Pink, il nuovo disco di Four Tet

Pink è il titolo del nuovo disco di Four Tet. Chi si aspettava un ritorno in pompa magna, con un’intera tracklist di canzoni inedite resterà deluso. L’album, infatti, contiene otto pezzi di cui solo due inediti. Gli altri sono vecchi singoli pubblicati fra il 2011 e il 2012 in compilation elettroniche come Fabric Live 59, o diffusi dalle radio e dal web, reperibili perfino su Youtube. E’ proprio l’essenza incorporea del formato digitale ad attrarre Kieran Hebden, alias Four Tet. Il disco può essere solo scaricato da internet perciò non possiede una forma fisica definita, a eccezione di un’esclusiva versione in vinile per il mercato giapponese. Con o senza formato, i brani raccolti in questo disco, seppur già conosciuti, non sono degli scarti, dimostrano altresì forza attrattiva e notevole potenza sonora.

Basta ascoltare Locked, la traccia d’apertura, i cui chiari riferimenti dubstep si confondono progressivamente fino a diventare “altro”. E’ questo il bello di Four Tet: saper “far suonare” come nuovo e più appetibile per tutti, generi e deviazioni sonore che, ascoltate nella loro forma originale, potrebbero urtare alcune categorie di ascoltatori. Un po’ come stanno facendo i Radiohead da qualche anno a questa parte con un’elettronica che sembra essere esclusivamente farina del loro sacco e che invece, se si conoscono artisti come Burial, Modeselektor, 2562 e ovviamente Four Tet, scopriamo essere un rimaneggiamento originale davvero ben riuscito di suoni e ritmi dei dj sovra citati – non a caso sono loro le attuali fonti d’ispirazione di Thom Yorke (ascoltate i suoi dj set e ve ne renderete conto). In pratica, ciò che è stato già intuito o addirittura espresso da qualcuno in passato, viene ripreso, rielaborato e quindi migliorato con lungimirante creatività da altri. Ma per farlo ci vuole talento, e Four Tet ha talento da vendere. Lo sanno benissimo artisti come gli XX, o gli stessi amici Radiohead, che sempre più frequentemente si rivolgono a lui per remixare alcuni loro brani.

Tornando a Pink, è il turno di Lion, uno dei due brani inediti (l’altro è Peace for earth, forse il migliore del disco). Con le sue interminabili spirali analogiche e ritmiche forsennate, Four Tet sperimenta tempi e controtempi micidiali. Peace for earth è invece un carillon di suoni tondi e delicati, vicino ai lavori più ambient di quel pazzo di Aphex Twin. Con questa canzone torniamo ai suoi dischi precedenti (Pause o meglio ancora il celebratissimo There is love in you), dove suoni minimali e loop cristallini costruiti volta per volta si sommano in una rilassante ninna nanna elettronica.

128 Harps è un altro gran bel pezzo, che credo prenda il nome dal valore di riferimento dell’arpeggiatore qui utilizzato, credo… Straordinario è l’arpeggio orientaleggiante (un altro marchio di fabbrica dell’artista anglo-africano) che entra a tradimento a un minuto e quaranta: un piacevole inatteso cambiamento dopo la partenza disco, pompata a dovere. Se l’avesse portato avanti fino alla fine, il brano sarebbe passato inosservato, ma è proprio quel tipo di scelta stilistica a renderlo originale. Four Tet si dimostra ancora una volta creativamente impeccabile. L’album si chiude con Pinnacles, una canzone dal ritmo travolgente, da molti paragonata, forse esagerando, agli ipertrofici ritmi jazzati del Flying Lotus di Cosmogramma. I loop, le progressioni e le digressioni analogiche si rincorrono per condensarsi in una forma ben precisa.

Pink è davvero un godibilissimo album di musica elettronica. Seppur fatto quasi esclusivamente di singoli sfacciatamente “singoli”, conserva quella sensibilità che Hebden ha dimostrato più volte nei precedenti dischi. E’ un viaggio attraverso generi diversi, dalla minimal alla house, dal jazz a un elettro folk acustico di spessore. Pink è solo un “contentino”, un pensierino per calmare la nostra sete di elettronica ben fatta, mentre in padella bolle qualcosa di più succulento. Basta saper aspettare. Nel frattempo godetevi l’antipasto.

 

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