Love this Giant! David Byrne e St.Vincent

Dopo due anni di attese trepidanti e voci di corridoio è finalmente uscito Love this giant, il disco del duo David Byrne/St.Vincent. Tutto iniziò circa tre anni fa, quando il leader dei Talkin Heads conobbe la giovanissima (e bellissima) Annie Clark, alias St.Vincent, durante una serata di beneficenza a New York. Fu amore a prima vista? Certo che sì, ma il risultato può dirsi altrettanto felice? Andiamo per gradi.

Love this giant nasce da una stretta e intensa collaborazione durata circa due anni. Buona parte dei brani registrati sono scritti a quattro mani. Lui britannico naturalizzato americano, lei americanissima from Oklahoma. Per David Byrne collaborare con altri musicisti è ormai un fatto filantropico (si pensi ai due dischi con Brian Eno, e ancora Paul Simon, Arcade Fire e, infine, Sorrentino per la colonna sonora di This must be the palce). Ora è il turno di St. Vincent, ma stavolta è Byrne a mettersi in mostra; è lui il vero “gigante” del titolo, l’uomo dalla bazza più pronunciata del mondo, stando alla foto della sfortunata copertina che ritrae i due musicisti con i volti deformati. Sembra quasi un omaggio al celebre quadro di Grant Wood, quello dell’anziana coppia di burberi contadinotti. Dietro la copertina c’è senz’altro dell’ironia; l’esigenza di non essere presi troppo sul serio. Difficile accontentarli, vista la portata dei due artisti. Noi comunque ci proviamo.

Ascoltando il disco canzone per canzone, St.Vincent emerge a tratti, offuscata dall’ombra ingombrante di Byrne. Pur avendo registrato alcuni strumenti e interpretato i propri brani alla grande, colpiscono solo le sue straordinarie linee e doti vocali. In pratica, è l’ex Talkin’ Heads a condurre il gioco; St.Vincent si limita a seguirlo con naturale deferenza, sicura di trovarsi in buone mani, ma Byrne sfrutta ben poco quell’energia, quell’impetuosità di animale da palco che la Clark possiede. Un po’ più di grinta non avrebbe guastato. Proprio quando la cantante mostra i denti, il controllo e la moderatezza di Byrne prendono il sopravvento, ed è un vero peccato, perché St. Vincent non è certo un’artista da tenere in sordina.

La qualità delle canzoni è comunque elevata. Lo confermano brani come il singolo Who, da cui è stato tratto un gran bel video a tinte vagamente noir o Week end in the dust, canzone squisitamente pop arrangiata con gusto.

Ed eccoci giunti a un altro punto interessante: gli arrangiamenti. Fin dalla prima canzone fiati e ottoni fanno da padroni. Le chitarre, poche, pochissime, lasciano spazio a trombe e tromboni, drum machine e basi elettroniche (Byrne docet). Nonostante questo taglio stilistico così marcato, le composizioni dimostrano una loro autonoma originalità e non seguono dunque la scia di un solo genere musicale.

Ice Age, con il suo contrappunto finale di trombe, sostenuto da un didgeridoo sintetico ne è l’esempio perfetto. I am an ape è, invece, una delle canzoni più riuscite. Le personalità dei due musicisti, così diverse eppure affini, si mescolano con eguale forza espressiva. Ne viene fuori un brano travolgente: groove funky, bassi pompati a dovere e atmosfere gospel. Lazarus è un altro gran bel brano, potente, che inizia con un botta e risposta di fiati cadenzati (della serie: guarda-come-ti-creo-un-pattern-ritmico-con-le-trombe) e prosegue a dritto con decisione senza perdere mai un colpo. 

Adesso è preferibile non scadere nella maniacale ricerca delle influenze musicali. Si rischia un inutile gioco di specchi. Certo, i rimandi alla world music che caratterizzano buona parte della discografia di Byrne si sentono eccome (forse anche troppo), ma vuoi per la presenza St.Vincent (anche se non sfruttata a dovere), vuoi per una comune volontà di ricerca da parte dei due musicisti, il disco scorre piacevolmente e contiene tanti, davvero tanti spunti originali da apprezzare ascolto dopo ascolto.

Molto rumore per nulla? Nessuno può dirlo. Forse ci si aspettava più duetti. Forse ci si aspettava qualcosa di più. Forse ci si aspettava troppo. Sebbene i nomi siano entrambi importanti, è troppo facile criticare spietatamente. Le aspettative fanno credere quello che non è, e, di conseguenza, lasciano l’amaro in bocca. Godiamoci l’album per com’è fatto. Non è certo il disco dell’anno, ma è pur sempre l’opera di due grandi musicisti che sanno perfettamente cosa vogliono fare. Passato e presente senza troppe distinzioni.

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