Jazz, esistenzialismo e beat generation

Non sempre accade, ma talvolta, quando si ascolta musica dalla mattina alla sera, per lavoro come per piacere, scrivendo, guidando o semplicemente stando seduti a leggere sul divano, è possibile avvertire il bisogno di voler staccare con i soliti ascolti, anche solo per un breve periodo, per dedicarsi a un genere musicale ritenuto più leggero o quantomeno “riposante”. E’ un istinto naturale che può cogliere chi è abituato ad ascoltare tanta musica diversa, avvezzo a saltellare con disinvoltura da un genere all’altro. A poco a poco l’ascolto satura, la mente s’irrigidisce e il corpo rilascia una sensazione di disgusto paragonabile a ciò che il povero Sartre definiva la “Nausea”, un terribile malessere fisico-interiore che sopraggiunge nel momento in cui l’essenza concreta dell’esistenza si rivela ai nostri occhi.

Jean Paul Sartre

Jean Paul Sartre

Nel caso della musica, ognuno reagisce a suo modo. Quando capita a me, decido di ascoltare solo classica o musica jazz. Il motivo? Forse perché li ritengo due generi dotati di una notevole carica rilassante capace di ripulire l’orecchio dalle impurità dei miei ascolti quotidiani. Per quanto vadano entrambi evolvendosi, il loro sound è sempre quello, fisso e riconoscibile, anche quando siamo di fronte alle loro innumerevoli varianti stilistiche. Ascoltiamo e distinguiamo sax, trombe o archi e ottoni nel loro habitat musicale originario. Mi rassicura sapere che ci sono questi due generi pronti a consolarmi nei momenti di smarrimento musicale.

 Poiché abbiamo già parlato di musica classica, stavolta è il turno del jazz e di chi ha provato a riprodurre le sue dinamiche musicali in scrittura. Il legame fra jazz e letteratura è più stretto di quanto si pensi. Come un musicista, lo scrittore è alla ricerca di un registro di parole e fonemi che sappiano comporre una frase dotata di senso compiuto, ritmo e musicalità. Ne deriva una sorta di partitura fatta di pause, cambi di tempo e intonazioni (ad esempio, i dialoghi). Lo scrittore prende un insignificante evento quotidiano e lo trasforma progressivamente in una vicenda che coinvolge più personaggi e situazioni. Allo stesso modo, il musicista jazz parte da un tema preciso e riconoscibile per trasfigurarlo in qualcosa di nuovo e inaspettato, adottando differenti stili in continua evoluzione. Le due arti vanno dunque di pari passo. Si pensi all’Età del jazz, i ruggenti anni ’20 descritti da Francis Scott Fitzgerald ne Il Grande Gatsby o ne I racconti dell’età del jazz. O al nostro Cesare Pavese, uno dei primi scrittori italiani a diffondere la letteratura americana nel nostro paese, da Whitman a Lee Master. Anche lui scrisse sotto l’influsso del jazz, giocando con il suono delle parole e la punteggiatura. Un vero esempio di scrittura sincopata. Coloro che fra tutti stravolsero le regole della letteratura classica ispirandosi dichiaratamente al jazz furono Jack Kerouac e Allen Ginsberg, entrambi scrittori appassionati di bebop, ammiratori di Charlie Parker e Dizzy Gillespie.

Ginsberg adottava lo stile del bebop in letteratura, ad esempio, aggiustando la lunghezza delle strofe sulla propria capacità di trattenere il respiro durante la lettura; inseriva poi una pausa laddove prendeva fiato e iniziava la strofa successiva partendo dall’ultima parola di quella precedente, così da trasmettere un senso di continuità fra una frase e l’altra. Se leggiamo alcuni folgoranti capitoli de I sotterranei di Kerouac o i poemi raccolti in Mexico city blues, ci accorgiamo che egli non usa la punteggiatura, ma crea periodi continui dal ritmo metaforico e sincopato. La scrittura segue dunque il ritmo del flusso di coscienza tipico del musicista jazz che, abbandonato all’istinto, esegue improvvisazioni dettate dalle sensazioni del momento: una cascata di note (e parole) senza mai fermarsi. Si dice che Kerouac scrivesse battendo il piede per tenere il tempo. “Voglio essere considerato un poeta jazz che suona un lungo blues in una jam session d’una domenica pomeriggio”, scrive in apertura di Mexico City Blues

 Charlie Parker looked like Buddha / Charlie Parker, who recently died… / “Wail, Wop” Charlie burst / His lungs to reach the speed / Of what the speedsters wanted / And what they wanted / Was his eternal Slowdown

 Da questo interesse per il ritmo nasce il termine Beat Generation, coniato dal romanziere John Clellon Holmes per definire un tipo di scrittura musicale e intuitiva. Il movimento beat (perché di questo si trattava: un vero movimento artistico creatosi nel giro di pochi anni) si opponeva radicalmente alle regole sociali percepite come ridicoli tabù borghesi, preferendo una condotta in cui arte e vita potessero confondersi. I nuovi poeti viaggiano, vagano da un punto all’altro del paese o visitano India e Africa, spostandosi su sgangherati treni merci o semplicemente facendo l’autostop, con l’obiettivo di trovare da soli la propria “strada”. Da qui l’interesse per la spiritualità Zen e per sostanze stupefacenti utilizzate come strumenti di ricerca interiore con cui raggiungere illuminanti stati di percezione della realtà. Kerouac assunse grandi quantità di benzedrina per tenersi attivo durante le interminabili stesure di On the road. La dipendenza da eroina di William S. Burroughs lo condusse a scrivere dei suoi inferni privati (Junkie e il visionario Pasto Nudo). Da un simile atteggiamento irriverente, ritenuto dai più scandaloso, si sviluppa la loro protesta contro una società percepita come “troppo vecchia” e dunque da provocare con una nuova prosa, con uno stile letterario imprevedibile, inafferrabile, dotato di estrema libertà creativa. Molti dei loro testi, infatti, nascono spontaneamente, come un’improvvisazione jazzistica. Coltrane fu accusato di registrare dischi di sole improvvisazioni. Pursuance, raccolta nel disco A love supreme del 1964, ne è un esempio. Coltrane passa da un registro all’altro, spaziando dal bebop ad alcuni timidi accenni di free jazz che il musicista affronterà con maggior attenzione nel disco successivo, Ascension. A love supreme si muove su un semplice giro di accordi modificato con riff e improvvisi cambiamenti melodici, dall’acuto al grave, fino a ottenere effetti cacofonici di difficile ascolto.

La musica di Mingus, Monk, Coltrane, Gillespie e Miles Davis, possiede una genuina natura narrativa. I riff lamentosi e malinconici, sfrenati, gioiosi o rabbiosi, trasmettono precise sensazioni interiori, come fossero romanzi o poemi beat travolti dalla musica. Kerouac e Parker. Ginsberg e Gillespie. Scrittori o musicisti?

 In un capitolo de La Nausea, il protagonista trova un momento di quiete interiore ascoltando la voce di una cantante di colore registrata su disco. Di colpo, quella sensazione di disgusto, che fino a quel momento lo aveva piegato, svanisce senza lasciar traccia. Egli si sente dentro la musica e ciò provoca in lui un estatico piacere esistenziale. Perciò la musica vince sempre, anche quando è il momento di ripulire l’orecchio anelando a qualcosa di più alto ed etereo, o magari preferendo il silenzio – che poi è anch’esso musica, come ci ha insegnato il buon Cage. La musica, così come la letteratura e altre forme artistiche, è un necessario mezzo d’espressione senza il quale la vita non avrebbe senso perché priva di condivisione e bellezza. Ci insegna ad ascoltare, a tendere l’orecchio verso le profondità emotive del nostro e dell’altrui animo. Ciò che conta è restare sempre in ascolto, vigili e consapevoli del fatto che grazie a musica e parole, possiamo dare un senso a ciò che siamo, dimenticandoci per un attimo che la morte resta la nostra unica immutabile certezza.

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