Appeso a un filo

Il signor Carlington pende da un filo. Se ne sta lassù, appeso per i lunghi baffi lucidati a dovere con olio di noce, appollaiato fra un balcone e l’altro di casa sua. Del tutto privo di cattive intenzioni, sorride beato. Non a qualcuno di preciso. Sorride e basta. Al sole, alla luna, alle nuvole, ai passanti incuriositi che a qualsiasi ora del giorno si assiepano per la strada, sotto di lui, con il naso rivolto verso il cielo e la testa piena di domande.

Perché se ne sta lì appeso? Che cosa vuole dimostrare? E guardate com’è vestito. Così elegante. Il panciotto, le ghette, l’orologio da taschino… Che stia pubblicizzando una marca di papillon?

Nessuno ha mai avuto una spiegazione logica. Da un giorno all’altro un uomo decide di appendersi a un filo per stendere i panni. Come spiegare un simile gesto? Ormai saranno già passati due mesi. Ne ha visti di soli e lune. Carlington lascia che il vento lo dondoli, sicuro che i suoi robusti baffi, curati e oliati a dovere, lo reggeranno ancora a lungo.

Quando il tempo si imbruttisce e una nuvola grigia colma d’acqua decide di fermarsi sopra la sua testa, Carlington estrae dalla tasca della giacca un ombrello da viaggio che spalanca disinvolto, allungando il manico con un rapido colpo di polso. Gli piace osservare il mondo appeso a un filo. Contempla il sole spegnersi all’orizzonte, mentre il cielo si tinge di calde sfumature rubizze. La città si estende di fronte ai suoi occhi, circondata dal verde degli alberi e dal giallo dei campi di granoturco. A guardarla da quella prospettiva gli sembra diversa da quella di una volta, quando ancora era costretto a stare con i piedi per terra. Passeggiava per le strade affollate, facendo attenzione alle macchine o alle cacche dei cani sparpagliate sui marciapiede come puzzolenti mine antiuomo. Per non parlare della fitta nebulosa caligine che si addensava nelle ore di punta. Era come muoversi in mezzo alla nebbia. I passanti procedevano a mosca cieca per paura di colpire in pieno un palo della luce avvolto dalla foschia. Spesso, durante i suoi giorni da bipede terrestre, aveva come l’impressione di trovarsi chiuso in una gabbia di matti, sporca e rumorosa, le cui pareti si alzano prepotenti sottoforma di vertiginosi palazzi luccicanti. No, non faceva per lui. Meglio appendersi per i baffi e osservare la vita dall’alto, circondato di calze e mutande svolazzanti all’odor di lavanda lasciate ad asciugare ai caldi raggi solari.

Nel palazzo davanti al suo vive un ragazzino di nome Buddy. Cicciottello, naso schiacciato e due guanciotte rotonde screziate di lentiggine. Buddy è una vera peste. Quando è nervoso scaricava la rabbia sui gatti, tirando loro la coda, o sui poveri bambini del cortile, minacciandoli con bastoni e lancio di sassi. E’ un pericolo per tutti e di conseguenza tutti se ne stanno alla larga.

Una mattina, svegliatosi più cattivo che mai, Buddy si affacciò alla finestra. Riconosciuto il signor Carlington appeso al filo per i panni, decise di fargli uno scherzetto. Aprì le imposte senza fare rumore, caricò la sua fedele cerbottana con una gomma da masticare ciucciata a dovere, prese la mira e fece fuoco colpendo in pieno la nuca di Carlington, il quale, ignaro, stava radendosi canticchiando la sua canzone preferita. Per poco non si portò via un orecchio dallo spavento. Il marmocchio scoppiò a ridere sguaiatamente. Senza battere ciglio, Carlington si girò dall’altra parte. Si era ormai abituato a simili scherzetti; i perdigiorno non gli interessavano.

Per fortuna Carlington non è solo. Ogni sera il fruttivendolo sotto casa sia gli consegna ceste di frutta e verdura grazie a una carrucola collegata al negozio. C’è poi il piccolo Ernest, un ragazzetto magro dai capelli rossi che da grande vuole fare il ferroviere. La sua è una vera fissazione. Se deve andare da qualche parte, ecco che Ernest ci arriva di corsa, imitando con efficace realismo il fischio dei treni a vapore. A suo parere solo i veri ferrovieri hanno sempre la situazione sotto controllo, perciò quando c’è da dare una mano, Ernest è sempre il primo a offrirsi volontario, anche quando la situazione non richiede per niente il suo trepido intervento. Carlington lo adora. Una volta, quello scricciolo gli aveva perfino salvato la vita. Era la festa della città e la banda cittadina stava per fare il suo ingresso a ritmo di tamburi e gioiose fanfare. Sui tetti come lungo le strade, il pubblico seguiva i musicisti cantando a squarciagola e battendo le mani. Non appena i musicisti videro Carlington appeso per i baffi scoppiarono a ridere. Alcuni di loro iniziarono a suonare con più convinzione, aumentando progressivamente l’intensità del suono. Volevano farlo precipitare a colpi di grancassa e squilli di trombe. Una cascata di acutissime note ricadde sui timpani del povero Carlington svegliatosi di soprassalto. Avevano interrotto il suo consueto pisolino pomeridiano. Per fortuna i forti baffi impomatati ressero il contraccolpo, ma dovette agguantare il filo con entrambe le mani per non finire di sotto. Le vibrazioni scuotevano il filo come la corda di una chitarra. Provò allora a cambiare posizione. Alzò una gamba fino a toccare il filo con il piede e lo girò attorno a esso perché vi restasse impigliato. Poi fece la stessa cosa con l’altra gamba. Rimase appeso a gambe larghe, ballonzolando sue giù senza posa, finché i musicisti, esausti, svennero uno dopo l’altro, ormai senza fiato. Ora che la banda era sistemata, il signor Carlington fece per buttare giù le gambe, ma non riuscì neanche a muoversi perché con tutti quei salti a destra e manca, il filo gli si era attorcigliato attorno alle caviglie. Immaginatevelo: appeso per i baffi e a gambe divaricate, paralizzato in quell’assurda posizione. Provò a chiamare aiuto, ma i baffi gli tiravano le labbra perciò gli era impossibile muovere la bocca.

Passarono le ore, poi un grosso corvo nero come la pece atterrò silenziosamente accanto a Carlington artigliando il filo con le zampe. Carlington intuì subito le intenzioni di quell’uccellaccio e cercò di allontanarlo come poteva, dapprima con qualche frase a effetto, poi, giacché il corvo non sembrava intenzionato a smammare, agitò il collo e le spalle così da scuotere il filo. Niente. L’uccello restò piantato dov’era senza muovere una piuma. Era proprio quel lungo becco scuro a preoccupare Carlington. Sapeva quanto fosse affilato e con quale facilità penetrasse nella carne. In un batter d’ala, balzò sui baffi di Carlington, e con spietata freddezza, iniziò a colpirli ripetutamente con la punta del becco. Costretto in quella stupida posizione, e per di più alla mercé dal corvo, Carlington si sentì mancare. Una goccia di sudore gli percorse la fronte. Ancora qualche minuto e i suoi bellissimi baffi si sarebbero sfibrati facendolo precipitare. Certo, aveva ancora i piedi legati al filo, ma non avrebbero retto il peso del corpo. Doveva assolutamente fare qualcosa, ma cosa? Il primo baffo cedette nel giro di un minuto. L’uccellaccio passò allora a quell’altro. Carlington non aveva altra scelta che chiedere aiuto. Urlò a gran voce, cercando di attirare l’attenzione della gente sotto di lui, ma la banda, riavutasi dal precedente sforzo, aveva ripreso a suonare. Quando anche l’ultimo baffo cedette, Carlington cadde in avanti, penzolando a testa in giù, appeso per i piedi. Lì per lì pensò di resistere, ma il peso del corpo sbrogliò il filo dalle caviglie e Carlington precipitò sulla strada.

Fece qualche metro in picchiata.

Era la fine.

Fu un attimo.

Una forza misteriosa lo spinse improvvisamente verso l’alto.

Uno strattone.

Gli strinse il petto e lo lasciò senza fiato per qualche secondo.

“Bravo Ernest. Ce l’abbiamo fatta!”

In quell’inferno di salti e piroette a testa in giù, riconobbe la voce del fruttivendolo provenire dal basso. Inebetito, indirizzò lo sguardo da qualche parte, ovunque, disperatamente in cerca di una spiegazione. D’istinto portò le mani sul petto. Tastò una corda. La riconobbe. Era quella della carrucola. Com’era possibile?

Il piccolo Ernest, avvertito il pericolo, aveva annodato la corda intorno a Carlington, sporgendosi come poteva da una finestra del palazzo. L’altra estremità era in mano al fruttivendolo, pronto a tendere la fune così da reggere Carlington una volta caduto. Lui non si era accorto di niente: la paura di sfracellarsi al suolo era così forte che non aveva neanche sentito scorrere la corda intorno alla vita. Non appena capì di essere in salvo trasse un sospiro di sollievo e lasciò che la carrucola lo cullasse fino a terra. Ernest si accertò subito che Carlington non si fosse ferito durante la breve ma considerevole caduta. Il fruttivendolo sciolse la corda e insieme lo aiutarono a rimettersi in piedi. Appena le suole dei mocassini poggiarono sul duro asfalto, Carlington provò una strana dolce sensazione. Erano mesi che non toccava terra. Faceva fatica a irrigidire le gambe per restare in equilibrio. A sostenerlo, per fortuna, le braccia robuste del fruttivendolo e i sorrisi di Ernest. Carlington tremava come una foglia. Si riprese poco dopo grazie a una corroborante tazza di tè caldo, ma quando Ernest si offrì di ospitarlo a casa sua per qualche giorno, Carlington cortesemente e con le lacrime agli occhi rifiutò. Vivere con i piedi per terra lo faceva sentire spaesato, completamente fuori luogo. Sebbene stare appeso per aria avesse i suoi pericoli, l’idea di tornare a camminare per le strade intasate dal traffico, correndo da un posto all’altro con l’incubo di vivere fra caos e ignoranza lo intristiva alquanto. Per un attimo provò quella terribile sensazione di smarrimento che lo aveva convinto a lasciare la terraferma e a vivere appeso a un filo. Con voce ferma e sicura, spiegò ai due amici i motivi della sua scelta e non mancò di ringraziare di cuore il piccolo Ernest per la sua commovente generosità.

“Non è facile trovare un bambino così educato oggi giorno”, gli disse scarruffandogli i capelli.

Il fruttivendolo regalò a Carlington un sacchetto di carta con dentro un paio di pere succose e un pezzo di formaggio, un coltello e un fazzoletto per pulirsi. Carlington lo ringraziò di cuore e abbracciò il piccolo Ernest. Lo avevano salvato e adesso era in debito con loro. Assicuratosi che il nodo fosse ben stretto, si preparò alla risalita. In un attimo fu di nuovo per aria, appeso per i baffi al suo caro dolce filo. Salutò dall’alto Ernest e il fruttivendolo che agitavano le loro manine. Era proprio fortunato ad avere due amici come loro.

Ancora oggi Carlington osserva il mondo dall’alto, intento a contemplare orizzonti, a contare le nuvole, a riposare a cielo aperto, con la pioggia o con il sole, a godersi tutto quello che gli altri sembrano aver dimenticato.

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in Racconti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...