AMOK, l’esordio navigato degli Atoms for peace

Finalmente è uscito Amok, l’attesissimo disco del super gruppo Atoms for peace, guidato dall’infaticabile Thom Yorke che, fra una seduta di registrazione e l’altra, è ultimamente apparso in più di un’occasione in veste di dj al fianco degli amici Flying Lotus e Gaslamp Killer.

Del suo nuovo disco se ne parlava da qualche tempo, e ancor prima che uscisse c’era già chi lo esaltava con toni trionfalistici. E’ bastata l’uscita di Default, il primo singolo estratto per scatenare il conto alla rovescia.

Non c’è che dire. L’album colpisce sin dalla prima traccia, Before your very eyes…, un brano che poteva stare benissimo dentro King of limbs, anche se più originale dal punto di vista ritmico. Si, perché Amok è come un dialogo a due fra basso e batteria o più semplicemente uno scatenato monologo ritmico. Sample elettronici, colpi di batteria e percussioni guidano le note dei novi brani e le ricercate melodie di Yorke; il tutto rafforzato dagli impiccabili giri di basso di un Flea in splendida forma. Thom e il fedele Nigel Godrich, qui in veste di musicista oltre che di produttore, avviano così una ricerca sonora impegnata a percorrere trasversalmente l’attuale scena elettronica (quella che mira a coinvolgere emotivamente chi ascolta, non solo a scuotere i muri delle Boiler Room di mezza Europa) per rielaborarne con criterio gli elementi più interessanti.  Ne consegue un disco che Philippe Daverio definirebbe “sincretico”; una miscela di ritmi e dinamiche. Le basi elettroniche, così come i pattern ritmici qui utilizzati, subiscono un divertito lavoro di sintesi che ci permette di coglierli nella loro essenzialità.

Mentre in brani come Unless e Reverse running si resta impigliati in un intricato groviglio di battiti in fantasiosa successione, Stuck together pieces scivola sui timbri liquidi del tessuto ritmico e su un nevrotico arpeggio di chitarra, mentre i gorgheggi di Yorke non aggiungono granché al suo personale stile canoro.

L’atmosfera di Amok oscilla fra momenti drammaticamente cupi, cari ai fan dei Radiohead, e lampi di luce improvvisa grazie ai quali l’ascolto si muove su un piano del tutto differente. Ne è un esempio Dropped, la cui gioiosa melodia vocale sfocia in un imprevedibile finale affidato a “strappi” percussivi e ritmiche forsennate che sovvertono l’andamento del brano, fino a quel momento stabile. Fra le canzoni più interessanti, Judge Jury and Executioner (già sottotitolo di Myxomatosis in Hail to the thief). Tempi scanditi uno a uno suddividono il brano in comparti stagni, legati e indipendenti fra loro. La stesso accade nel nuovo singolo: Ingenue, forse il pezzo più dolce del disco. La voce, limpida e precisa, si mescola alle cristalline “gocce” sonore che precipitano ritmicamente una dopo l’altra. Il brano è inoltre accompagnato da un video in cui per una volta Yorke balla con criterio, trasformando i suoi celebri spasmi fisici in una meravigliosa coreografia di movimenti quotidiani e danza moderna.

Anche se per Amok Thom Yorke è accompagnato da altri musicisti e si presenta con l’epiteto Atoms for peace, è inevitabile azzardare un paragone col precedente The Eraser. Basta osservare la copertina, affidata ancora una volta a Stanely Donwood per capire che quello di Yorke è il proseguimento di un discorso interrotto. Fra i due, The Eraser resta impresso con maggior efficacia, ma solo per la natura melodica, e dunque orecchiabile, dei brani raccolti. Amok va oltre. Trascende il disco precedente con l’obiettivo di esplorare nuovi territori e affida all’elettronica una più ampia coscienza creativa. Il disco merita davvero di essere ascoltato, soprattutto da chi è intenzionato a conoscere i cambiamenti della musica attuale e un nuovo modo di concepirla. Ciò che attrae è il ribaltamento dei ruoli. Sono i ritmi a condurre il gioco, utilizzati come fossero suoni e accordi con cui comporre, mentre voce e liriche si limitano ad “accompagnare” alla stregua di elementi aggiuntivi, seppur essenziali per la riuscita dei brani. Gli Atoms for peace ci invitano a un nuovo tipo di ascolto, a far luce sulle insondabili profondità di un genere oggi tanto utilizzato quanto ancora poco compreso. Non possiamo far altro che abbandonarci al suo ritmo per conoscerne la natura intima e condivisibile.

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