Pink Moon, l’eredità di Nick Drake

Non è semplice scrivere di Nick Drake. Quando lo fai, hai la sensazione di ritrarre a parole un musicista che in fondo non è mai esistito, frutto di un sogno collettivo di cui oggi resta solo un pallido ricordo. Pallido come la luce della luna. Una luce rosea, portatrice di sciagure e dolore. Per tutta la vita il menestrello di Tanworth-in-Arden, Warwickshire, Inghilterra, è rimasto chiuso in se stesso, distante dal resto del mondo. Troppo timido. Troppo fragile. La sua infelicità era frutto di qualcosa che lo tormentava dal profondo. Eppure le sue composizioni, riscoperte solo di recente, sono opere di rara bellezza, sia per le liriche sia per il metodo di composizione.

Fra l’uscita di Bryter Layter del 1970 e quella di Pink Moon nel febbraio del ‘72, Drake visse una forte crisi depressiva principalmente dovuta alla modesta reazione di pubblico e critica suscitata dai suoi album. Accettare l’idea di non aver colpito nessuno fu come ammettere un definitivo fallimento personale. Non ci riusciva, perché consapevole di possedere un notevole talento. I genitori, preoccupati per la salute fisica e mentale del figlio, lo accompagnarono da uno psichiatra, il quale gli prescisse la via più semplice per un medico: quella degli antidepressivi. Per gli amici però non era semplice depressione. Somigliava più a uno stato esistenziale “romantico”, frutto di una forte sensibilità. Un giovane Werther dell’era moderna.

Nell’estate del ’71, Nick telefonò al tecnico del suono John Wood, uno dei pochi colleghi rimastogli accanto dopo il trasferimento in California del suo produttore di fiducia Joe Boyd. Brevemente gli spiegò cosa intendeva registrare. Da tempo immaginava di fare un disco che fosse il più scarno e asciutto possibile. Gli altri due album, Five leaves left e Bryter Layter, gli sembravano troppo complessi e soprattutto esageratamente arrangiati. Nel disco successivo ci sarebbero state solo due voci: la sua e quella della chitarra. Con Wood si dice che fu lapidario: “Niente fronzoli”. Secondo il tecnico del suono Nick aveva sempre le idee molto chiare a proposito dei suoi pezzi.

Le registrazioni iniziarono a tarda notte. Nick entrò in studio a mezzanotte circa, mise una sedia di fronte al muro, si sedette e iniziò a suonare. Davanti al muro. “Penso che la gente dovrebbe accorgersi solo di me e di come sono”, disse a John Wood prima di cominciare. Registrò undici brani, uno dopo l’altro, come un fiume in piena. Quelli furono gli undici pezzi che composero Pink Moon. Nessuno scarto.

Wood s’innamorò subito di quelle canzoni. Sapeva che erano veri capolavori interpretati con sincera sofferenza. Si limitò a premere rec e a consigliare una breve traccia di pianoforte sulla titletrack (e fece pure bene). Drake scordava ogni volta la chitarra per ottenere il suono migliore. La sua voce, la sua chitarra e quel muro hanno permesso un disco profondo, intimo, di un impietoso disincanto. Serve più di un ascolto per metabolizzarlo, sebbene i pezzi siano ridotti all’osso. Forse a qualcuno ci sono voluti anche troppo ascolti per averlo scoperto così tardi. Horn ne è un esempio perfetto. Si tratta dell’unico pezzo strumentale dell’album. Il suo andamento oscillante e la struttura decisamente scarna lo rendono un brano meraviglioso. Pur essendo privo di testo, ha lo stesso effetto di una poesia di Keats dedicata alla luna. In Which will, uno dei pezzi più “solari”, Drake rivolge a qualcuno una serie di domande misteriose, ormai prive di risposte. Come misteriose sono le cose nascoste dietro il sole di Things behind the sun, laddove la mente vacilla sulle note di un arpeggio senza pari: About the farmers and the fun / And the things behind the sun / And the people round your head / Who say everything’s been said / And the movement in your brain / Sends you out into the rain. Il musicista barcolla in cerca di una via d’uscita dalla notte scura dei suoi pensieri. La crepuscolare Parasite scandisce il tempo che resta da vivere a ritmo dell’arpeggio di chitarra. Il testo è meravigliosamente struggente e si meriterebbe un posto fra le più belle poesie della letteratura inglese. Il disco termina con From the mourning, e non a caso. L’atmosfera si fa più luminosa e distesa. Drake descrive un’alba cangiante di voci e colori. Il suo personale viaggio al termine della notte si è concluso. Anche l’ascoltatore ha la sensazione di uscire a riveder le stelle. Forse Nick ha intravisto un bagliore farsi largo nell’oscurità o forse sta solo sognando. Che quella luce sia la vita o la morte non ha importanza. E’ pur sempre l’alba di qualcosa di nuovo, e bellissimo.

Per alcuni Pink Moon è un disco da ascoltare di notte, raccolti attorno allo stereo come fosse un caminetto; cuffie sulle orecchie e occhi serrati: isolati dal resto del mondo. Come d’altronde lo era Nick Drake. C’è da restarci secchi. Solo così ci si può accorgere della forza intima delle sue canzoni. Se lo si ascolta attentamente, è facile percepire le parole infrangersi su quel muro frapposto tra lui e gli altri. La voce, a tratti spezzata, scivola rapida verso la fine di ogni strofa, inafferrabile. Ci si può commuovere più di una volta.

Deve essere triste sentirsi incapaci di arrivare a qualcuno quando sai di avere talento (Drake ne era del resto consapevole) e di valere più di tanta altra gente. Non è questione di ego da soddisfare o di mera vanità, ma di comunicazione, e, in certi casi, anche di sopravvivenza. Voleva solo sentirsi compreso, non vezzeggiato. Essere ascoltato. Non venerato. Senza gli altri, senza chi sta in silenzio di fronte all’opera, l’arte non ha senso. L’artista non si completa e la sua voce si perde nell’abisso dell’indifferenza. E di questo si può anche morire.

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