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AMOK, l’esordio navigato degli Atoms for peace

Finalmente è uscito Amok, l’attesissimo disco del super gruppo Atoms for peace, guidato dall’infaticabile Thom Yorke che, fra una seduta di registrazione e l’altra, è ultimamente apparso in più di un’occasione in veste di dj al fianco degli amici Flying Lotus e Gaslamp Killer.

Del suo nuovo disco se ne parlava da qualche tempo, e ancor prima che uscisse c’era già chi lo esaltava con toni trionfalistici. E’ bastata l’uscita di Default, il primo singolo estratto per scatenare il conto alla rovescia.

Non c’è che dire. L’album colpisce sin dalla prima traccia, Before your very eyes…, un brano che poteva stare benissimo dentro King of limbs, anche se più originale dal punto di vista ritmico. Si, perché Amok è come un dialogo a due fra basso e batteria o più semplicemente uno scatenato monologo ritmico. Sample elettronici, colpi di batteria e percussioni guidano le note dei novi brani e le ricercate melodie di Yorke; il tutto rafforzato dagli impiccabili giri di basso di un Flea in splendida forma. Thom e il fedele Nigel Godrich, qui in veste di musicista oltre che di produttore, avviano così una ricerca sonora impegnata a percorrere trasversalmente l’attuale scena elettronica (quella che mira a coinvolgere emotivamente chi ascolta, non solo a scuotere i muri delle Boiler Room di mezza Europa) per rielaborarne con criterio gli elementi più interessanti.  Ne consegue un disco che Philippe Daverio definirebbe “sincretico”; una miscela di ritmi e dinamiche. Le basi elettroniche, così come i pattern ritmici qui utilizzati, subiscono un divertito lavoro di sintesi che ci permette di coglierli nella loro essenzialità.

Mentre in brani come Unless e Reverse running si resta impigliati in un intricato groviglio di battiti in fantasiosa successione, Stuck together pieces scivola sui timbri liquidi del tessuto ritmico e su un nevrotico arpeggio di chitarra, mentre i gorgheggi di Yorke non aggiungono granché al suo personale stile canoro.

L’atmosfera di Amok oscilla fra momenti drammaticamente cupi, cari ai fan dei Radiohead, e lampi di luce improvvisa grazie ai quali l’ascolto si muove su un piano del tutto differente. Ne è un esempio Dropped, la cui gioiosa melodia vocale sfocia in un imprevedibile finale affidato a “strappi” percussivi e ritmiche forsennate che sovvertono l’andamento del brano, fino a quel momento stabile. Fra le canzoni più interessanti, Judge Jury and Executioner (già sottotitolo di Myxomatosis in Hail to the thief). Tempi scanditi uno a uno suddividono il brano in comparti stagni, legati e indipendenti fra loro. La stesso accade nel nuovo singolo: Ingenue, forse il pezzo più dolce del disco. La voce, limpida e precisa, si mescola alle cristalline “gocce” sonore che precipitano ritmicamente una dopo l’altra. Il brano è inoltre accompagnato da un video in cui per una volta Yorke balla con criterio, trasformando i suoi celebri spasmi fisici in una meravigliosa coreografia di movimenti quotidiani e danza moderna.

Anche se per Amok Thom Yorke è accompagnato da altri musicisti e si presenta con l’epiteto Atoms for peace, è inevitabile azzardare un paragone col precedente The Eraser. Basta osservare la copertina, affidata ancora una volta a Stanely Donwood per capire che quello di Yorke è il proseguimento di un discorso interrotto. Fra i due, The Eraser resta impresso con maggior efficacia, ma solo per la natura melodica, e dunque orecchiabile, dei brani raccolti. Amok va oltre. Trascende il disco precedente con l’obiettivo di esplorare nuovi territori e affida all’elettronica una più ampia coscienza creativa. Il disco merita davvero di essere ascoltato, soprattutto da chi è intenzionato a conoscere i cambiamenti della musica attuale e un nuovo modo di concepirla. Ciò che attrae è il ribaltamento dei ruoli. Sono i ritmi a condurre il gioco, utilizzati come fossero suoni e accordi con cui comporre, mentre voce e liriche si limitano ad “accompagnare” alla stregua di elementi aggiuntivi, seppur essenziali per la riuscita dei brani. Gli Atoms for peace ci invitano a un nuovo tipo di ascolto, a far luce sulle insondabili profondità di un genere oggi tanto utilizzato quanto ancora poco compreso. Non possiamo far altro che abbandonarci al suo ritmo per conoscerne la natura intima e condivisibile.

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Bacon e la condizione esistenziale nell’arte contemporanea

Merita attenzione la mostra intitolata Bacon e la condizione esistenziale nell’arte contemporanea curata da Franziska Nori, direttrice CCC Strozzina, e Barbara Dawson a capo della Dublin City Gallery The Hugh Lane, Dublino). La mostra, allestita presso gli spazi espositivi della Strozzina (Firenze) e visitabile fino al 27 gennaio, permette un vero e proprio dialogo fra la poetica del grande artista irlandese e il lavoro di cinque artisti contemporanei intenti a indagare il significato ultimo dell’esistenza umana attraverso il linguaggio creativo dell’arte. Da qui un’intima relazione che coinvolge il corpo dell’artista (l’individuo) e il mondo esterno che lo circonda e stimola. Perché fra tanti artisti proprio Bacon? Basta osservare le sue opere per comprenderne la forte carica esistenziale. Con le sue figure contorte e deformi realizzate con stratificazioni pastose di pastelli e sabbia, Bacon riflette, quadro dopo quadro, una condizione esistenziale senz’altro tormentata. Esaltando principalmente il corpo e la figura umana colta fra le quattro pareti di stanze disadorne, fuori dal tempo, egli erige luoghi (ir)riconoscibili le cui linee si intersecano così da imprigionare l’energia vitale, l’essenza stessa dei personaggi. In Seated figures del 1974, il personaggio al centro della scena è probabilmente George Dyer, compagno di Bacon ritratto ossessivamente fino al 1971, data della sua morte avvenuta nella stanza di un albergo.

Bacon nel suo studio

Bacon nel suo studio

Corpo, memoria e identità. Questi i tre cardini su cui ruotano Bacon e gli artisti contemporanei selezionati. Tramite pittura, installazioni e fotografie, esplorano l’essere umano (e dunque, di riflesso, se stessi) destinato a vivere in un perenne equilibrio fra vita e morte, istinto e rimorso: una pietosa humanitas che anche se connaturata di dolore e sofferenza desidera solo ricevere amore – fine ultimo della sua ricerca esistenziale – inteso come unico sentimento capace di unire e non distruggere.

L’artista svedese Nathalie Djurberg lavora con materia plasmabile animata con la tecnica dello stop motion che le permette di inventare storie provenienti da bizzarre dimensioni temporali. La Djurberg indaga i lati oscuri dei rapporti umani; elabora un immaginario spesso crudo e violento da cui nascono paure, tabù e desideri inconsci. La materia si disgrega nel momento in cui l’artista perde interesse per la storia, come nel caso di Turn into me (2008), dove il corpo diventa materia organica in stato di decomposizione e la morte appare essere ultimo e primo tassello di una vita dall’andamento ciclico. Il romeno Adrian Ghenie compone, invece, tele conturbanti, frutto dello scontro fra ciò che appare e il significato che l’artista vuole comunicare. I luoghi, ameni soltanto all’apparenza, arredati in stile borghese, si animano di figure spettrali o equivoche (The devil). I soggetti perdono le loro sembianze, simboli di stati esistenziali confusi in sfondi pittorici ridotti all’osso, dai colori spalmati con la spatola. Un mirabile lavoro di sottrazione visiva.

C’è spazio anche per New York faces di Annegret Soltau, mosaici fotografici dalla forte presenza simbolica, poiché allegorie della fragilità umana ed emotiva. La Soltau, punto di riferimento per la sperimentazione fotografica in ambito artistico, lavora sull’identità e sull’idea che ognuno ha di sé, scomponendo il proprio ritratto fotografico come in un collage, oppure cucendo un filo nero direttamente sulla foto come nei suoi più famosi photosewings.

NT Faces, Annegret Soltau

NT Faces, Annegret Soltau

E’ un’emozione percorrere il corridoio di fili di lana del giapponese Chiharu Shiota, intitolato In Between. Ideato appositamente per la mostra fiorentina, l’artista, allievo della grande performer Marina Abramovic, utilizza porte anonime ritrovate nei magazzini di Palazzo Strozzi circondandole di un intricata trama di fili come una gigante ragnatela. Le porte, private della loro funzione pratica, diventano oggetti immemori, tracce di una vita passata che non esiste più. Addentrandosi nel corridoio, l’osservatore si ritrova in un non-luogo in cui l’unico tempo che può calcolare è quello del ricordo e della memoria, giacché incapace di afferrare quelle porte distanti e irraggiungibili.

Shiota

Shiota

Interessante anche la sezione fotografia che ritrae lo studio di Bacon al numero 7 di Reece Mews, South Kensington, Londra. Le foto, scattate da Perry Ogden, ci mostrano un atelier sommerso di foto stracciate e tagliuzzate, tele sparse qua e là, modelli, barattoli di tinta, porte usate come tavolozze, ecc… Lo studio è stato poi ereditato dalla Dublin City Gallery di Dublino, protetto come un sito archeologico da cui sono stati ricavati schizzi e dipinti inediti fra cui l’ultima commovente opera realizzata nel 1992, anno della morte dell’autore. Un autoritratto incompiuto, ritrovato sul cavalletto al centro del suo studio. L’opera riflette la condizione esistenziale di Bacon e dell’uomo moderno. La mortalità della vita impressa in poche rapide pennellate su una tela grezza. L’artista punta dunque a una rappresentazione totale dell’esistenza umana da ritrarre nella sua interezza. Una natura caduca, o come scrisse lo stesso Bacon, “vita allo stato bruto”.

Figura e astrazione, corpi riconoscibili e trasfigurati, tensione e isolamento: comuni metafore di vita, ravvisabili nelle opere di tutti questi grandi artisti intenti a instaurare con lo spettatore una riflessione sul vivere contemporaneo. L’esistenza collettiva tracciata dall’arte fatta dall’uomo per l’uomo.

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Kandinskij a Palazzo Blu (Pisa)

Si è aperta il 13 ottobre la mostra Vasilij Kandinskij dalla Russia all’Europa allestita nelle sale di Palazzo Blu a Pisa. L’esposizione, ideata e curata da Eugenia Petrova, direttrice aggiunta del Museo di San Pietroburgo, presenta più di cinquanta opere provenienti dallo stesso Museo di Stato russo e da altri centri museali come il Complex of Tiumen Region, il Surikov Art Museum of Krasnoyarsk e il Centre Pompidou di Parigi. Le opere esposte risalgono al periodo che va dal 1901 al 1921, ovvero quando Kandinskij teorizzò i fondamenti della sua personale concezione di arte astratta. Durante quello storico ventennio, il pittore entrò in contatto con le più originali avanguardie europee e, dopo averne studiato gli aspetti pittorici, fondò a Monaco il movimento artistico Phalanx. Presto il suo astrattismo si sarebbe diffuso in tutto il vecchio continente. La mitologia e le fiabe della tradizione popolare russa influirono con forza sul giovane Kandinskij, il quale decise di trasformarle in argomenti di sperimentazione grafica sottoforma di xilografie: La notte e Poesie senza parole, entrambe del 1903, ne sono un raro esempio. In quest’ultima opera si evince l’interesse del pittore per cavalli e cavalieri che tornerà come un’ossessione in molte sue opere successive. L’equino è per Kandinskij simbolo di liberazione dal passato e dalla tradizione, ma anche del rapporto biunivoco fra arte e artista. Il cavallo, infatti, conduce il cavaliere con forza e velocità, ma è il cavaliere – l’artista – a guidarlo e a tenerlo sotto controllo. Non a caso l’artista battezzerà il suo movimento artistico “Der Blaue Reiter”, firmato anche da Franz Marc, Klee, von Werefkin e Jawlensky. Kandinskij definì l’iconografia equestre come “il talismano romantico dell’eroe galoppante”. Dall’arte del passato recuperò le sacre immagini di San Giorgio e il drago, risalenti al XV secolo. Nel suo San Giorgio II, il pittore rielabora il soggetto in chiave astratta riducendolo a semplici macchie di colore che, se osservate da una certa distanza, assumono le fattezze del cavaliere astato, intento a colpire il drago nella sua classica posizione, sdraiato a terra sul fondo del dipinto. Di notevole interesse anche i quadri naturalistici in stile fauve, dove i colori si rafforzano di un’irruente carica emotiva. Essi si rivelano all’osservatore solo se immerso nella contemplazione della natura. Il tratto, rapido e deciso, è invece quello dei pittori post-impressionisti, ravvisabile nelle figure ambientali e nei riflessi delle superfici acquatiche.

Macchia nera

Macchia nera

Uno dei primi dipinti astratti di Kandinskji risale al 1912: Macchia nera I, in cui compaiono richiami di pittura rupestre. La macchia nera del titolo ricorda, infatti, il tamburo sacro usato dagli sciamani siberiani per comunicare con gli spiriti. L’intero quadro risuona di un misticismo atavico, con il suo contrasto di armonie e disarmonie, teso a simboleggiare quel rapporto spiritualità-pittura che l’artista sovietico scorge fra le linee, nei colori e le forme astratte combinate armoniosamente per comporre un ritratto dell’esistenza umana. Dopo la Grande Guerra, il pittore si avvicinò alla tecnica della pittura su vetro mutuata dall’arte popolare tedesca, definendo le sue opere “Bagatelle”. Accentuò i colori e l’atmosfera fiabesca, come in Composizione o Due ovali del 1916, in cui è possibile cogliere colorismo, figurativismo e ambientazioni oniriche alla Chagall. Immortali le opere Cresta Azzurra (1917), celebre per l’ impetuosa esplosione di forme e colori dinamici, simboli di illuminazioni e profondi moti d’animo, e Composizione su fondo bianco del ’20 che conclude la mostra. Dipinto poco prima di lasciare la neo Russia comunista, quest’opera rappresenta il definitivo passaggio dall’oggettuale concreto al soggettivo astratto.

Cresta azzurra

Cresta azzurra

Macchie di colore in libertà dotate ognuna di un personale significato simbolico: dall’energia dell’arancio, alla folle vitalità del giallo. Il bianco omogeneo è uno sfondo carico di archetipi spirituali e conflitti prospettici. Lo scopo? Superare il figurativismo e instaurare un legame fra arte e forze psichiche. Fra l’anima e l’infinito.

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I Portico Quartet tornano con un disco jazz elettronico

In questo 2012 ricco di uscite discografiche eccellenti e graditi ritorni, all’appello non potevano mancare i Portico Quartet, quartetto londinese capitanato da Jack Wyllie (sax tenore e soprano). Passo dopo passo, il gruppo si è evoluto rapidamente così da non restare prigioniero nell’ambiente jazzistico che ha formato alcuni dei suoi membri. Anzi, a dirla tutta, i Portico Quartet stanno contribuendo notevolmente a un progressivo rinnovamento degli schemi del jazz contemporaneo. Partiti come veri buskers (suonavano lungo la strada prospiciente al National Theatre di Londra), i quattro musicisti britannici si sono poi esibiti sui palchi dei più importanti festival di tutto il mondo, suscitando un sempre più acceso interesse anche in chi non ascolta jazz dalla mattina alla sera.

Li avevamo lasciati con un disco promettente, Isla (2009), registrato negli storici studi di Abbey Road. Un’opera dalle numerose sfumature musicali, accumunate da un particolare gusto esotico. Merito della hang drum del percussionista Nick Mulvey, capace di elaborare campiture ritmiche e sonore, la cui natura sembra provenire da misteriose “isole” lontane. Passano gli anni e quel sound ancora non del tutto personale e ben definito si trasforma adesso in un ambiente sonoro di loop, basi elettroniche e perle jazzistiche, frutto di una meticolosa ricerca formale dettata senz’altro da una maggiore consapevolezza compositiva.

L’album, uscito da poche settimane, s’intitola semplicemente Portico Quartet, come se il gruppo avesse deciso di attestare l’attuale maturità, raggiunta dopo un lungo periodo di gestazione. Alcuni si aspettavano una sintesi dei dischi precedenti, altri un imprescindibile rinnovamento. Ma che la via da esperire fosse quella dell’elettronica sembrava piuttosto scontato. Dove poteva ripiegare un gruppo di musicisti così collaudati? Il risultato è più che interessante. Fin dalle prime note s’intuisce la portata delle composizioni che, ascolto dopo ascolto, assumono la forma di brani oltremodo coinvolgenti. Nelle parti ritmiche o nei tappeti sonori dilagano echi di Four Tet, Flying Lotus, Aphex Twin e Mount Kimbie. Insomma, tutta l’avanguardia e non dell’odierna musica elettronica. Il minimalismo di Isla e Knee Deep in the north sea (2008) ritorna laddove il gruppo decide di eseguire lunghi e dilatati componimenti di natura ambient (per capirci, alla Brian Eno).

Ruins, il secondo brano in scaletta, è il compendio dei nuovi e vecchi ingredienti utilizzati dai Portico Quartet: un originale sincretismo di contaminazioni world music, funk e ambient che guida il jazz verso nuove vie di ricerca, pur continuando a essere presente il serrato dialogo fra improvvisazione e rigore esecutivo tipico del genere. Con Spinner le trame sonore riconoscibili si sfilacciano ulteriormente; la parte ritmica elettronica, mutuata dalla deriva electro degli attuali Radiohead, si fa sempre più serrata e caotica, in progressiva ascensione.

Gli imprevedibili colpi di batteria in Rubidium si alternano a loop che ci riportano ai primi esperimenti jazz di Four Tet. Armonie e dissonanze per una canzone più che convincente. Per Steepless, i Portico Quartet giocano la carta della voce: uno “strumento” estraneo alle loro corde. La cantante svedese Cornelia, sconosciuta ai più, presta il suo personalissimo timbro a favore di un brano meraviglioso, che stupirà chi crede di conoscere il gruppo dopo soli due dischi(da ascoltare anche l’ottimo remix di Cristallin). Ritmo, tappeti di bassi e una bellissima voce bastano per evocare immagini oniriche che ben si raccordano alle sonorità di 4096 colours, alimentate da basi dubstep in un clima votato al minimalismo da raggiungere a tutti i costi. Ai Portico Quartet occorre solo accennare. Pochi piccoli gesti carichi di significato.

Grande ritorno, dunque, che lascia presagire ancora una volta qualcosa di più incisivo per il futuro di una band talentuosa, dotata di ottime idee (frutto di ottimi ascolti) e buon gusto, elemento essenziale di questi tempi per restare impressi in un oceano di ascolti usa e getta.

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The idler wheel… il chilometrico nuovo album di Fiona Apple

Recensione ritardataria. Solo un mese fa mi sono accorto che a giugno di quest’anno era uscito il nuovo disco di Fiona Apple. Gran bella pecca che ho cercato di colmare ascoltando il disco tutto d’un fiato per settimane e settimane, giorno dopo giorno. Non certo per battere qualche record – come invece credo volesse fare la Apple, intitolando il disco con una sola frase di ventitré lettere che, per motivo di spazio, ridurrò a The Idler wheel… Non è un caso a sé. Già nel 1999 pubblicò un disco intitolato When the Pawn Hits the Conflicts He Thinks Oh the Hell With It. La scelta di battezzare i dischi con titoli chilometrici esercita su di me una certa attrazione. La vedo come una sfida al mainstream musicale. Un po’ come quando un gruppo presenta come singolo un brano che dura otto minuti e mezzo, consapevole del fatto che per i produttori sarà un bel problema farlo passare per radio. Insomma, farsi amare infrangendo le regole del mercato. In realtà, credo che i titoli della giovane Apple di New York siano così estesi perché sanno riassumere in un’unica frase tutto il senso dell’opera. Una vera gioia per chi scrive recensioni: spiegare un disco in ventitré dannate parole: la recensione fulminea e lapidaria. Un sogno.

Scherzi a parte, il senso di The Idler wheel… è racchiuso in dieci scorrevoli brani superbamente concepiti. Il primo ascolto può lasciare esterrefatti; ma è dal secondo che le cose cominciano a funzionare per il verso giusto. Scatta così quell’istintivo bisogno di riascoltarlo daccapo ogni volta.

L’elemento vincente è senz’altro la voce di Fiona; non tanto la voce in sé, quanto il modo in cui la utilizza per interpretare ciò che sta cantando. Una volta, lo scrittore-bandito Edward Bunker scrisse che quando leggeva Dostoevskij in piena notte, aveva la sensazione di sentirlo sussurrargli le parole all’orecchio. Ebbene, anche se in questo caso la voce di Fiona si sente eccome, chi l’ascolta con il testo in mano capisce immediatamente il senso di quelle parole grazie alla notevole forza interpretativa del cantato. C’è un punto in Every single night, l’unico singolo estratto, in cui la Apple canta If what I am is what I am / Cuz I does what I does / Then brother get back cuz my breast gonna bust open / The rib is the shell and the heart is the yolk / And I just made a meal for us both to choke on. La sua voce sembra spezzarsi da un momento all’altro, come se la cantante si fosse morsa un labbro o stesse per soffocare. La bocca si contrae in una smorfia di dolore, così che l’ascoltatore possa percepirlo. Non è una cosa da poco.

La sofferenza, l’incapacità di amare, la solitudine, le insicurezze creative sono alcuni dei temi affrontati dal disco. Fiona riesce a vuotare il sacco delle emozioni, anche quelle più struggenti che hanno segnato irrimediabilmente la sua vita (a dodici anni fu vittima di una violenza sessuale, un trauma che non ha mai tenuto nascosto ai giornalisti e spesso affrontato nelle sue canzoni). Mettersi a nudo, si sa, non è facile, ma quando un’artista riesce a esprimersi con estrema sincerità, comunicando onestamente, dicendo le cose come stanno senza usare il facile vocabolario della reticenza, rifugio di tanti musicisti dietro cui nascondersi con frasi pompose o prive di un significato apparente – perché spesso neanche loro sanno di cosa stanno parlando -, ebbene, quando un artista compie questo miracolo dell’arte non può che andare definitivamente a segno, lasciando nell’ascoltatore un leale senso di appagamento e ammirazione – voglio dire, chi non sa apprezzare le persone sincere?

Sebbene in questi ultimi anni Fiona ne abbia passate davvero tante (discussioni infinite con l’etichetta, problemi personali, ecc…), con The idler wheel… firma un disco d’autore in cui convergono attitudini musicali differenti, dal jazz allo swing, dal pop a un rock scarno fatto di rullanti dal sound sabbioso, percussioni tribali, pianoforte e voci, suoni e rumori in loop. Fin dalle prime note s’intuisce lo spirito sperimentale dei brani. Daredavil segue la via straniante delle dissonanze. Voce arrochita sull’onda delle emozioni e un pianoforte che salta da un accordo all’altro, accompagnato da efficaci percussioni del musicista-produttore Charley Drayton. L’autobiografica Jonathan, dedicata al suo precedente fidanzato Jonathan Ames, si apre con un ritmo che sembra uscire da un mix di aspirapolvere e treni a vapore, seguito da una traccia di pianoforte incalzante. Da un registro emotivo all’altro: una distorta partitura dell’anima. Anche la voce trema, facendosi instabile.

Left alone, Perpihery con la sua atmosfera americana anni ’30 e Anything we want divaricano sprazzi di luce, fra spasmodici ritmi percussivi e note di contrabbasso in fuga. Hot knife, il brano che chiude il disco, termina con un selvaggio loop di voci fra cui quella della sorella di Fiona, Amber.

The Idler wheel… è dunque un disco da ascoltare con metodo e passione. Esattamente con quella stessa passione viscerale con cui Fiona l’ha scritto, regalandolo a noi. Mi sembra un buon modo per ricambiare il coraggio di un’artista capace di superare ostacoli e difficoltà, disposta a tutto pur di diffondere brani coraggiosi e necessari per comprendere la sua poetica e, allo stesso tempo, per comprendere noi stessi, specchi dalle sembianze umane. Canzoni scarne, ridotte all’osso per esprimersi al meglio, senza girarci troppo intorno. In fondo l’uomo è fatto di carne e sangue. E io, che ho scoperto questo disco troppo tardi, lo metto su un’altra volta, giusto per farmi perdonare.

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L’eros in bianco e nero

Giorni fa mi arriva un libro a casa. Si intitola “Memorie preziose”, il nuovo libro di Maddalena Lonati, una scrittrice interessante che sto seguendo da un po’ di tempo. Andando in fondo al libro, scopro pubblicata la mia recensione dello scorso anno a proposito del suo libro precedente, “In bianco e nero”, a sua volta pubblicata sul sito 24 letture de Il Sole 24 ore. La cosa mi ha fatto davvero piacere ed è doveroso pubblicare la recensione anche qui sul blog.

Eccola a voi, e seguite Maddalena.

A presto

IN BIANCO E NERO

L’ossessione per l’eros, la sensualità, l’arte e il tempo costituiscono l’architrave di “In bianco e nero”, il nuovo libro di Maddalena Lonati (Robin Edizioni), una raccolta di sette racconti tesa a svelare le diverse facce dell’amore. Anche nelle storie più forti e cariche di una morbosità conturbante, l’autrice punta l’ago della bussola verso un amore possessivo, primordiale che invita i personaggi a sperimentare sulla propria pelle le conseguenze dei loro più reconditi sentimenti. Nonostante il dolore, l’abbandono o la paura di non essere attraenti come un tempo, le sette protagoniste sono donne orgogliose, capaci di rimettersi coraggiosamente in gioco per affermare la loro identità femminile, anche a costo di mettersi contro norme e convenzioni sociali percepite come sbarre di una prigione rigida e castrante. La realtà viene del tutto destrutturata a favore di un’esistenza pericolosamente libera, regolata da istinti e pulsioni vitali. I personaggi acquistano così una sensualità aliena, quasi belluina, come Selene, modella di un fotografo attratto morbosamente dal suo lato animalesco e voluttuoso. Un’eroina immortale dotata di una sessualità intemperante.

Il corpo e i sensi lottano costantemente contro l’inesorabilità del tempo che deturpa e sconvolge la bellezza. L’autrice gioca col corpo femminile. Lo dimagra, lo ingrassa, lo fa a pezzi, descrivendone ogni volta anche gli aspetti più decadenti. Le numerose ellissi temporali permettono di individuare un “prima e dopo” corporeo: il fisico delle protagoniste, un tempo invitante, diventa a poco a poco meno flessuoso e seducente. La Lonati descrive nel dettaglio le loro membra, i loro occhi, le ciocche dei capelli come se ogni aspetto fosse dotato di vita propria, suscitando nel lettore piacevoli turbamenti. In questo modo il tempo segna lo scarto fra giovinezza e vecchiaia. Nel racconto “La dieta”, Susanna, un Dorian Gray al femminile, ossessionata dai quadri del marito che la ritraggono giovane e bella, si convince di poter arrestare il proprio disfacimento fisico. Al contrario del romanzo di Wilde è il dipinto stavolta a ostentare lo splendore della giovinezza mentre il corpo di lei testimonia la corruzione della carne.

Questi racconti andrebbero letti se non altro per i loro rispettivi epiloghi: affascinanti, spesso inaspettati, rafforzati da una notevole suspense. Le descrizioni estremamente dettagliate, non spezzano l’incanto della lettura né l’appesantiscono, ma, in certi casi, sarebbe meglio suggerire piuttosto che esporre, stimolando costantemente l’immaginazione di chi legge. L’arte fa da contrappunto e stimola come un afrodisiaco. Grazie a essa, i personaggi suggellano il loro incontro fisico e mentale. Nel racconto che dà il titolo al libro, i corpi di alcuni ragazzi si uniscono in un quadro astratto di forme e colori: il sesso diventa un’opera d’arte corporea. Un terribile evento improvviso prosciugherà l’unica vera fonte d’ispirazione del protagonista e i colori, ormai svaniti, lasceranno spazio al bianco e al nero. Un omaggio a Schnizler, o al Kubrick di “Eyes wide shut”.

Il vero amore supera le barriere del tempo; scalza l’effimera entelechia della giovinezza e vince l’inesorabilità della vecchiaia. Basta leggere le pagine de “L’opale”, senz’altro uno dei racconti più riusciti. Infranto il gioiello, simbolo di un amore idilliaco, si spezza anche il legame fisico che unisce i due protagonisti. Diventerà un amore eterno, sospeso nel tempo in un’urna di ghiaccio.

“In bianco e nero” è un libro sulla carnalità e sul lato sensibile dell’uomo. Il lettore osserva e contempla in silenzio come coinvolto in un seducente gioco voyeuristico. Ma qui non siamo al cinema, né affacciati a una finestra con un binocolo in mano. Siamo di fronte a un libro avvincente, da leggere poco per volta. Fra le variegate sfumature dell’amore scorgeremo quel bianco e nero, affascinante e pericoloso, insito in ognuno di noi, di cui la vita non deve tingersi mai.

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David LaChapelle in mostra a Lucca

Il Lucca Center of Contemporary Art spalanca le porte ai magniloquenti scatti del controverso fotografo americano David La Chapelle. Un’occasione imperdibile per chi ancora non conosce l’arte, il pensiero e il caustico umorismo critico rivolto alla società consumistica di LaChapelle. La mostra, visitabile ancora per pochi giorni (fino al 4 novembre) raccoglie le opere più importanti della sua carriera, in tutto 53, tratte da clelebri serie come Star System, Earth laughs in Flowers, Destruction and Disaster, Excess e tante altre ancora, fra cui due opere tributo a Micheal Jackson.

La scelta di lavorare per serie, scegliendo gli argomenti con oculatezza e acuto spirito d’osservazione, utilizzando lo spazio chiuso di set ricostruiti con minuzia anziché ritrarre la realtà oggettiva degli esterni, ebbene, tutto ciò fa di LaChapelle un artista sui generis, accostabile più a un pittore che a un fotografo girovago con la macchina fotografica appesa al collo, sempre pronto a far partire lo scatto. Ricorda più un pittore rinascimentale chiuso fra le quattro pareti dell’atelier che un impressionista armato di cavalletto. Perfino la scelta dei luoghi, dei soggetti, la post produzione concorrono a trasformare una semplice foto in un irreale quadro di vita. Esagerando, potremmo definirla una “fotografia a olio”. LaChapelle non attende l’istante prossimo allo scatto, lo concerta. Lo crea. Realizza qualcosa di unico, impossibile da immortalare razionalmente. La sua arte è certamente critica, per alcuni versi destabilizzante. Si pensi alla gigantografia che copre la parete principale della mostra. Un gruppo di personaggi, uomini e donne schiavi di una vita effimera e materialistica, si riunisce in preghiera in una chiesa sommersa dall’acqua. E’ forse l’inizio del Diluvio Universale, la volontà divina che scaraventa lontano coloro che hanno perso la semplicità naturale della vita, dimentichi dei reali valori dell’esistenza. L’acqua, che tutto sommerge e purifica, bagna fino al petto una bambina che guarda in macchina (noi) e ci induce a riflettere. Anche noi siamo colpevoli di questo disastro.

Ma La Chapelle è anche il fotografo della trasgressione più provocatoria. Nella serie che ha per protagonista la porno diva Jenna Jameson, l’eccesso viene prima di ogni cosa. Plastiche scene di sesso, corpi di uomini e donne avvinghiati fra loro in un’orgia un plein air. Sullo sfondo, le catene commerciali più popolari d’America, con le loro insegne percepite dai più come rassicuranti simboli sociali. Il corpo diventa un mero oggetto mercificabile in pornografia, mentre i personaggi, colti nella loro staticità, perdono ogni traccia di umanità. Barbie e Ken costretti in grottesche pose erotiche. Geniale intuizione di LaChapelle.

La critica si fa più dura con la serie Earth laughs Flowers. La natura morta secondo La Chapelle. Un omaggio all’immortale rappresentazione pittorica di oggetti inanimati utilizzata dai più grandi artisti del passato, da Caravaggio a Courbet, da Chardin a Kalf. Il titolo riprende una frase di Emerson, secondo il quale i fiori sono la risata della Natura contro il materialismo dell’uomo suo sfruttatore. Il fotografo rafforza e completa quelle nature morte di un tempo inserendole in un contesto più ampio. Insieme a fiori appassiti, frutta, chicchi d’uva marcia tanto amati dal pittore Perretti Poggi, compaiono oggetti di consumo come cellulari, telecomandi, palloncini, fette di torta, hamburger morsicati e perfino parti di corpi nudi. Il tutto nascosto fra fiori colorati e avvizziti che sembrano emanare quell’aroma dolce e pungente evocato da Lampedusa nel descrivere il giardino dei Salina nel Gattopardo: fiori bellissimi ma appassiti. Vita e morte hanno lo stesso afrore.

Una delle serie più belle è Awakened che ritrae personaggi comuni sospesi nel tempo in un ambiente liquido. La luce alle loro spalle simboleggia l’amore, la speranza cui aggrapparsi nei momenti difficili. Conta solo quello. L’idea di morire prima della persona amata induce a riflettere sull’effimera esistenza dell’uomo e talvolta questo pensiero può farci sprofondare in un doloroso senso di solitudine.

La Chapelle riprende poi la serie fotografica di Warhol incentrata sulla morte e la distruzione. I suoi scatti colsero uomini e donne vinti da momenti di alta drammaticità. Il fotografo accentua il momento di tensione e ritrae personaggi disperati in preda a terribili spasmi soffocati da spazi claustrofobici; gli arredi scaraventati qua e là o distrutti completamente dalla furia del soggetto. Le scarpe e le borsette infilate sul soffitto simboleggiano l’oppressione dei beni materiali, di una vita costruita sul benessere consumistico fine a se stesso.

Fra le tante foto, c’è spazio anche per la serie Dreams awokes surrealism. Protagonisti, personaggi celebri dello show biz. Ambientazioni surreali, situazioni possibili solo nei sogni. Inconscio e pulsioni. Kirsten Dunst chiusa in una teca si vetro come una fatina imprigionata da un orco cattivo, ne è l’esempio perfetto. Il pretesto del sogno permette al fotografo di indagare a fondo nella psiche umana, avvicinandosi alla sfera surreale che garantisce un tocco originale e creativo. Più esperimenti artistici che opere d’arte a tutti gli effetti.

Acuto osservatore dei nostri tempi, La Chapelle smaschera le ipocrisie della modernità mettendone a nudo le contraddizioni e le falsità della società odierna. Il corpo e l’anima rappresentano il suo linguaggio artistico che ci racconta le verità più difficili da digerire. Dunque, non possiamo far altro che osservare e incassare il colpo.

 

 

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Love this Giant! David Byrne e St.Vincent

Dopo due anni di attese trepidanti e voci di corridoio è finalmente uscito Love this giant, il disco del duo David Byrne/St.Vincent. Tutto iniziò circa tre anni fa, quando il leader dei Talkin Heads conobbe la giovanissima (e bellissima) Annie Clark, alias St.Vincent, durante una serata di beneficenza a New York. Fu amore a prima vista? Certo che sì, ma il risultato può dirsi altrettanto felice? Andiamo per gradi.

Love this giant nasce da una stretta e intensa collaborazione durata circa due anni. Buona parte dei brani registrati sono scritti a quattro mani. Lui britannico naturalizzato americano, lei americanissima from Oklahoma. Per David Byrne collaborare con altri musicisti è ormai un fatto filantropico (si pensi ai due dischi con Brian Eno, e ancora Paul Simon, Arcade Fire e, infine, Sorrentino per la colonna sonora di This must be the palce). Ora è il turno di St. Vincent, ma stavolta è Byrne a mettersi in mostra; è lui il vero “gigante” del titolo, l’uomo dalla bazza più pronunciata del mondo, stando alla foto della sfortunata copertina che ritrae i due musicisti con i volti deformati. Sembra quasi un omaggio al celebre quadro di Grant Wood, quello dell’anziana coppia di burberi contadinotti. Dietro la copertina c’è senz’altro dell’ironia; l’esigenza di non essere presi troppo sul serio. Difficile accontentarli, vista la portata dei due artisti. Noi comunque ci proviamo.

Ascoltando il disco canzone per canzone, St.Vincent emerge a tratti, offuscata dall’ombra ingombrante di Byrne. Pur avendo registrato alcuni strumenti e interpretato i propri brani alla grande, colpiscono solo le sue straordinarie linee e doti vocali. In pratica, è l’ex Talkin’ Heads a condurre il gioco; St.Vincent si limita a seguirlo con naturale deferenza, sicura di trovarsi in buone mani, ma Byrne sfrutta ben poco quell’energia, quell’impetuosità di animale da palco che la Clark possiede. Un po’ più di grinta non avrebbe guastato. Proprio quando la cantante mostra i denti, il controllo e la moderatezza di Byrne prendono il sopravvento, ed è un vero peccato, perché St. Vincent non è certo un’artista da tenere in sordina.

La qualità delle canzoni è comunque elevata. Lo confermano brani come il singolo Who, da cui è stato tratto un gran bel video a tinte vagamente noir o Week end in the dust, canzone squisitamente pop arrangiata con gusto.

Ed eccoci giunti a un altro punto interessante: gli arrangiamenti. Fin dalla prima canzone fiati e ottoni fanno da padroni. Le chitarre, poche, pochissime, lasciano spazio a trombe e tromboni, drum machine e basi elettroniche (Byrne docet). Nonostante questo taglio stilistico così marcato, le composizioni dimostrano una loro autonoma originalità e non seguono dunque la scia di un solo genere musicale.

Ice Age, con il suo contrappunto finale di trombe, sostenuto da un didgeridoo sintetico ne è l’esempio perfetto. I am an ape è, invece, una delle canzoni più riuscite. Le personalità dei due musicisti, così diverse eppure affini, si mescolano con eguale forza espressiva. Ne viene fuori un brano travolgente: groove funky, bassi pompati a dovere e atmosfere gospel. Lazarus è un altro gran bel brano, potente, che inizia con un botta e risposta di fiati cadenzati (della serie: guarda-come-ti-creo-un-pattern-ritmico-con-le-trombe) e prosegue a dritto con decisione senza perdere mai un colpo. 

Adesso è preferibile non scadere nella maniacale ricerca delle influenze musicali. Si rischia un inutile gioco di specchi. Certo, i rimandi alla world music che caratterizzano buona parte della discografia di Byrne si sentono eccome (forse anche troppo), ma vuoi per la presenza St.Vincent (anche se non sfruttata a dovere), vuoi per una comune volontà di ricerca da parte dei due musicisti, il disco scorre piacevolmente e contiene tanti, davvero tanti spunti originali da apprezzare ascolto dopo ascolto.

Molto rumore per nulla? Nessuno può dirlo. Forse ci si aspettava più duetti. Forse ci si aspettava qualcosa di più. Forse ci si aspettava troppo. Sebbene i nomi siano entrambi importanti, è troppo facile criticare spietatamente. Le aspettative fanno credere quello che non è, e, di conseguenza, lasciano l’amaro in bocca. Godiamoci l’album per com’è fatto. Non è certo il disco dell’anno, ma è pur sempre l’opera di due grandi musicisti che sanno perfettamente cosa vogliono fare. Passato e presente senza troppe distinzioni.

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Pink, il nuovo disco di Four Tet

Pink è il titolo del nuovo disco di Four Tet. Chi si aspettava un ritorno in pompa magna, con un’intera tracklist di canzoni inedite resterà deluso. L’album, infatti, contiene otto pezzi di cui solo due inediti. Gli altri sono vecchi singoli pubblicati fra il 2011 e il 2012 in compilation elettroniche come Fabric Live 59, o diffusi dalle radio e dal web, reperibili perfino su Youtube. E’ proprio l’essenza incorporea del formato digitale ad attrarre Kieran Hebden, alias Four Tet. Il disco può essere solo scaricato da internet perciò non possiede una forma fisica definita, a eccezione di un’esclusiva versione in vinile per il mercato giapponese. Con o senza formato, i brani raccolti in questo disco, seppur già conosciuti, non sono degli scarti, dimostrano altresì forza attrattiva e notevole potenza sonora.

Basta ascoltare Locked, la traccia d’apertura, i cui chiari riferimenti dubstep si confondono progressivamente fino a diventare “altro”. E’ questo il bello di Four Tet: saper “far suonare” come nuovo e più appetibile per tutti, generi e deviazioni sonore che, ascoltate nella loro forma originale, potrebbero urtare alcune categorie di ascoltatori. Un po’ come stanno facendo i Radiohead da qualche anno a questa parte con un’elettronica che sembra essere esclusivamente farina del loro sacco e che invece, se si conoscono artisti come Burial, Modeselektor, 2562 e ovviamente Four Tet, scopriamo essere un rimaneggiamento originale davvero ben riuscito di suoni e ritmi dei dj sovra citati – non a caso sono loro le attuali fonti d’ispirazione di Thom Yorke (ascoltate i suoi dj set e ve ne renderete conto). In pratica, ciò che è stato già intuito o addirittura espresso da qualcuno in passato, viene ripreso, rielaborato e quindi migliorato con lungimirante creatività da altri. Ma per farlo ci vuole talento, e Four Tet ha talento da vendere. Lo sanno benissimo artisti come gli XX, o gli stessi amici Radiohead, che sempre più frequentemente si rivolgono a lui per remixare alcuni loro brani.

Tornando a Pink, è il turno di Lion, uno dei due brani inediti (l’altro è Peace for earth, forse il migliore del disco). Con le sue interminabili spirali analogiche e ritmiche forsennate, Four Tet sperimenta tempi e controtempi micidiali. Peace for earth è invece un carillon di suoni tondi e delicati, vicino ai lavori più ambient di quel pazzo di Aphex Twin. Con questa canzone torniamo ai suoi dischi precedenti (Pause o meglio ancora il celebratissimo There is love in you), dove suoni minimali e loop cristallini costruiti volta per volta si sommano in una rilassante ninna nanna elettronica.

128 Harps è un altro gran bel pezzo, che credo prenda il nome dal valore di riferimento dell’arpeggiatore qui utilizzato, credo… Straordinario è l’arpeggio orientaleggiante (un altro marchio di fabbrica dell’artista anglo-africano) che entra a tradimento a un minuto e quaranta: un piacevole inatteso cambiamento dopo la partenza disco, pompata a dovere. Se l’avesse portato avanti fino alla fine, il brano sarebbe passato inosservato, ma è proprio quel tipo di scelta stilistica a renderlo originale. Four Tet si dimostra ancora una volta creativamente impeccabile. L’album si chiude con Pinnacles, una canzone dal ritmo travolgente, da molti paragonata, forse esagerando, agli ipertrofici ritmi jazzati del Flying Lotus di Cosmogramma. I loop, le progressioni e le digressioni analogiche si rincorrono per condensarsi in una forma ben precisa.

Pink è davvero un godibilissimo album di musica elettronica. Seppur fatto quasi esclusivamente di singoli sfacciatamente “singoli”, conserva quella sensibilità che Hebden ha dimostrato più volte nei precedenti dischi. E’ un viaggio attraverso generi diversi, dalla minimal alla house, dal jazz a un elettro folk acustico di spessore. Pink è solo un “contentino”, un pensierino per calmare la nostra sete di elettronica ben fatta, mentre in padella bolle qualcosa di più succulento. Basta saper aspettare. Nel frattempo godetevi l’antipasto.

 

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“Papille, di gusto non si discute”, il nuovo spettacolo delle Loungerie

A lezione di cucina con Papille, il nuovo spettacolo delle Loungerie in scena la scorsa settimana al Teatro C di Livorno. Anche se l’argomento trattato prevede ingredienti e fornelli, eviterei volentieri il classico attacco giornalistico del tipo: “Prendete uno spicchio di comicità, mettetelo in un palcoscenico, aggiungete un pizzico d’ironia e mescolate il tutto con musica e poesia”. Le Loungerie sono una realtà per niente scontata e meritano un’analisi più approfondita di una banale recensione da rivista.

Mossi da una comune esigenza di rinnovamento formale dei loro spettacoli (di solito strutturati in una serie di sketch musicali e recitati) le Loungerie ovvero Elena Mellino, Emiliano Dominici, Alessandra Falca, Sara Bagnoli e Christian Quagli si cimentano adesso in un originale teatro di canzoni e parole al servizio di una storia davvero divertente, animata da efficaci battute e personaggi ben caratterizzati, ognuno con i propri pregi e difetti, idiosincrasie e debolezze. Attraverso un personale linguaggio teatrale, il gruppo di attori inscena una trama dall’andamento cronologico che ruota attorno a un tema ben preciso: la cucina.

La storia è semplice. Quattro cuochi squinternati sono messi a dura prova da una prorompente chef napoletana, Anna Nas (Elena Mellino), che, a suon di rimproveri e ammiccamenti, trascina la ciurma maldestra in un’originale lezione di cucina. Ogni personaggio predilige la ricetta che più si avvicina al proprio carattere, ma si sa “in cucina non c’è democrazia, c’è la gerarchia”. Perciò, ognuno faccia la propria parte, importante quanto indispensabile, ma certo non potrà avere l’ultima parola. Il menu, costituito da pietanze elementari, se vogliamo nazionalpopolari come la salsa di pomodoro, i piselli e il pollo con patate, suggerisce allo spettatore di cercare la felicità nelle cose semplici della vita, mentre le piccole e grandi debolezze dei protagonisti gli permettono di rispecchiarsi in un comune quadro di vita.

Papille è dunque un teatro di parola: frasi pronunciate alla velocità della luce e intelligenti giochi linguistici trasposti in musica e in dialogo. Le parole acquistano una doppia valenza: sonora e di significato. Anche quando non sono accompagnate dalla chitarra, esse mantengono intatta la loro dimensione melodica. Le numerose canzoni dello spettacolo, alcune delle quali scritte da Alessandra Falca e da Emiliano Dominici, già cantante dei Milioni, contribuiscono a sviluppare non solo l’andamento della storia e dei dialoghi, ma anche a caratterizzare in modo più efficace i cinque protagonisti. Spicca la voce “da urlo” di Elena Mellino che “spettina” il pubblico con la sua strepitosa forza canora.

Le Loungerie confermano il loro talento portando in scena uno spettacolo che diverte e coinvolge, portata dopo portata. Anche se la struttura è cambiata, gli ingredienti sono sempre egli stessi: ironia surreale, comicità mai volgare e tanta, tanta buona musica.

Se ve li siete persi, potete rifarvi il 16 giugno a Terranuova Bracciolini (AR) per l’apertura di “Utopia del buongustaio”, il 24 alla Fortezza vecchia di Livorno e il 30 a Terricciola (PI).

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