto amore erano scomparsi nelle tasche senza fondo del suolo. Quando qualcuno tra la folla gridò al miracolo, il sacerdote svenne sul colpo. In effetti, di questo si trattava: un miracolo d’amore raccolto tra due cuori in un solo corpo di corteccia. Dalle alte fronde si diffuse una vivace lucina verde.

           “Se l’albero ha deciso di stabilirsi qua, significa che qua dovrà restare,” sentenziò il saggio Pagnus, capo fattore di Treehouse.

           “Su, su, non faccia così,” disse rivolto al Sindaco, picchiettandogli la testa con sonore pappine di consolazione. “Guardi quanto è bello il nostro albero. Non le ricorda la sua infanzia?” Ma il Sindaco disperato frignò ancora più forte.

           I cittadini al completo dichiararono l’albero “patrimonio naturale di Treehouse”, e così anche la vasta pianura circostante. Un luogo ideale per proteggere il cuore del villaggio, affinché l’identità di Treehouse non fosse più dimenticata.

           Col passare degli anni, Willie e Judy, cinti in un albero, sbocciarono in tanti frutti di bimbo che, una volta maturi, affrontarono il mondo senza aver mai paura di inciampare. Nessun bambino restò attaccato al proprio rametto. Willie Wollie non lo avrebbe permesso. Perché nascosta tra la folta erbaccia di un campo, per quanto alta sia, cresce sempre un fiore il cui odore può cambiarti la vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Appeso a un filo

Il signor Carlington pende da un filo. Se ne sta lassù, appeso per i lunghi baffi lucidati a dovere con olio di noce, appollaiato fra un balcone e l’altro di casa sua. Del tutto privo di cattive intenzioni, sorride beato. Non a qualcuno di preciso. Sorride e basta. Al sole, alla luna, alle nuvole, ai passanti incuriositi che a qualsiasi ora del giorno si assiepano per la strada, sotto di lui, con il naso rivolto verso il cielo e la testa piena di domande.

Perché se ne sta lì appeso? Che cosa vuole dimostrare? E guardate com’è vestito. Così elegante. Il panciotto, le ghette, l’orologio da taschino… Che stia pubblicizzando una marca di papillon?

Nessuno ha mai avuto una spiegazione logica. Da un giorno all’altro un uomo decide di appendersi a un filo per stendere i panni. Come spiegare un simile gesto? Ormai saranno già passati due mesi. Ne ha visti di soli e lune. Carlington lascia che il vento lo dondoli, sicuro che i suoi robusti baffi, curati e oliati a dovere, lo reggeranno ancora a lungo.

Quando il tempo si imbruttisce e una nuvola grigia colma d’acqua decide di fermarsi sopra la sua testa, Carlington estrae dalla tasca della giacca un ombrello da viaggio che spalanca disinvolto, allungando il manico con un rapido colpo di polso. Gli piace osservare il mondo appeso a un filo. Contempla il sole spegnersi all’orizzonte, mentre il cielo si tinge di calde sfumature rubizze. La città si estende di fronte ai suoi occhi, circondata dal verde degli alberi e dal giallo dei campi di granoturco. A guardarla da quella prospettiva gli sembra diversa da quella di una volta, quando ancora era costretto a stare con i piedi per terra. Passeggiava per le strade affollate, facendo attenzione alle macchine o alle cacche dei cani sparpagliate sui marciapiede come puzzolenti mine antiuomo. Per non parlare della fitta nebulosa caligine che si addensava nelle ore di punta. Era come muoversi in mezzo alla nebbia. I passanti procedevano a mosca cieca per paura di colpire in pieno un palo della luce avvolto dalla foschia. Spesso, durante i suoi giorni da bipede terrestre, aveva come l’impressione di trovarsi chiuso in una gabbia di matti, sporca e rumorosa, le cui pareti si alzano prepotenti sottoforma di vertiginosi palazzi luccicanti. No, non faceva per lui. Meglio appendersi per i baffi e osservare la vita dall’alto, circondato di calze e mutande svolazzanti all’odor di lavanda lasciate ad asciugare ai caldi raggi solari.

Nel palazzo davanti al suo vive un ragazzino di nome Buddy. Cicciottello, naso schiacciato e due guanciotte rotonde screziate di lentiggine. Buddy è una vera peste. Quando è nervoso scaricava la rabbia sui gatti, tirando loro la coda, o sui poveri bambini del cortile, minacciandoli con bastoni e lancio di sassi. E’ un pericolo per tutti e di conseguenza tutti se ne stanno alla larga.

Una mattina, svegliatosi più cattivo che mai, Buddy si affacciò alla finestra. Riconosciuto il signor Carlington appeso al filo per i panni, decise di fargli uno scherzetto. Aprì le imposte senza fare rumore, caricò la sua fedele cerbottana con una gomma da masticare ciucciata a dovere, prese la mira e fece fuoco colpendo in pieno la nuca di Carlington, il quale, ignaro, stava radendosi canticchiando la sua canzone preferita. Per poco non si portò via un orecchio dallo spavento. Il marmocchio scoppiò a ridere sguaiatamente. Senza battere ciglio, Carlington si girò dall’altra parte. Si era ormai abituato a simili scherzetti; i perdigiorno non gli interessavano.

Per fortuna Carlington non è solo. Ogni sera il fruttivendolo sotto casa sia gli consegna ceste di frutta e verdura grazie a una carrucola collegata al negozio. C’è poi il piccolo Ernest, un ragazzetto magro dai capelli rossi che da grande vuole fare il ferroviere. La sua è una vera fissazione. Se deve andare da qualche parte, ecco che Ernest ci arriva di corsa, imitando con efficace realismo il fischio dei treni a vapore. A suo parere solo i veri ferrovieri hanno sempre la situazione sotto controllo, perciò quando c’è da dare una mano, Ernest è sempre il primo a offrirsi volontario, anche quando la situazione non richiede per niente il suo trepido intervento. Carlington lo adora. Una volta, quello scricciolo gli aveva perfino salvato la vita. Era la festa della città e la banda cittadina stava per fare il suo ingresso a ritmo di tamburi e gioiose fanfare. Sui tetti come lungo le strade, il pubblico seguiva i musicisti cantando a squarciagola e battendo le mani. Non appena i musicisti videro Carlington appeso per i baffi scoppiarono a ridere. Alcuni di loro iniziarono a suonare con più convinzione, aumentando progressivamente l’intensità del suono. Volevano farlo precipitare a colpi di grancassa e squilli di trombe. Una cascata di acutissime note ricadde sui timpani del povero Carlington svegliatosi di soprassalto. Avevano interrotto il suo consueto pisolino pomeridiano. Per fortuna i forti baffi impomatati ressero il contraccolpo, ma dovette agguantare il filo con entrambe le mani per non finire di sotto. Le vibrazioni scuotevano il filo come la corda di una chitarra. Provò allora a cambiare posizione. Alzò una gamba fino a toccare il filo con il piede e lo girò attorno a esso perché vi restasse impigliato. Poi fece la stessa cosa con l’altra gamba. Rimase appeso a gambe larghe, ballonzolando sue giù senza posa, finché i musicisti, esausti, svennero uno dopo l’altro, ormai senza fiato. Ora che la banda era sistemata, il signor Carlington fece per buttare giù le gambe, ma non riuscì neanche a muoversi perché con tutti quei salti a destra e manca, il filo gli si era attorcigliato attorno alle caviglie. Immaginatevelo: appeso per i baffi e a gambe divaricate, paralizzato in quell’assurda posizione. Provò a chiamare aiuto, ma i baffi gli tiravano le labbra perciò gli era impossibile muovere la bocca.

Passarono le ore, poi un grosso corvo nero come la pece atterrò silenziosamente accanto a Carlington artigliando il filo con le zampe. Carlington intuì subito le intenzioni di quell’uccellaccio e cercò di allontanarlo come poteva, dapprima con qualche frase a effetto, poi, giacché il corvo non sembrava intenzionato a smammare, agitò il collo e le spalle così da scuotere il filo. Niente. L’uccello restò piantato dov’era senza muovere una piuma. Era proprio quel lungo becco scuro a preoccupare Carlington. Sapeva quanto fosse affilato e con quale facilità penetrasse nella carne. In un batter d’ala, balzò sui baffi di Carlington, e con spietata freddezza, iniziò a colpirli ripetutamente con la punta del becco. Costretto in quella stupida posizione, e per di più alla mercé dal corvo, Carlington si sentì mancare. Una goccia di sudore gli percorse la fronte. Ancora qualche minuto e i suoi bellissimi baffi si sarebbero sfibrati facendolo precipitare. Certo, aveva ancora i piedi legati al filo, ma non avrebbero retto il peso del corpo. Doveva assolutamente fare qualcosa, ma cosa? Il primo baffo cedette nel giro di un minuto. L’uccellaccio passò allora a quell’altro. Carlington non aveva altra scelta che chiedere aiuto. Urlò a gran voce, cercando di attirare l’attenzione della gente sotto di lui, ma la banda, riavutasi dal precedente sforzo, aveva ripreso a suonare. Quando anche l’ultimo baffo cedette, Carlington cadde in avanti, penzolando a testa in giù, appeso per i piedi. Lì per lì pensò di resistere, ma il peso del corpo sbrogliò il filo dalle caviglie e Carlington precipitò sulla strada.

Fece qualche metro in picchiata.

Era la fine.

Fu un attimo.

Una forza misteriosa lo spinse improvvisamente verso l’alto.

Uno strattone.

Gli strinse il petto e lo lasciò senza fiato per qualche secondo.

“Bravo Ernest. Ce l’abbiamo fatta!”

In quell’inferno di salti e piroette a testa in giù, riconobbe la voce del fruttivendolo provenire dal basso. Inebetito, indirizzò lo sguardo da qualche parte, ovunque, disperatamente in cerca di una spiegazione. D’istinto portò le mani sul petto. Tastò una corda. La riconobbe. Era quella della carrucola. Com’era possibile?

Il piccolo Ernest, avvertito il pericolo, aveva annodato la corda intorno a Carlington, sporgendosi come poteva da una finestra del palazzo. L’altra estremità era in mano al fruttivendolo, pronto a tendere la fune così da reggere Carlington una volta caduto. Lui non si era accorto di niente: la paura di sfracellarsi al suolo era così forte che non aveva neanche sentito scorrere la corda intorno alla vita. Non appena capì di essere in salvo trasse un sospiro di sollievo e lasciò che la carrucola lo cullasse fino a terra. Ernest si accertò subito che Carlington non si fosse ferito durante la breve ma considerevole caduta. Il fruttivendolo sciolse la corda e insieme lo aiutarono a rimettersi in piedi. Appena le suole dei mocassini poggiarono sul duro asfalto, Carlington provò una strana dolce sensazione. Erano mesi che non toccava terra. Faceva fatica a irrigidire le gambe per restare in equilibrio. A sostenerlo, per fortuna, le braccia robuste del fruttivendolo e i sorrisi di Ernest. Carlington tremava come una foglia. Si riprese poco dopo grazie a una corroborante tazza di tè caldo, ma quando Ernest si offrì di ospitarlo a casa sua per qualche giorno, Carlington cortesemente e con le lacrime agli occhi rifiutò. Vivere con i piedi per terra lo faceva sentire spaesato, completamente fuori luogo. Sebbene stare appeso per aria avesse i suoi pericoli, l’idea di tornare a camminare per le strade intasate dal traffico, correndo da un posto all’altro con l’incubo di vivere fra caos e ignoranza lo intristiva alquanto. Per un attimo provò quella terribile sensazione di smarrimento che lo aveva convinto a lasciare la terraferma e a vivere appeso a un filo. Con voce ferma e sicura, spiegò ai due amici i motivi della sua scelta e non mancò di ringraziare di cuore il piccolo Ernest per la sua commovente generosità.

“Non è facile trovare un bambino così educato oggi giorno”, gli disse scarruffandogli i capelli.

Il fruttivendolo regalò a Carlington un sacchetto di carta con dentro un paio di pere succose e un pezzo di formaggio, un coltello e un fazzoletto per pulirsi. Carlington lo ringraziò di cuore e abbracciò il piccolo Ernest. Lo avevano salvato e adesso era in debito con loro. Assicuratosi che il nodo fosse ben stretto, si preparò alla risalita. In un attimo fu di nuovo per aria, appeso per i baffi al suo caro dolce filo. Salutò dall’alto Ernest e il fruttivendolo che agitavano le loro manine. Era proprio fortunato ad avere due amici come loro.

Ancora oggi Carlington osserva il mondo dall’alto, intento a contemplare orizzonti, a contare le nuvole, a riposare a cielo aperto, con la pioggia o con il sole, a godersi tutto quello che gli altri sembrano aver dimenticato.

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Il sogno di Clark n.3

Avrebbe potuto raccontare l’accaduto. Avrebbe potuto esprimersi meglio. Avrebbe potuto risolvere l’intero anagramma. Ebbene, Clark avrebbe potuto se non avesse dormito tutto il giorno. L’eterna lotta fra il condizionale e il congiuntivo lo sfiancava ogni volta. Nonostante le buone intenzioni, la dura realtà dei fatti lo rendeva congenitamente incapace di concentrarsi e svolgere il proprio dovere.

Scriveva racconti per ragazzi e lo faceva con grande passione, ma proprio quando stava per fregiare il foglio bianco con la punta della penna (intenzione), un’ansia irrefrenabile lo coglieva alla sprovvista inducendolo a sedersi sul divano dove, in un attimo, cadeva addormentato (incontingenza). Clark era un gran sognatore, nel senso che sognava tanto.Durante queste lunghe dormite sul lavoro faceva tanti sogni divertenti che col passare del tempo diventarono spassose storie per ragazzi. In pratica lavorava dormendo e una volta in piedi correva a scrivere cosa aveva sognato riportando ogni minimo dettaglio. Le cose cominciarono a mettersi male quando Clark smise di sognare. Non una riga, non una squadra o un compasso di parole che avesse un senso compiuto finiva impresso sul foglio, e questo rendeva Clark particolarmente nervoso. Da un giorno all’altro, il suo editore gli sarebbe piombato addosso, ne era certo.

– Altolà! lo destò il dottor Ginepraio, l’editore. Ma cosa fa? Sta dormendo?

– Ah, mi scusi, dottore. Stavo giusto schiacciando un “raccontino”.

– Un raccontino! Mi prende in giro, forse?

– Affatto, dottore. Vede, quando devo iniziare una storia non posso fare a meno di addormentarmi. Per sognare, capisce? Così se viene fuori qualcosa d’interessante, mi sveglio e lo scrivo.

– Lei è un pazzo. Sono mesi che non ricevo un suo racconto. Sia chiaro, se continua così, la licenzio. Mi ha capito bene?

Per non tessere una questione di lana caprina, Clark indossò un’espressione di sincero pentimento così da far credere al Ginepraio che la sua lavata di capo era stata sufficientemente efficace. In verità, non gli fece né caldo né freddo, lo intiepidì soltanto. Il dottor Ginepraio in fondo non era un uomo cattivo; usava quel tono di rimprovero con tutti, anche con la moglie. Tipico comportamento da piccolo-borghese-tutt’un-fascio-di-nervi causato da troppo stress. Era solito sbraitare per la minima cosa. Se voleva che a tavola qualcuno gli passasse il sale, lo chiedeva urlando, per cui nessuno capiva se era davvero infuriato o se si trattava del suo normale torno di voce. In quel momento, però, il dottor Ginepraio era davvero fuori di sé. Non tollerava né la fannullaggine né la conseguente inettitudine di Clark, come di qualsiasi altro essere vivente. Per lui tutti erano nati solo per sgobbare. Ecco perché lo infastidiva vedere quello scribacchino poltrire di gusto mentre tutti gli altri si davano da fare per il bene della società. Non capiva che il suo era un sonno ispiratorio, non un sonno qualsiasi.

Clark si alzò dal divano, andò a sciacquarsi il viso e si mise a lavoro. Dopo aver contemplato il foglio bianco, avvertì la consueta morsa allo stomaco. L’ansia di scrivere stava per sferrare l’attacco a colpi di crampi intestinali. Cercò di contrastarla scrivendo una frase d’attacco: Avrebbe potuto raccontare l’accaduto se…

Frenò la mente, la quale fermò il braccio che bloccò la mano che a sua volta fece rotolare la penna sul foglio. Tutta la storia gli si srotolò davanti.

– Devo fare un sonnellino, si disse, convinto che riposare un poco avrebbe giovato alla sua poetica vena essiccata. Chiuse gli occhi e si ritrovò a girellare per i vicoli dei suoi sogni in cerca d’ispirazione. Magari questa si nascondeva dentro un cestino della spazzatura, o dietro l’occhio vitreo di un vecchio zoppo. Si svegliò dopo aver imboccato un vicolo buio, ma ricordò solo qualche immagine confusa, fra cui un piccolo Chihuaua coinvolto in uno spaccio di collari illegali. I minacciosi quadrupedi che lo circondavano sembravano aver fiutato odore di fregatura. In men che non si abbai si sera scatenata una vera cagnara.

– Non ha visto né sentito niente di bislacco mentre dormiva come un grillo talpa? sibilò il dottor Ginepraio felice di dargli una bella rampognata.

Clark scosse la testa e chiese al dottore un altro paio di giorni, promettendogli un libro straordinario. Quel diavolo d’un Ginepro gli si fece vicino. Più minaccioso di uno scaccino per mosche gli puntò l’indice della mano destra all’altezza del naso, e, adottando un tono di voce proveniente da chissà quale recesso del suo fegato bilioso, gorgogliò:

– Lo voglio pronto entro domani mattina.

Povero Clark, gli venne pure il capogiro. Ne aveva sognate di cose, ma non sapeva da dove iniziare. Ci pensò su, e siccome i suoi ricordi erano più bianchi di un foglio illibato, decise di prendersi un giorno libero. Tornò a casa e si distese sul letto. Doveva dormire. Avrebbe fatto così tanti sogni da scrivere un romanzo, ne era certo. Sognò un uccellino chiuso dentro un orologio a cucù. Il suo compito era semplice: far cucù quando era l’ora di far cucù. Ma l’uccellino era un timido pennuto. Aveva paura di sbagliare o di far cucù con un cinguettio troppo debole per quel tipo di mestiere. Perciò quando le lancette si posizionavano orgogliose sui numeri giusti, segnando l’ora di entrare in scena, l’uccellino correva a nascondersi dietro i rumorosi ingranaggi dell’orologio. Il terrore di uscire e far cucù gli incollava il becco. Per questo era sempre triste. Aveva perso così tanto tempo che adesso arrossiva di vergogna quando gli altri uccelli a cucù lo prendevano in giro perché il suo orologio era sempre indietro.

Clark si svegliò di soprassalto. Aveva il fiatone e grondava di sudore. Era ancora notte. La luce della luna filtrava dalle imposte disegnando piccole strisce luminose sulla parete della stanza. Conosceva il significato di quel sogno. In fondo non era poi così diverso da quel timido uccello a cucù. Anche lui aveva perso tanto di quel tempo a sognare i sogni sbagliati che neanche ricordava quale fosse stato l’ultimo sogno davvero originale, e questo perché aveva paura. Aveva il terrore di non essere più un bravo scrittore, che le sue storie non avessero un senso né facessero divertire. Semplice paura di sbagliare. Afferrate carta e penna proseguì la frase sul foglio:

Avrebbe potuto raccontare l’accaduto se non avesse dormito tutto il giorno per paura di sbagliare.

La storia si spiegò di getto, parola dopo parola, riga dopo riga, come un fiume in piena. Era tornato a essere un vero scrittore.

L’indomani mattina lasciò il manoscritto sulla scrivania del Ginepraio. Il titolo era “Sogno n.3”. Poiché doveva iniziare al più presto un altro racconto di successo, si sistemò sul divano. Dalle tasche estrasse due tappi di cera per orecchie con cui serrò le entrate dei suoi padiglioni auricolari. In questo modo nessuno lo avrebbe disturbato mentre era a lavoro. Si addormentò e cominciò a sognare. Si svegliò dopo qualche ora con un paio di mani strette intorno al suo collo. Appartenevano al dottor Ginepraio, spazientito dall’imperturbabile sonno di Clark che fino a quel momento aveva resistito impavido per ore alle sue urla ferocemente chiassose.

 – Svegliati! urlava a squarciagola. Hai scritto tu il libro che è sulla mia scrivania? Rispondi!

Clark non capiva: era ancora imbambolato dal sonno. Per di più aveva le orecchie tappate e la voce del Ginepraio gli arrivava insolitamente debole, come se provenisse da una galassia remota.

– Togliti subito dalla faccia quell’aria da incapace, lo intimò il Ginepraio agitando il pugno per aria.

– Audace? domandò Clark che con le orecchie imbottite di cera non capiva un’acca.

-Incapace! In-ca-pa-ce! Ci senti?

Clark era sempre più stupito

– Acacie? Cosa c’entrano le acacie?

Poi realizzò:

– Aah, rapace! Poteva dirlo prima. Latino, ottava declinazione: rapace, rapacae, rapacis, rapacibus.

Il Ginepraio, ormai fuori di sé, diventò rosso in faccia e, dopo uno strano sussulto, saltellò da una parte all’altra dell’ufficio con la stessa irrefrenabile frequenza di un martello pneumatico, dopodiché, cadde sul pavimento a gambe all’aria.

– Che ha detto? domandò Clark togliendosi uno dei tappi dalle orecchie.

Il libro fu stampato lo stesso e vendette milioni di copie. La critica di tutto il mondo lo accolse come il nuovo grande capolavoro della letteratura per ragazzi. Grazie a quella storia migliaia di bambini impararono ad affrontare le loro paure e a non arrendersi alle difficoltà della vita. Insomma, fu un successo colossale. Il Ginepraio si riprese solo dopo qualche settimana dallo spiacevole incidente. Quando gli comunicarono che il libro di Clark stava andando a gonfie vele, guarì immediatamente e un sorriso di sincero gradimento si dipinse sul suo volto paonazzo.

Clark festeggiò con una sonora dormita. Da quel giorno, imparò a prendersi il suo tempo e scrisse solo storielle divertenti. Chi lo vedeva dormire sul divano dell’ufficio continuava a pensare che fosse un fannullone. Clark, invece, lavorava. Dormiva, sognava e lavorava.

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Gelatina

C’erano Twiggy, Wiggy, Willie, Wendy, Wollie, Sally, Sandy, July, Jimmy, Timmy, Jessie, Gerry, Larry, Henry e Berry. E c’era anche Billy, il fidanzato di Randy, accompagnato dal fedele cane Vargas.

 D’estate il corvo battibeccava col sole in un impeto di Cornovaglite e questi (il sole) infastidiva la vecchia Tessy costretta così a stringere gli occhi – era cieca, ma era meglio non farglielo notare). Possedeva il Dark Star Luna Ciark, un luogo desolato, ma anche defilato, magari un po’ insensato che lasciava senza fiato, e ne uscivi depilato.

 Lo scivolo al gommosio era pieno di bambini e Jimmy come gli altri stava in fila zitto e mosca, mentre Wiggy insaponata consolava un pover’uomo raggrinzato in un calzino. Allora Willy di soppiatto rubò un filo interdentale, con il quale colse un fiore dall’occhiello di un cappello; poi cinse il pover’uomo in un nodo alla francese e con aria di sussiego disse: “Pensa al tuo futuro”. Ci fu chi saltellò, ci fu chi pedalò, ma solo il prode Twiggy ebbe il coraggio di sparare

 Bang Bang!!

 Sandy danzava in tondo con Billy. Timmy li salutò, prese gli altri e se ne andò. Quando giunsero a casa di Leslie il sole sfumò all’orizzonte con un clic assonnato, giusto per infastidire il corvo spennato.

Allora Vargas, ispirato, al vento ululò.

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Mary oltre le colline

Mary abita oltre le colline. Un soffio di vento e per lei il sole splende. Nacque in un giorno di primavera, da una goccia di pioggia caduta di sbieco, alle porte di un grande villaggio circondato da olivi e campi di grano. Poco più in là, un fitto bosco di querce cresce intorno alle placide sponde di un lago. Mary, che adora disegnare, ne fece un quadretto colorato a fiori di pastello, seduta dietro un cavalletto di germogli.

Un giorno, alzatasi di buon’ora, dopo essersi bagnata nelle acque del lago, si diede alle faccende domestiche: ripulì la radura dalle ombre notturne, rassettò i cespugli scarruffati dal vento e pettinò le colline con una carezza. Poi, fermatasi per riprendere fiato, tese l’orecchio al villaggio, ma non udì né uno sbadiglio né un colpo di tosse né il consueto cicalio delle donne al mercato. Un insolito silenzio serpeggiava fra le vie acciottolate del paese. Incuriosita, Mary si sporse dalla collina e ciò che vide la fece impallidire. I rigogliosi giardini delle abitazioni avevano perduto il loro smagliante colore, sostituito da un verde sbiadito, privo di vita. Il pozzo al centro del piazza si era prosciugato e la gente si trascinava per le strade come in cerca di qualcosa. Ma quel che turbò Mary furono i volti lividi, gli occhi spenti, quelle espressioni dimesse e appiattite con cui gli uomini comunicavano vicendevolmente sospirando o alzando le spalle, sconsolati. Alcuni, presi dalla disperazione, nascondevano la faccia fra le mani, altri si fermavano chiedendosi: “Perché? Perché?”, ma visto che nessuno era in grado di rispondere, avviliti tornavano a ciondolare con gli altri per strada. Neanche Mary conosceva la risposta; non capiva il motivo di tutti quei “perché” quando il sole splendeva alto nel cielo e gli uccelli cinguettavano felici. “Bé,” si disse, “se non sanno dov’è la risposta, la cercherò io per loro”. Così si mise in cammino, convinta che trovare una risposta fosse un gioco da ragazzi.

Salì sulla collina più alta, la sua preferita, dove i grilli cantavano felici quando la brezza leggera piegava con premura i fili d’erba. Guardò dappertutto, ma non trovò alcuna risposta. “Deve pur essersi cacciata da qualche parte”, esclamò grattandosi la testa. Rovistò le alte cime degli alberi che con le punte dei rami le solleticavano le ginocchia; scosse il letto del fiume, ma non cadde niente – a parte qualche goccia d’acqua. Controllò anche il fondo del mare, ma ritrovò solo il vecchio cigno di cimosa stagna perduto tanti anni fa, quando era ancora una bambina. Affranta, si sedette sulla spiaggia per lasciarsi consolare dal tramonto; appoggiò la testa su uno scoglio e mitigò la corrente disegnando con la mano dei cerchi sulla superficie dell’acqua. Continuò a domandarsi quale fosse la risposta e dove potesse essersi rimpiattata, ma poi la stanchezza vinse l’ostinazione e Mary precipitò in un sonno profondo. Sognò una collina e un bambino dagli occhi verdi che le indicava un imponente tendone da circo. Lo vide allontanarsi fra gli alberi, così lo seguì chiedendogli il perché di tutta quella fretta, ma lui le rispose solo con un sorriso. Giunta all’entrata, Mary non poté fare a meno di dare una sbirciatina e infilò la testa dentro il tendone. Sulla pista decine di persone giravano in tondo tenendosi per mano, oppure danzavano a ritmo di musica, scherzando e parlottando fra loro. Quando videro fare il suo ingresso, la accolsero con inchini e sorrisi di gioia. Qualcuno le afferrò educatamente la mano e la invitò a partecipare al girotondo. Mary accettò con le lacrime agli occhi: era così felice che iniziò a girare, girare e a girare… finché di colpo, non si svegliò.

Era ancora sulla spiaggia, distesa sulla sabbia bagnata; l’acqua le aveva sciolto i lunghi capelli spargendoli sulla battigia. Accanto a lei, sedeva un bambino dal volto paffuto che tanto assomigliava al fanciullo appena sognato. Mary riconobbe subito gli occhi verde mare. Perciò, presolo per mano, lo accompagnò al villaggio. I tristi abitanti vagavano ancora attorno alla piazza: nei loro occhi neanche una barlume di speranza. Il bambino tirò allora fuori dalla tasca un piccolo circo meccanico dipinto a mano, lo appoggiò al suolo e si allontanò di qualche passo. Partì una simpatica fanfara e il giocattolo cominciò a girare su se stesso, prima lentamente poi sempre più veloce, come una trottola impazzita. La musica aumentò il ritmo fino a trasformarsi in un fischio assordante. Si udì poi un gran botto e un enorme tendone colorato apparve al centro del villaggio. Gli abitanti sgranarono gli occhi, stavolta increduli. Con cautela, si avvicinarono all’ingresso del circo, dove un clown dalle lunghe gambe li accolse gettando loro coriandoli e stelle filanti.

Un circo così non si era mai visto. Fra le varie attrazioni c’era anche un domatore di leoni. Con un semplice gesto spalancava le fauci della bestia e, infilata la testa fino all’ugola, spruzzava del colluttorio alla menta così da aromatizzare il fiato leonino.

Il bambino sparò dei fuochi d’artificio che esplosero in cielo in un carnevale di crepitii. Subito dopo, le case, i tetti, i portoni e pure gli abitanti furono investiti da una pioggia di sgargianti colori che decorarono il villaggio, riportando il sorriso sui volti e sulle facciate. Dall’alto della collina, Mary rideva come una matta. “Ecco la risposta!” esclamò. Gli abitanti avevano solo bisogno di condividere cose belle e colorate per trovare di nuovo fiducia in se stessi e negli altri.

Quel giorno il villaggio uscì dal grigiore quotidiano e ognuno riconobbe nell’altro gli stessi colori di vernice piovuti dal cielo. Dopo quella volta, Mary non sognò né vide mai più il bambino, ma non s’intristì: insieme avevano trovato la risposta a tutti quei “perché”.

Un nuovo sole oggi splende alto nel cielo, proprio dietro casa di Mary. Fatta di colline, oltre le colline.

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Il sogno di Andy

     Chi era Andy Clemance? Era uno che sognava. Tanto. Ma si annoiava, tanto.

     La sua era una noia mortale, bipolare, che col tempo divenne via via secolare. Si annoiava perfino di svegliarsi la mattina, tutto cisposo e stralunato. Cappellino da notte in testa; ai piedi giganti ciabatte, le cui suole di morbida gomma bembè, lo spingevano ancora sognante verso il bidè, in fondo al corridoio.

    Per Andy il più brutto giorno della semana era il martedì: giorno della visitina alla mamma, chiusa fra quattro pareti imbottite di piume. Diceva che stava bene là dentro, che le pareti le tenevano compagnia raccontandole divertenti avventure scimmiottesche, talvolta con quell’attore o con quel conduttore (elettrico) che ammirava tanto. Andy passava intere giornate a sorbirsi noiosissimi discorsi privi di senso, altalenati a pause lunghissime che avrebbero fatto crescere la barba anche al più incallito dei glabri. La pazienza non era certo il suo forte: dietro i tanti forzati  cenni di assenso rivolti a mammà, Andy sognava di fuggire lontano e svoltare la vita da zero.

     Fu in un giorno assolato d’agosto che il suo cervello si convinse a fare tic piuttosto che tac. Se voleva cambiare vita sul serio, doveva assolutamente trovarsi un lavoro. Non a casa sua, sia chiaro; all’estero, a giro per il mondo.

      Per giorni pensò e ripensò a cosa poteva fare da grande (anche se aveva trent’anni suonati!). Poi, di colpo, la testa gli si spalancò.

      “Eureka! Diventerò un lottatore messicano!”

     Così, dal cassetto-prigione liberò una serie di ricordi stropicciati di quando era in fasce e senza un capello. Fra giocattoli scassati e noci di cocco ritrovò un vecchio un poster ingiallito dal tempo che ritraeva un ometto irsuto intento a stritolare un povero culino. La maschera dell’uomo lasciava intravedere un sorriso protervo. Andy si ricordò che uno dei suoi più grandi sogni di bambino era di poter lottare su un ring, mascherato da lottatore di lucha libre e di sconfiggere temibili stritolatori di culini. Come poteva averlo dimenticato?

     Senza pensarci due volte fece armi e strabagli e partì alla volta del Messico, la patria in cui i sogni diventano realtà senza troppi grattacapezzoli per la testa.

     Il viaggio fu lungo e stancante. Non appena mise piede sulla rovente sabbia messicana, un omino dagli occhietti curiosi gli si fece incontro, salutandolo alla zuava. Portava un cappello di velluto calato sulle ventitré e un paio di scarpe sfondate di un colore decisamente fuori moda.

       “Hai la puzza da campione figliolo, si odora lontano un miglio”.

       “Dice a me?” sfrizzolò Andy, guardandosi intorno.

      “Si bumbaccione, dico a te. Mi chiamo Susito e di campioni me ne intendo. Ti va di allenarti con me? Ti farò diventare il più grande lottatore messicano, anche se non sei messicano.”

       Allora Andy, che si fidava anche del primo scemo che rutta, decise di seguire Susito e si iscrisse al torneo maximo de lucha libre de todo el Mechico. Per parteciparvi però dovette cambiar nome.

        “Ogni lottatore che si rispetti ne ha uno,” disse Susisto.

      Così divenne Andy Merendi (il nome glielo detto un vecchio capace di sputar più lontano di un lama tibetano). Con la sua maschera rosso fuoco, l’aderente tutina violetta e un costante allenamento a base di nocchini, nel giro di pochi dies, Andy mise a tappeto – nell’ordine: El Santo, Blue Diablo, Black Shadow, Jujino, Lopez Lopé, Mascaras, Galindo, il Medico Asesino e il temibilissimo Granada.

     Arrivò in finale in un batter di pugni, ma se voleva conquistare il premio pesi bomba doveva stenderne ancora uno. Si trattava di Senor Tormenta, il trichechico macinatore d’ossa. Di lui si dicevano cose cattivelle: che era capace di spezzare le schiene dei suoi avversari con semplice un colpo d’anca, che sapeva come farti dimagrire saltandoti addosso ripetutamente. Più mastodontico di Rodi e del suo colosso; peloso al punto da imbottire tutti i cuscini di Caracas, Senor Tormenta era l’incubo di tutti i lottatori messicani, e non.

     Andy si sentiva in splendida forma. Nei giorni che precedettero l’incotro si allenò duramente  assieme a Susito e al suo nuovo assistente Chuba Capra, così chiamato perché al posto di parlare, belava – è solo un piccolo difetto di pronunzia, diceva lui.

      La sera dell’incontro giunse indisturbata tra ponchi e sombreri scaraventati da un angolo all’altro del ring. Il locale era gremito di soli pazzi messicani in delirio: sciamannati assetati di sangre che reclamavano a gran voce la loro dose di sana lotta libera. Al suono di chitarre scordate e latrati di cani in calore, l’ombra di Senor Tormenta calò sopra le loro teste. Andy cominciò a sudare freddo; ebbe come l’impressione di aver fatto un grosso errore. L’odore di rum e di polvere da sparo provocò nel suo pancino un’irresistibile stimolo cacchifero. O forse fu solo paura…

     I due lottatori salirono sul ring. La soverchiante mole del flagellatore d’ossa sovrastava l’esile corpicino di Andy che, colto da un conato di cus cus indietreggiò senza esitazione. L’improbabile match principiò.

      Fra le urla e i volgari intercalare del pubblico, Andy costeggiava le corde del ring in punta di piedi con la speranza di non farsi acciuffare, ma gli stivali troppo larghi ai quali era molto afecionado, erano così ingombranti da farlo inciampare continuamente. Tuttavia, trovò il tempo di rammentare le parole che Susito soleva ripetergli settemila volte al dì:

       “Fra le gambe! Fra le gambe! Stupido d’un inglese!”

     Lanciatosi su quelle gambe massicce, Andy scatenò una tempesta di nocche sulle pelotas del Tormenta, il quale, con un grido di dolore, si accartocciò su se stesso e declinò alla stregua di una montagna che starnutisce moccio a valanga.

    Andy aveva vinto! Lo investì uno scroscio d’applausi, poi, u di lui discese una pioggia di bottiglie di tequila. La folla in delirio lo condusse nella plaza principale e qui venne imbastita una festa in suo onore. Anche se col volto tumefatto dai colpi del Tormenta, Andy sorrideva felice a tre denti. Aveva finalmente realizzato il suo sogno…

       Ma bisogna saper distinguere la leggerezza di un sogno dallo schiacciante peso della realtà.

       In realtà, El Senor Tormenta lo aveva letteralmente schiacciato sul ring, accaparrandosi il titolo di stramega campione dopo appena trenta secondi dall’inizio dell’incontro. Fu lo scontro più breve di tutta la storia della lucha libre messicana. Che colpo, povero Andy. Lo avevano portato via con la barella. Aprì gli occhi dopo appena sei giorni di coma.

     Ritrovatosi su una culla d’ospedale, penzoloni sul soffitto adagiato su una morbida amaca da campo, Andy non poteva muovere un muscolo. Gli restavano sani solo le dita delle mani e i pollicioni dei piedi, le sole parti a sporgere curiose dalla colata di gesso che lo rivestiva. Susito e Chuba Capra lo imboccavano con amore.

      Eppure, nonostante avesse perso di brutto, Andy era comunque felice. Partito tutto solo alla volta del successo, era riuscito a sfiorare per un pugno il titolo di campione. Pazienza se la fascia era andata a quel bodda del Tormenta.

        “Nelle cose bisogna almeno provarci,” si rallegrò e sorrise ai suoi due simpatici amici.

      Da quel giorno in poi tutti lo ricordarono come Andy Merendi, detto “El grande merendero”, pieno di lividi e dall’accento messicano da vero purosangue Senor.

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Don de Valente e Vigo de La Muerte

Nella rivoluzionaria Spagna, in castigo all’angolo d’Europa, viveva un caballero di pelo vestito, il cui nome di morte, ancora oggi, riecheggia da un paesito all’altro. Lungo i sentieri ustionati dal caldo, quel nome tanto odiato trascinava con sé una triste malediciòn: bastava solo mormorarlo per sentirsi in procinto di escacazzare sul posto, dando stura a potenti ruggiti di pancia-tequila. Un nome carico di paura e pestilenza: Vigo de la Muerte. Di nequizie campione, bandido di mestiere, con un occhio di vetro e l’altro di cuoio, ovunque guardasse causava sciagure.

   Unico suo nemico – perché gli altri aveva già matadi, lo sceriffo Don de Valente. Mui onesto, mui cordial; in groppa a “El Pipon”, suo fedele cargador, percorreva il deserto con un solo intento: arrestare Vigo de la Muerte.

   Sulla testa di Valente, nascosto sotto il cappello, cresceva un fiore blu cobalto. Come mai, vi chiederete? Ebbene, dobbiamo indietreggiare nel tempo, ai giorni in cui toda l’Espana, ancora oggi, festeggia il santissimo giorno della Vergine Madre. I ninos corrono scalzi per le polverose vie del quartiere e i mariachi, ubriachi, pizzicano corde di chitarre scordate all’ombra dei los pinos, fonte di frescura per la caliente pasion di muchachi mucho machi.

   Come stabilito, Don de Valente e Vigo de la Muerte s’incontrarono a mezzodì nella plaza principal del mercato central. Solo un vecchio regolamento di conti dovuto a chissà quale mancanza di rispetto. Il loro odio era profondo, un’inclinazione natural. L’istinto di spararsi addosso ovunque s’incontrassero, prendeva ogni volta il sopravvento. Se fossero stati due punti geografici, si sarebbero chiamati Artico e Antartico: luoghi opposti fatti della stessa sostanza.

   Così, in quel torrido giorno d’estate, si squadrarono con stile, dallo sguardo molto ostile; poi dal nulla picchi, botte, storci de collo per toda la plaza. Immaginatevi i preti, i bandoleri e i cani randagi, spaventati da quel turbine di forze irruenti. Madre de Dios! imprecavano. L’uno avvinghiato all’altro, impolverati fin dentro gli stivali, rotolarono lungo la strada acciottolata dandosele di santa ragione. Da vero senor, Valente chiedeva il permesso all’avversario prima di prenderlo a cazzotti sul grugno. Di solito de la Muerte declinava, e stavolta, rigirando con garbo lo sceriffo, gli sferrò un formidabile pugno sulle pelotas. La voce gli rimase incantada su note bianche per molte semanas. De Valente lanciò un acuto così assordante da incrinare un boccale di cerveza. Il volgo lo applaudì impressionato. Approfittando della confusione, Senor de la Muerte fiondò un tosto ceffone sul culo di “El Pipon” che tranquillo sostava alle spalle del padrone. Il duro zoccolo della legge colpì le chiappe di Valente, il quale schizzò come un pesce siluro verso il muro di cinta del Palagio de Ingiusticia. L’impressionante contraccolpo scosse un vaso di coccio su cui prosperava un piccolo flore blu cobalto. Il vaso piombò giù dal terrazzo dritto sulla testa di Valente, penetrandogli nel cranio con immane precisione.

   Da quel giorno, il povero sceriffo fu costretto a nascondere il fiore sotto il logoro sombrero, ma non poté evitare lo spietato scherno del pueblo.  “Occhio, sta arrivando lo sceriffioraio!” oppure “Non mi arresti. Se vuole le do una potatina!” e giù tutti a pisciarsi dalle risate.

   Benché simili battute lo ferissero, Don de Valente imparò a prendersi cura di quel fiore garrulo ormai radicato nel cervello. Per certi versi era suo debitore. Vi ricordate?

    Era passato un anno dall’ultimo incontro con de la Muerte. Per ben tre settimane il prode sceriffo batté la piana giorno e noche sulle tracce del maldido bandido. Esausto, decise di schiacciare una siesta. Sceso da “El Pipon” e, appoggiata la schiena a un’alta roccia, scivolò di colpo in un sonno profondo. Sognò di stare sdraiato su un materasso gommoso a forma di “taco”, cullato da un mare di sangria. Di tanto in tanto, se la sete attanagliava, allungava il braccio verso un grosso cucchiaio di legno che affogava avidamente in quel dolce liquido rosso. Poi stirava le gambe e riprendeva a sonnecchiare… beatos… beatos…

    Passarono i giorni, e Don de Valente proseguì la sua siesta, incurante di una tempesta di sabbia, decisa a scrollare un po’ di zavorra proprio sopra di lui. Il cumulo di sabbia, alto quanto la roccia su cui si era appisolato, lo sommerse per intero. Il fiore, piantato sulla cabesa, fu l’unica parte di sé a restare allo scoperto: di giorno si scaldava ai raggi del sole; di notte, col calar del calore, si chiudeva in un soffice letto di seta. Valente rimase sottoterra per quasi due mesi immerso in un letargico sopore.

    Una sera giunse un chico de nome Epifanio, innamorato di una chica chiamata Gilena, la più caliente senorita di tutta Valencia. Pensava a lei ogni giorno e quando s’imbatté nel fiore dai petali blu, intuì prontamente il da farsi. Cinse delicatamente il gambo fra pollice e indice e tirò, pensando alla bella figura che avrebbe fatto presentandosi all’amata Gilena con un fiore così delicato; ma il fiore non si mosse di un millimetros. Epifanio, stupito dalla forza delle radici avvinghiate al suolo, provò a svellerle con maggior decisione. Tira e tira, il fiore restò piantato dov’era. Il povero Epifanio fu lì lì per far fiesta, ma gli bastò il pensiero di Gilena – dal soave sorriso sdentato – per sentirsi di nuovo invincibile. D’altronde si sa quanto l’umana natura sia tenace di fronte a una sfida. Così, quando questa si mostra talmente spietata da indurre alla resa, facendoci credere di fragile tempra, ecco che un improvviso vigore, infiammatosi dal nulla, ci spinge a tentare ancora una volta.

    Tira, cico bombo, tira che ti sposa! Epifanio strattonò il fiore con sì tanta veemenza da sentirsi mancare. Il volto gli si tinse di tutte le sfumature del rosso rubizzo; le mani, le labbra e le vene de los collos si gonfiarono come peperoni. Potete immaginare quale fu lo stupore quando, estratta la pianta, si accorse di aver riesumato il corpo di un uomo privo di sensi e con un fiore attaccato alla testa. Epifanio svenne sul colpo mentre de Valente seguitò a dormire come se niente fosse, ancora immerso in un sogno di sangria.

    Si narra che in quell’istante una macabra risata risuonò per la valle, rinsavendo di colpo lo sceriffo: Vigo de la Muerte, il suo sassolino nella scarpa, era là, nascosto da qualche parte.

    De Valente ne era certo: un giorno gliel’avrebbe fatta pagare.

****************

    Era un arido meriggio estivo. Don de Valente annaffiava con cura il fiorellino, rovesciandosi in testa un poco d’acqua fresca. Dopo giorni di vero lerciume ne aveva proprio bisogno. Fece per mettersi in sella quando un riflesso sulla cima del crinale attirò la sua attenzione.

    Ora, che sulle montagne fosse stata allestita una rivendita di specchi era alquanto bizzarro. “Il giorno della fiera di Real Trinidad cade di Disembre”, constatò lo sceriffo. Come un fulmine sfreccia nell’espejo de cielo, un brivido gli salì lungo la schiena. Solo un riflesso era capace di accecare in quel modo: quello dell’occhio di vetro di Vigo de la Muerte. Iride opalescente, specchio di un sole vanesio.

    Con una pistola pronta a gridare al posto della falce, il nero pistolero giocava a fare la morte. Valente calò il cappello sulla testa, attento a non schiacciare il piccolo fiore. Stavolta gliel’avrebbe fatta pagare a quel pallone gonfiados.

    Assunse la posizione da duello, ascoltando l’assordante silenzio della valle, interrotto soltanto dal sibilo di un serpente di passaggio. I due si scavarono con gli occhi; ma per Valente fissare a lungo quel riflesso sfavillante era peggio che esaminare la fulgida pelle del sole a occhio nudo per scorgervi dei nei.

   Fu come un battito d’occhi. Un impercettibile cambiamento di scena. Neanche si accorse del destro esplosogli sul grugno. Sabbia e sangue gli impastarono la bocca. Un altro colpo, stavolta un calcio alla Gaudì, lo scaraventò come fosse una palla in mezzo di strada. Lo sceriffo non ebbe il tempo di riprendersi che una rapida gragnola di colpi si rovesciò impietosa su ogni parte del corpo. Gli dolevano braccia e gambe mentre la testa ronzava più di un cavallo a motore. Non poteva crollare, no, ancora no.

   De la Muerte si avvicinò con la sua tipica andatura dinoccolata; lo alzò da terra e, senza dir motto, iniziò torcergli il collo fra i polpacci irsuti. Valente sentì la laringe scricchiolare. Come poteva l’aria passare da un corridoio così stretto?  Inutilmente tentò di sciogliere il cappio-falange stretto al collo. Fu allora che vide l’occhio. Freddo e vuoto: un abisso di ghiaccio. Sul fondo di quel pozzo nero come il cuore di un dannato, scorse un bagliore. Non era troppo distante, né poi così freddo. Poteva quasi toccarlo. Valente si meravigliò di avere ancora un’idea. E forse de la Muerte se ne accorse, perché ebbe come un sussulto. Lo sceriffo smollò una rumorosa loffa puzzona, giacché di aria ne aveva trattenuta abbastanza. L’afrore di pasta e fagioli uscito dalle chiappe della legge raggiunse il naso del bandito che, schifato, lasciò la presa e iniziò a tossire senza posa. Raccolte le forze, lo sceriffo si fiondò sull’avversario, subissandolo di colpi, e continuò, finché de la Muerte non perse i sensi. O almeno, così volle fargli credere…

   La tattica era la stessa da anni: fingere di essere svenuto, far avvicinare l’avversario e infine colpirlo di sorpresa (ihihih!)

    Andò tutto come previsto. Valente, da vero uomo d’onore, per paura che il bandito fosse spirato, principiò a schiaffeggiarlo con toste manate, ma dato che questi continuava a non dar cenni di vita, mosso da quell’amore che provava verso ogni suo egual, si fece coraggio e, avvicinate le labbra a quelle nemiche, soffiò aria fresca a più mandate. Fu a quel punto che De la Muerte lo atterrò con una testata. Potete figurar che botta su di diè! Il bandido aveva già estratto el ferro dalla fondina in pelle umana e adesso lo teneva puntato sulla stella d’oro, fissata sul petto dello sceriffo.

    “Aiaiai, aqui la cosa se pone mal”, pensò. Se la Muerte non aveva ancora premuto il grilletto voleva dire solo una cosa: duello all’ultimo sangre. Lo sceriffo ci pensò su. L’idea di sfidare uno dei pistoleri più veloci di Espana, non gli piaceva affatto, ma  arrendersi sarebbe stato come ammettere ufficialmente di essere un “cacasottosenorito” di prima qualità. Con l’arma ancora puntata addosso, si rialzò e allungò le dita sul cinturone, fino a sfiorare il calcio d’avorio della fedele Lolita. La estrasse con cautela mentre un colpo di vento gli portò via il cappello, scoprendo il fiorellino piantato sulla testa. Sul volto di De la Muerte si dipinse un sorriso beffardo.

   Visti così, l’uno di fronte all’altro, si poteva pensare che fossero privi di vita, a eccezione dei colpi di corason che risuonavano in quei petti pasciuti. Sicuri della loro infallibile mira, continuarono a studiarsi per un tempo incalcolabile, poi, il fruscio di una lucertola in fuga distrasse il nero bandito.

   Un colpo. Vetri infranti.

   Le tenebre calarono su de la Muerte.

   Perfino Valente, stretto alla fumante Lolita, annaspò nel buio per qualche minuto. Il fiorellino si chiuse dallo spavento e iniziò a tremare come dovrebbe saper fare una foglia. De la Muerte, si tastò il petto come in cerca di qualcosa. Alzò lo sguardo: nel cielo brillavano le stelle. Passò un po’ di tempo prima che i due si accorgessero del danno colossal.

   Pur avendo sparato, lo sceriffo non se l’era sentita di colpire l’avversario: era sicuro che se lo avesse fatto si sarebbe sentito, come dire?… “solo”; privato della sua stessa ombra, a cui in fondo era affecionado. Perciò aveva sproiettilato in aria, ma chi mai poteva immaginare che così facendo avrebbe centrato in pieno la palla solare, posta sopra di loro, abbuiando tutta la vallata? La situazione era piuttosto grave. Non si può vivere in un mondo senza sole! Per un mero rancore passional, i due pistoleri rischiavano adesso un pubblico linciaggio. Qualcosa andava fatto, e subito.

   Di comune accordo decisero d’interrompere le ostilità: giusto il tempo di sistemar insieme la faccenda. La rotonda lampada celeste si era spezzata in dos parti egualos, così ognuno si mise a spingere una metà, avvicinandola all’altra. De Valente spingeva di schiena; De la Muerte, chino sulla propria fetta di sole, con le braccia. Ecco a cosa porta la discordia fra due persone…ma ancora nessuno dei due, sfiancati dalla fatica, formulava simili meditaciones.

    Unendo le loro forze congiunsero il sole e un grido di gioia si alzò verso un cielo di nuovo lusiente. Esausti ma felici, i due si strinsero per la prima volta la mano – e non le armi. Dai loro volti albeggiò quello che potremmo definire un sincero sorriso di amicizia. Il sole, veloce come un razzo, riprese il proprio posto e trascinò con sé i due pistoleri oltre le nuvole, oltre le stelle, superando le onde increspate del cielo. Il piccolo fiore dello sceriffo ruotò a girandola, bagnando l’arida terra con una soffice pioggia di petali blu.

Mai come allora las voltas celeste regalò tanta pace a todo lu mundo, svegliatosi quel giorno, per ben due volte.

 

                                                                                                                                             Filappe

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Sui Tetti di Kellinger

Un giorno a Kellinger, cittadina ridente a crepapelle, pazzò un vento così folle da spolverare il cielo di ogni sua pantufola, ovvero nuvole in pantofole.

  Era inverno, e il freddo polare di nero vestito, strinse la città nelle spire di un mantello ventoso, dietro cui teneva celati un paio di baffi ghiaccioli. Rincorreva i passanti indaffarati, e una volta avvicinata la bocca al collo del malcapitato – magari privo di sciarpa -, solleticava la sua pelle con un brivido, rendendola tutta pillaccherosa.

 Tra le braccia del vento, gli alberi a dondolo della piazza principale ondeggiavano le chiome spettinate, mentre stormi di cartine e cartastracce trascinati dalla corrente, si impigliavano sui rami più alti. Perfino gli ombrelloni dei bar ombrellavano diretti chissà dove, a passo di danza-danzè; quando un colpo più tosto gonfiava la loro corolla, questi, piroettavano lontano andandosi a posare sulle antenne delle case, come rotondi cappelli colorati sulla testa di esili ometti.

   Un vento simile non si era mai visto e tutta Kellinger lo sapeva bene.

   Anche Alec lo sapeva, importunato da uno spiffero barboso scivolato in punta di piedi nel suo appartamento (non si sa come, né da dove).

  Uuuuh! Uuuhhh! Ululava così.

  Non aveva chiuso occhio: ogni volta che il vento bussava alla porta, il sonno lo accoglieva in ritardo, e i continui sussulti delle finestre lo scuotevano come un culotto tra le lenzuola. Perciò non gli restava altro che alzarsi, sbadigliare e trascinarsi ciabattando per le stanze appisolate, con un non-nulla da fare tra le mani. Credete a me: una notte di spifferi è peggio di una guerra tra pifferi!

 Quella mattina, poi, si sentiva più nuvoloso del solito. Magari il vento gli avesse sgombrato la testa dai pensieri; quantomeno avrebbe dormito. Si tirò giù dal letto, sbucciò le pesche agli occhi, saltò il lavabo, estrasse cibo, e senza accorgersene, si fece un caffè. Dopo di che, mosso da una forza di volontà, inconsueta per quell’ora mattiniera, decise di uscire in terrazzo per smuovere un po’ d’aria.

  Il freddo lo congelò in un sol colpo.

   “Sembra di stare nel frigoriferus”, pensò Alec pupazzo di neve.

 La bufera gli scaraventò addosso di tutto, sul serio, di brutto! Una corona di foglie si abbatté sul suo capo, accompagnata da un nido di pettirossi imbelviti; la terra delle piante, sparsa dovunque, donava un colore decisamente originale ai suoi capelli. Ma fu quel che vide fuori a farlo restare di sasso: un letto, guidato da un vecchio lupo di mare sotto coperta, veleggiava nel cielo tagliando le nuvolonde di quell’oceano sconfinato; sorvolò le strade e i cortili affollati di gente e proseguì la traversata passando proprio sopra la testa di Alec.

  Incuriosito, si sporse dal terrazzo per vedere da vicino quella strana barca a due piazze sovrastare la città; quando una vorticosa ventata – la più forte di tutte  – gli girò attorno come una trottola, avvolgendolo col suo freddo mantello. Alec chiuse istintivamente gli occhi. E benché il gelo gli avesse otturato il naso, sentirsi schiaffeggiare dal vento, lo rilassava.

  “Che bello! Sembra di volare”, osservò. E restò a godersi l’inverno per qualche minuto.

  Poi, riaperti gli occhi, si ritrovò per aria, e dall’alto vide se stesso, in piedi, sul terrazzo, occhi sprangati e bello imbabbucciato. Perfettamente immobile. Il folle vento, che tormentava da ore l’allegra Kellinger, lo aveva trascinato con sé, a nuotare nell’aria coi pesci pennuti; ma il corpo, assai pesante, era rimasto affacciato al terrazzo, nella posizione di prima. Alec, però, non si stupì affatto di essere uscito dall’involucro che lo conteneva. Dopotutto, cos’è il corpo se non la casetta dell’anima? Abbandonato quel peso ingombrante, spiccare il volo fu una sciocchezzuola. Come i petali di un soffione si liberano al soffio di un bambino, il giovane Alec si unì al cielo.

  D’improvviso, una spalla grande e grossa lo sbalzò qualche metro più in là. Era Glancy, il vicino musicista che, a ritmo di samba, planava a zag-zag.

   “Scusa amico, non ti ho dato precedenza. Pace e amore ovunque tu vada.”

  Il capelluto musicista piroettava di sghimbescio assieme allo spazzino e al dottor Aldus, le cui pasticche ricadevano dalle tasche sulle strade, come grandine colorata. Alec li salutò con un cenno della mano e si mise a far pipì controvento.

  Sopra di lui, un’obesa famiglia stava preparandosi a un luculliano pic-nic, allestito su una soffice nuvola. La mamma, intenta a spartire generose porzioni di spaghetti fumanti sui larghi piatti di porcellana, sorrideva alzando fiera il mestolo grondante di sugo. Al grido di “Buon appetito!” i tre figli panzuti, armati di forchette, si avventarono sul cibo agitando i culoni pressati sulle sedie. Ma la nuvola, che era piccina e appena sfornata, non resse un peso sì ciccione e, tremante, iniziò a sudar pioggia. “Meglio togliersi di mezzo”, constatò Alec schivando per un pelo l’acquazzone.

  Tra sciami di pecore volanti – finalmente libere! – e frotte di cani e gatti dalle code a elica, tra i cieli di Kellinger regnava l’anarchia. Lassù non c’erano incroci nè precedenze da rispettare, ingorghi d’auto o cartelli stradali. I vigili si, quelli c’erano: sgonfiavano i polmoni sui loro fischietti, ma il vento fischiava più forte di loro, così nessuno ci faceva caso. Lavandaie, bidelli, avvocati, salumieri con al collo sciarpe di salsiccia fiondavano nel cielo, da una parte all’altra. E gli insegnanti di italiano? Pure loro saltellavano in voli pindarici, dalla A alla Z; così, alla volè.

 Per più di sei giorni, Kellinger veleggiò col vento in poppa, sorridente e  illuminata da un raggio di sole. Il turbinio non cessò neanche a pregarlo a occhi storti. Ma tanto nessuno lo avrebbe fatto: per le strade, affacciati alle finestre o sui terrazzi, come il buon vecchio Alec, gli abitanti di Kellinger restarono là dove la brezza li aveva colti di sorpresa, immobili, coi nasi in su, zitti zitti, storditi come bimbi scemi. Le loro anime, trasportate dal vento, sparse qua e là, scalavano le più alte vette del cielo, alleggeriti dai loro pesi quotidiani. Sono questi, infatti, a tenerci coi piedi per terra.

 Un domani, se mai vi capiterà di visitare quei luoghi appena narrati – casualmente o solo di passaggio – prima di tornare alle vostre bicocche,  chiedete, chiedete pure, e lasciatevi andare. Sui tetti di Kellinger è facile prendere il largo.

  Chi ci vive lo sa.

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Mapona Popona

Mapona Popona era proprio una bimba cicciona. Passava il suo tempo a saltare la corda e la saltava con gran passione. Ma quando qualcuno doveva passare era davvero la prima a intralciare. Le prese di giro non erano rare: “Mapona Cicciona che mangia i tortelli, la pioggia ci bagna: hai mangiato gli ombrelli”. Allora Mapona stuccava l’udito e andava a giocare nel prato fiorito. Saltava la corda felice e beata; la corda di lino da lei preparata. Ma un giorno purtroppo la corda sbottò, sotto il peso snervante di Popa popò. “Mi spiace bamboccia, non c’è altro da fare,” represse il dottore dagli occhi di mare. “La ciccia galoppa e la corda ha scollato. C’e l’è di cordami nel mondo, e chissà, magari dimagri così reggerà”. Con un lembo di corda e il cuore spezzato, Mapona pensò a cosa aveva mangiato. E solo il pensiero di un poco di fame, ribollì la sua pancia in un lungo abbaiame. “Non è la mia pancia,” così realizzò, “bensì un bel canino a macchiuzze bordò”. Così la cicciona lo prese con sé stringendolo al patto e alle cicce pansè. Lo guardò, la leccò; lo baciò, la leccò, e stirandolo bene come corda lo usò.

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