Willie sta sull’albero

      A Treehouse, i bambini crescono sugli alberi come fossero frutta. Nascono, crescono e una volta maturi cadono a terra, pronti ad affrontare le difficoltà della vita. Ma Wille Wollie di scendere dal suo albero e di affrontare la vita non ne voleva sapere.

      Pur essendo maturo abbastanza da cadere dall’albero come una pera cotta, Willie restava aggrappato al ramo con tutte le sue forze. Un’occhiata al mondo là sotto ce l’aveva buttata – giusto per curiosità – ma non gli era piaciuto per niente. Raggiunta una certa età la gente di suolo diventava burbera, litigiosa. Tutti discutevano con tutti e prima di fare la pace potevano passare anche degli anni. Venne perfino a conoscenza di misteriosi litigi mondiali, durante i quali centinaia di uomini si sparavano fra loro senza neanche sapere perché. Come si poteva essere così stupidi? Willie proprio non capiva. Per questo decise che non sarebbe mai sceso. Stava bene lassù, a penzoloni sul più alto ramo del più alto albero dell’ex campo di Gerald – per altro anch’egli davvero alto, il più alto fattore mai visto.

      Sulla cima, Willie ammirava tutta Treehouse: i tetti delle case, i comignoli anneriti, i cortili con le finestrelle e i panni stesi; la piazza dell’orologio, famosa per la sua torre che, col passare delle ore diurne, adombrava a turno le numerose abitazioni nei dintorni.

       A est del villaggio, il Bosco delle nascite, con i suoi folti alberi da frutto. Un luogo venerato e rispettato, laddove i figli di Treehouse maturavano a grappoli sui robusti rami coperti di muschio. L’aria magica che si respirava in quel luogo lo affascinava più di ogni altra cosa.

       Willie conosceva bene le origini di Treehouse. Leggeva avidamente vecchi libri di storia e conosceva a memoria i nomi degli alberi da cui imparava sempre nuova prole. Nel tempo libero, invece, disegnava nuvole rubiconde, scriveva storielle divertenti per gli uccelli canterini, e, prima di addormentarsi, si lasciava accarezzare dalla tiepida luce della luna.

        Per i bambini, Willie era lo scemo del villaggio: alla sua età, trovarsi ancora appeso al ramo, era davvero insolito per non dire ridicolo. Così tutti lo prendevano in giro. Non aveva neanche un amico. Ogni volta che i bambini tornavano da scuola, Willie agitava la manina per attirare un sorriso, o almeno un saluto. Nessuno però ricambiava. Allora Willie tornava a far sogni e a riscriverli in rime sciolte sul quadernetto dei disegni dalla ruvida copertina usurata.

        “Quel ragazzo, lassù, non ha speranze,” proferì Olmo il fattore, sfregandosi un paio di baffi immaginari tra indice e pollice.

       “Già,” annuì l’anziano fabbro dal naso blu. “Se ne sta lì appeso come un bambinetto.”

       “Proviamo a scuotere l’albero per vedere se cade, come si fa con le olive.” E scoppiò in una grassa risata.

        “Buona idea. Facciamolo maturare!”

      Con le grosse mani pelose appoggiate sull’alberello, i due bacucchi cominciarono a scuoterne il tronco ridendo e ruttando senza ritegno. Caddero foglie e nidi di rondine. Willie, però, non cadde. Stava giusto schiacciando un pisolino e, grazie a quel dondolio, continuò a dormire della grossa, sprofondando in un mondo di sogni zuccherini.

      La mattina seguente si svegliò di soprassalto, infastidito da un lungo borbottio. Saliva dai piedi dell’albero col tipico brontolio di una pentola a pressione prossima al fischio. A essere precisi, era un misto di voci nervose e concitate. Il ragazzo, seccato, si affacciò per vedere meglio.

        La collina era stracolma di gente. Sembrava una festa paesana, solo che i volti dei tanti cittadini radunatisi per l’occasione apparivano tesi e agitati. All’ombra del grande albero era stato allestito un piccolo palco di legno ricoperto da un drappo rosso, orlato d’oro. Willie intuì che non si trattava di una festa e che di lì a poco si sarebbe tenuto un discorso importante. Quel che non capiva era il motivo di tanta agitazione proprio sotto casa sua.

       Centinaia di teste scrutavano l’albero come in cerca di qualcosa o qualcuno nascosto tra i rami. Willie si ritrasse intimorito. Poteva sentire i loro occhi sospettosi scavare le fronde e punzecchiarlo da capo a piedi.

       Schioccarono applausi, poi, un basso ometto cicciobomba dal passo sicuro, emerse dalla massa. Era il Sindaco di Treehouse, il cui passare divideva la folla come la pinna scura di uno squalo in un mare agitato.

       Indossava una giacca nera, un grigio panciotto accuratamente stirato e un paio di pantaloni scuri stretti ai fianchi da una cintola in cuoio capelluto. La fascia colorata, che scendeva diagonalmente dalla spalla destra al fianco opposto, risaltava le rotondità del pancione. Willie restò impressionato dai folti baffi a ricciolo che il Sindaco sfoggiava con orgoglio. Visto così, sembrava un pappagone tirato a lucido.

      Pronto a snocciolare uno dei suoi impareggiabili quanto barbosi sermoni, il grasso Sindaco prese posto sul piccolo palco, non senza una serie di imbarazzanti manovre che dettero il via ai più sguaiati sghignazzamenti popolani. Con un rapido gesto della mano zittì tutti i presenti, schiarì la voce e parlò come politico parla.

      “Signori, siamo oggi di fronte a un insolito problema che vede coinvolta la nostra amata comunità di Treehouse. In cima a questa pianta, dietro le mie spalle, un giovine bimbetto di nome Willie Wollie si rifiuta di scendere nonostante abbia raggiunto la piena maturità. E’ normale, secondo voi? A mio parere i bimbi quando son maturi cascano dall’albero.”

      Al che rivolgendosi direttamente al volgo, chiese: “Qualcuno ha parlato al ragazzo?”

      “Certo, signor Sindaco,” rispose la bionda Tenora, ex reginetta di bellezza, adesso contadinotta a tempo pieno e vanto di tutta Treehouse.

     “Il fatto è che la sua testardaggine è più dura di un frutto acerbo,” proseguì Alvin, il mulo parlante.

      “Beh, credo proprio che adesso dovrà scendere,” dichiarò il Sindaco. “Ho grandi idee per questa collinetta sperduta.” E, allungandosi dal pulpito verso la folla sfoggiando un sorriso a settantadue denti, chiese con garbo: “Vi piacerebbe un bell’Arraffaroba?”

      Seguì fu un lungo brusio, poi, qualcuno domandò: “Che cos’è un Arraffaroba?”

       “E’ un posto dove trovi tutto quel che ti serve. T-u-t-t-o,” scandì per benino il nano sordo-cieco ma non muto. “Mi hanno raccontato che se vuoi qualcosa, qualsiasi cosa, là ne trovi a bizzeffe.”

       “Già. Hanno anche gli ‘Acchiappa Cucchiai’!” soggiunse Franz, il gigante buono che collezionava cucchiai dalle forme più bizzarre.

       La folla di paesani si agitava in un oceano di domande ansiose di risposte.

       “Ma è così utile un Arraffaroba a Treehouse?” si domandarono alcuni bontemponi.

      Il Sindaco rispose impettito come un pettirosso obeso. “E’ più che utile, signori. Direi che è indispensabile. Pensate alla gioia che porterà al nostro villaggio: vetrine, scale mobili, colori…”

      “Scale mobili? Cosa diavolo sono?” proruppe a gran voce la reginetta di bellezza.

       “Sono dei gradini come quelli di casa, solo che si muovono da soli e ti portano in alto. E il bello è che si sta fermi. Non si fatica,” le rispose William l’idiota, regalandole un certo sollievo.

        I cittadini, rassicurati, parlottarono alacremente scambiandosi opinioni. Agli occhi di Willie sembravano tante formichine in preda all’eccitazione. Ancora non aveva capito il motivo di quel fervore. Soddisfatto, il Sindaco osservava il gregge di pecore ormai pronte a seguirlo in capo al mondo. Al che riprese l’audace orazione.

        “Costruire un Arraffaroba significa risparmiare tempo e fatica. Per voi sarà più semplice comprare quel che vi occorre senza dover scendere in città; avreste tutto qua dietro, a un tiro di schioppo.”

        “Inoltre,” proseguì, “porterà benessere a tutta la comunità: ai vostri figli, e ai figli dei vostri figli. A questo dobbiamo puntare: alla felicità di ogni singolo cittadino.”

      La folla esplose in un fragoroso applauso. Ormai li aveva conquistati. O almeno, così credeva…

       “Certo, dovremo abbattere quest’albero per evitare che le radici intralcino i lavori degli operai…”

       Willie ebbe un colpo. Abbattere l’albero? Casa sua?

       “Per questo vorrei parlare con Willie, lassù, e convincerlo a scendere o con le buone o con le cattive.”

       “Ma Sindaco, gli alberi sono importanti per noi. E’ grazie a loro se i nostri figli nascono sani e forti,” constatò Gerald dall’alto della sua altezza altezzosa. Il Sindaco dovette correre ai ripari.

      “Non vi preoccupate, abbiamo già calcolato tutto. Le nascite continueranno a salire anche senza un albero.”

        Un mormorio di disappunto si diffuse fra i cittadini, già meno entusiasti. “E quanto ci verrebbe a costare questo Arraffa-chissà-cosa?” chiese il gigante Franz con voce tonante.

        Il volto del Sindaco si fece rosso. “Ecco, vedete… ci sarebbe giusto da pagare… giusto una piccola somma… piccina picciò.”

        “Non abbiamo soldi!” berciò il nano dai bassi fondi di un imbuto.

        “Siamo già tassati di tasse. Ora basta!” proseguì l’idiota del villaggio.

        Nel giro di pochi minuti gli abitanti di Treehouse si fecero sempre più agitati. Il Sindaco cercò di calmare gli animi con falsi sorrisi di sicurezza economica, ma non servirono a molto. La folla continuava a ruggire con ferocia. Il Sindaco ci pensò su: doveva assolutamente riprendere il controllo della situazione. A forte malcontento popolare, meglio trattare, pensò.

       “Calmatevi, dannazione! Vi darò così tante feste in piazza da farvi divertire per giorni e giorni.” A queste parole il popolo lanciò un solo urlo di gioia. Il Sindaco li ebbe di nuovo in pugno e fu rieletto seduta stante. Agli occhi delle popolane, apparve come il più bel pezzo d’uomo del paese. Ecco come il Sindaco dal sorriso facile comprò il benestare del popolo di Treehouse.

         Willie non aveva altra scelta. Sarebbe stato costretto a lasciare il suo albero, il grembo su cui era cresciuto, unico rifugio dalla stupidità del mondo. Si strinse forte al tronco per non cadere.

        La marmaglia, presa dai festeggiamenti, non si accorse che il sacerdote era salito sul pulpito prendendo il posto del Sindaco, e, con la voce di chi sa come trattare le folle, richiamò l’attenzione dei cittadini. Il gregge di pecore smise di belare.

        “In nome di Dio, avete forse dimenticato le vostre origini? Quell’albero è sacro. Dai suoi rami nascono i cuori di Treehouse. Abbatterlo significa spezzare il futuro delle nostre genti. Tale albero è vita!”

        L’euforia cittadina si esaurì con un colpo di tosse passeggero.

       “Mi meraviglio di lei, Sindaco,” proseguì il sacerdote. “Barattare le nostre tradizioni per uno stupido centro commerciale.”

        Gli sguardi indignati dei cittadini si posarono sulla pancia del Sindaco. Qualcuno lo definì un ‘panzone villanzone’ e a guardarlo bene le donne non lo trovarono più così tanto attraente. I suoi baffi impomatati si erano ammosciati dalla vergogna.

        “Avesse almeno pensato a costruire una chiesa di campagna,” aggiunse il sacerdote su tutte le furie. Il Sindaco colse la palla al balzo: “Ma come? Non lo sa? Possibile che nessuno gliel’abbia detto? All’interno del centro troverà spazio una piccola chiesa – sempre che a lei faccia piacere, ovviamente. Potrà dir messa ogni volta che vuole. Anche all’ora di punta, quando ci saranno più clien… ehm, mi scusi, volevo dire, fedeli.”

        “Davvero?” domandò il sacerdote, guardandolo sottecchi.

       “Sicuro! Inoltre troverà posto un piccolo emporio davanti alla chiesa. Saranno offerti santini e candelabri a una cifra irrisoria.” E, con voce impercettibile ai più, aggiunse: “E’ inutile dirle che il ricavato andrà interamente alla vostra parrocchia.” Il Sindaco non seppe trattenere un occhiolino d’intesa.

       Abbandonata la sua aria predicatoria, il sacerdote si rabbonì e, abbassato lo sguardo, scostando qualche sassolino con la punta dei sandali, nicchiò: “Beh, a pensarci bene… albero più, albero meno… non sarà poi così grave.”

      “Resta il problema del ragazzo, sua santità.”

      “Quale ragazzo?” sbottò sua santità.

       “Quello sull’albero…”

       Il sacerdote sapeva quali sante parole usare in caso di crisi spirituale, e anche se la situazione non era per niente critica sul quel fronte, far leva sui buoni sentimenti della gente era pur sempre la sua specialità. Così, rivolgendosi al popolo, proferì solennemente:

      “Fratelli, questo Arraffa Roba s’ha da fare, perché è al contempo luogo di svago e fede ma non di perdizione. Se il cuore è puro, le nostre tradizioni non saranno dissacrate. Perciò, concedo la mia al ‘Sacro Centro Arraffaroba’ la mia santa benedizione. Chiunque vi entrerà otterrà un accesso gratis per il Paradiso.”

        Ci furono applausi, urla incomprensibili; chi lanciava cappelli, chi parrucche. Stretti in un’unica mano, Sindaco e sacerdote posarono per i fotografi. Poi, il Pastore, zittite le pecore, aggiunse a voce alta: “Quel ragazzo è esempio di mancanza di fede. Deve crescere e cadere dall’albero, affrontando la vita come tutti noi. Credo sia abbastanza maturo per farlo.”

        Il povero Willie, appollaiato sul ramo, non credeva alle sue orecchie. Come potevano essere sì pecoroni da permettere che uno dei più sacri alberi fosse abbattuto? Il suo per di più.

       “Grazie per l’attenzione, signori. E buoni acquisti!” esclamò il Sindaco prima di fare il suo immeritato bagno di folla. I cittadini se ne andarono con il loro volgare parlottio fino a sparire dietro la collina.

       Un greve silenzio scese sulla vallata. Willie pianse per tutta la notte. Il giorno successivo il suo albero sarebbe stato abbattuto con un gran fracasso.

       Passarono i giorni, il cambio delle stagioni. Prima l’autunno col suo giaccone di foglie, poi, l’inverno polare dai guanti pelosi cedette il passo alla mite primavera. Dall’alto della collina, Willie osservava il caotico cantiere fatto di braccia meccaniche e ruspe affamate scavare buche per vomitarvi dentro colate di cemento. Anziché un albero, ai piedi della valle si ergeva un desolante parcheggio pronto ad accogliere intere famiglie su quattro ruote. Willie non poteva far altro che contemplare impotente quello scempio: un atto vandalico legalizzato.

        “Ciao. Ti ho trovato, finalmente.”

        La voce cristallina che irruppe nella sua vita apparteneva a Judy. Willie la riconobbe subito. Abitava in una vecchia casa fatiscente, tinta di verde, con il tetto rotto e le imposte screziate dal clima. Willie la salutò con un timido cenno della mano. Fra le tante ragazzine di Treehouse gli era sempre parsa la più interessante. Lo affascinava il suo modo di guardare le cose: curioso, trasognato, come se vivesse in un mondo accessibile a pochi.

        “Ho sentito parlare tanto di te. Che fai tutto solo?”

        Willie non rispose, credendo di trovare la risposta tra le stringhe delle scarpe. Judy gli si fece accanto.

        “Sei triste perché non hai più il tuo alberello?”

        Fece si con la testa.

        “Ti capisco, sai? Anch’io odio quell’Arraffatutto; e poi vende solo roba inutile.”

        Willie raffazzonò un sorriso d’approvazione. Poi, lo sguardo vacante si posò sul cantiere, così come il silenzio tornò sulle labbra. Judy colse un fiorellino di campo e lo sistemò con cura dietro l’orecchio. Willie ne avvertì il gradevole profumo; si domandò se appartenesse al fiore o a Judy.

        “A volte l’odore di un fiore può cambiarti la vita, lo sapevi?” bisbigliò Judy. Avrebbe voluto risponderle, dirle che aveva ragione. Anche per lui era la stessa cosa, ma era come incantato dall’innaturale bellezza di lei. Una bellezza disarmante, capace di lasciare il cuore inerme di fronte a proposte, come:

        “Pensavo di fare due passi. Ti va di venire con me?”

        Difficile dire se fu la domanda in sé a convincerlo o se fu il modo in cui lo chiese: semplice e suasivo. Fatto sta che rispose di si.

        I due, mano nella mano, si addentrarono nel Bosco delle nascite. Fu una scoperta continua. Judy conosceva a memoria i nomi delle piante, dei tanti fiorellini colorati che crescevano meravigliosamente attorno ai cespugli rigogliosi; sapeva distinguere le bacche buone da quelle velenose, le foglie urticanti ed emollienti. Il bosco era casa sua; non si perdeva mai: se non riconosceva i sentieri, le bastava tendere l’orecchio in attesa che il ruscello le indicasse la strada di casa. Willie restò incantato da tutti quei nomi sconosciuti. Lo affascinava il suono delle parole, così precise, pulite, e il modo in cui Judy le pronunciava. Fu quando decisero di abbracciare un albero che Willie s’innamorò di lei. Aveva vissuto su un albero, aveva dormito su un albero, ma non ne aveva mai abbracciato uno prima d’ora.

         I due si strinsero al tronco fino a sfiorarsi le punta delle dita. Sopra le loro teste, appesi ai rami, sbocciarono piccoli germogli di bambini:  boccioli ancora acerbi da cui spuntavano braccette paffute o minuscoli piedini. Anche Willie un tempo era stato così: un baccello di bimbo.

         Il vento leggero ma costante smosse le fronde lussureggianti del vecchio albero. Willie ebbe come la sensazione di essere tornato a casa dopo un lungo viaggio. Si sarebbe arrampicato sui gradini di corteccia per contemplare i tenui colori del crepuscolo bagnare di luce le nuvole. Judy sembrò capirlo, perché pose la mano sulla sua. Col tronco che li divideva, si sporsero dallo stesso lato e si sorrisero. L’albero avvampava di luce smeraldo.

         Prima di far ritorno al villaggio decisero di passare dal cantiere. Ora che gli operai avevano riposto i loro attrezzi non vi era alcun pericolo di essere scoperti. Azzannato il suolo per tutto il giorno, le mostruose ruspe di metallo riposavano ora al fresco della sera, immobili; i denti ancora sporchi di terra. Le mastodontiche gru, ferme a mezz’aria, sembravano paralizzate da un incantesimo che solo al mattino seguente si sarebbe sciolto.

         “E’ orribile,” esclamò Judy guardandosi intorno.

         Willie errava in silenzio lungo le impronte degli operai impresse nel fango. Tra i cumuli di pietre, polvere e attrezzi arrugginiti, del suo albero restava solo un mucchio di rami e foglie ai piedi di un fosso. Un cartello pubblicitario avvolto da carta trasparente invitava ad acquistare finte piante di plastica per “donare alla vostra casa un magico tocco di natura”.

        Sottili rivoli di lacrime scesero lungo le guancie del ragazzo. Judy le asciugò delicatamente, sfiorandole con le dita.

        “Guardami,” gli sussurrò. “Potrebbe diventare un posto magico, se solo lo volessimo.”

        Willie la guardò fino al cuore, e così, le loro labbra si unirono in un lungo bacio bagnato di lacrime.

        Il caldo respiro di lei si riversò sulla bocca di Willy fino a farlo vacillare. Non aveva mai baciato una ragazza prima d’ora. Lo aveva visto fare tante volte, quando qualche coppia d’innamorati si accoccolava sotto il suo albero, lontano dai rimproveri dei genitori. Osservandoli di nascosto non aveva mai compreso il senso di quel gesto. Bastò sentire le labbra di Judy sulle sue per capirlo. D’un tratto si sentì forte, alto, robusto. Anche Judy provò le stesse sensazioni. Erano come una sola cosa. Crebbero, e crebbero ancora. Avvinghiati l’uno all’altro, Willie e Judy si unirono in un solido tronco di quercia.

         In un vortice di corteccia, i loro capelli si annodarono, spuntarono fronde maestose; i rami si protrassero a migliaia. Le gambe, le dita dei piedi e delle mani divennero radici assetate d’acqua che si fecero largo sotto terra, mandando all’aria l’intero cantiere. In un attimo, l’Arraffa Roba fu inghiottito dalla fitta vegetazione cresciuta a vista d’occhio ai piedi del grande albero.

         Le case di Treehouse furono travolte da una scossa di terremoto. Le finestre s’infransero, i lampadari vacillarono, le mura delle case si disseminarono di crepe serpeggianti. Per chi stava mangiando, portarsi il cucchiaio di minestra alla bocca senza rovesciarlo sulle gambe, fu assai complessa. Gli abitanti del villaggio uscirono dalle case in preda al panico. Il Sindaco e il santissimo sacerdote arrivarono di corsa; pallidi e preoccupati, ingiunsero subito ordini ai contadinotti agitati.

          “State tranquilli. E’ tutto sotto controllo,” rassicurò il Sindaco grondante di paura. “Avviciniamoci al cantiere. Il terremoto si è propagato da lì. Venite.”

          “Pregate gente, pregate,” ripeteva di continuo il Sacerdote, snocciolando il rosario di legno.

           Dietro ai due pastori, le pecore belanti procedettero in fila indiana, e una volta raggiunta la collina, tutti, ma proprio tutti, trasecolarono di meraviglia, quando, convinti di imbattersi nel consueto polveroso cantiere, si accorsero che di esso non vi era più alcuna traccia. Al suo posto un’impenetrabile fortezza di radici stritolava le mostruose macchine da costruzione oramai fuori uso. Le obese betoniere dalla pancia colma di cemento spuntavano qua e là, lanciando il loro silenzioso grido di dolore.

          Il Sindaco scoppiò in un pianto disperato. Tutti i suoi piani, i soldini investiti con cotanto amore erano scomparsi nelle tasche senza fondo del suolo. Quando qualcuno tra la folla gridò al miracolo, il sacerdote svenne sul colpo. In effetti, di questo si trattava: un miracolo d’amore raccolto tra due cuori in un solo corpo di corteccia. Dalle alte fronde si diffuse una vivace lucina verde.

           “Se l’albero ha deciso di stabilirsi qua, significa che qua dovrà restare,” sentenziò il saggio Pagnus, capo fattore di Treehouse.

           “Su, su, non faccia così,” disse rivolto al Sindaco, picchiettandogli la testa con sonore pappine di consolazione. “Guardi quanto è bello il nostro albero. Non le ricorda la sua infanzia?” Ma il Sindaco disperato frignò ancora più forte.

           I cittadini al completo dichiararono l’albero “patrimonio naturale di Treehouse”, e così anche la vasta pianura circostante. Un luogo ideale per proteggere il cuore del villaggio, affinché l’identità di Treehouse non fosse più dimenticata.

           Col passare degli anni, Willie e Judy, cinti in un albero, sbocciarono in tanti frutti di bimbo che, una volta maturi, affrontarono il mondo senza aver mai paura di inciampare. Nessun bambino restò attaccato al proprio rametto. Willie Wollie non lo avrebbe permesso. Perché nascosta tra la folta erbaccia di un campo, per quanto alta sia, cresce sempre un fiore il cui odore può cambiarti la vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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