The idler wheel… il chilometrico nuovo album di Fiona Apple

Recensione ritardataria. Solo un mese fa mi sono accorto che a giugno di quest’anno era uscito il nuovo disco di Fiona Apple. Gran bella pecca che ho cercato di colmare ascoltando il disco tutto d’un fiato per settimane e settimane, giorno dopo giorno. Non certo per battere qualche record – come invece credo volesse fare la Apple, intitolando il disco con una sola frase di ventitré lettere che, per motivo di spazio, ridurrò a The Idler wheel… Non è un caso a sé. Già nel 1999 pubblicò un disco intitolato When the Pawn Hits the Conflicts He Thinks Oh the Hell With It. La scelta di battezzare i dischi con titoli chilometrici esercita su di me una certa attrazione. La vedo come una sfida al mainstream musicale. Un po’ come quando un gruppo presenta come singolo un brano che dura otto minuti e mezzo, consapevole del fatto che per i produttori sarà un bel problema farlo passare per radio. Insomma, farsi amare infrangendo le regole del mercato. In realtà, credo che i titoli della giovane Apple di New York siano così estesi perché sanno riassumere in un’unica frase tutto il senso dell’opera. Una vera gioia per chi scrive recensioni: spiegare un disco in ventitré dannate parole: la recensione fulminea e lapidaria. Un sogno.

Scherzi a parte, il senso di The Idler wheel… è racchiuso in dieci scorrevoli brani superbamente concepiti. Il primo ascolto può lasciare esterrefatti; ma è dal secondo che le cose cominciano a funzionare per il verso giusto. Scatta così quell’istintivo bisogno di riascoltarlo daccapo ogni volta.

L’elemento vincente è senz’altro la voce di Fiona; non tanto la voce in sé, quanto il modo in cui la utilizza per interpretare ciò che sta cantando. Una volta, lo scrittore-bandito Edward Bunker scrisse che quando leggeva Dostoevskij in piena notte, aveva la sensazione di sentirlo sussurrargli le parole all’orecchio. Ebbene, anche se in questo caso la voce di Fiona si sente eccome, chi l’ascolta con il testo in mano capisce immediatamente il senso di quelle parole grazie alla notevole forza interpretativa del cantato. C’è un punto in Every single night, l’unico singolo estratto, in cui la Apple canta If what I am is what I am / Cuz I does what I does / Then brother get back cuz my breast gonna bust open / The rib is the shell and the heart is the yolk / And I just made a meal for us both to choke on. La sua voce sembra spezzarsi da un momento all’altro, come se la cantante si fosse morsa un labbro o stesse per soffocare. La bocca si contrae in una smorfia di dolore, così che l’ascoltatore possa percepirlo. Non è una cosa da poco.

La sofferenza, l’incapacità di amare, la solitudine, le insicurezze creative sono alcuni dei temi affrontati dal disco. Fiona riesce a vuotare il sacco delle emozioni, anche quelle più struggenti che hanno segnato irrimediabilmente la sua vita (a dodici anni fu vittima di una violenza sessuale, un trauma che non ha mai tenuto nascosto ai giornalisti e spesso affrontato nelle sue canzoni). Mettersi a nudo, si sa, non è facile, ma quando un’artista riesce a esprimersi con estrema sincerità, comunicando onestamente, dicendo le cose come stanno senza usare il facile vocabolario della reticenza, rifugio di tanti musicisti dietro cui nascondersi con frasi pompose o prive di un significato apparente – perché spesso neanche loro sanno di cosa stanno parlando -, ebbene, quando un artista compie questo miracolo dell’arte non può che andare definitivamente a segno, lasciando nell’ascoltatore un leale senso di appagamento e ammirazione – voglio dire, chi non sa apprezzare le persone sincere?

Sebbene in questi ultimi anni Fiona ne abbia passate davvero tante (discussioni infinite con l’etichetta, problemi personali, ecc…), con The idler wheel… firma un disco d’autore in cui convergono attitudini musicali differenti, dal jazz allo swing, dal pop a un rock scarno fatto di rullanti dal sound sabbioso, percussioni tribali, pianoforte e voci, suoni e rumori in loop. Fin dalle prime note s’intuisce lo spirito sperimentale dei brani. Daredavil segue la via straniante delle dissonanze. Voce arrochita sull’onda delle emozioni e un pianoforte che salta da un accordo all’altro, accompagnato da efficaci percussioni del musicista-produttore Charley Drayton. L’autobiografica Jonathan, dedicata al suo precedente fidanzato Jonathan Ames, si apre con un ritmo che sembra uscire da un mix di aspirapolvere e treni a vapore, seguito da una traccia di pianoforte incalzante. Da un registro emotivo all’altro: una distorta partitura dell’anima. Anche la voce trema, facendosi instabile.

Left alone, Perpihery con la sua atmosfera americana anni ’30 e Anything we want divaricano sprazzi di luce, fra spasmodici ritmi percussivi e note di contrabbasso in fuga. Hot knife, il brano che chiude il disco, termina con un selvaggio loop di voci fra cui quella della sorella di Fiona, Amber.

The Idler wheel… è dunque un disco da ascoltare con metodo e passione. Esattamente con quella stessa passione viscerale con cui Fiona l’ha scritto, regalandolo a noi. Mi sembra un buon modo per ricambiare il coraggio di un’artista capace di superare ostacoli e difficoltà, disposta a tutto pur di diffondere brani coraggiosi e necessari per comprendere la sua poetica e, allo stesso tempo, per comprendere noi stessi, specchi dalle sembianze umane. Canzoni scarne, ridotte all’osso per esprimersi al meglio, senza girarci troppo intorno. In fondo l’uomo è fatto di carne e sangue. E io, che ho scoperto questo disco troppo tardi, lo metto su un’altra volta, giusto per farmi perdonare.

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