Spoon River, da Lee Masters a De André

Immaginate di lasciare la città e di raggiungere la campagna. Immaginate di salire su una collina silenziosa, di aggirarvi fra le pietre tombali di un cimitero. Le intemperie e il passare del tempo hanno solo velato i nomi dei defunti incisi sulla pietra. Perfino le epigrafi sono ancora leggibili: un monito per noi che restiamo. I morti di Spoon River, nel bene o nel male legati l’uno all’altro, raccontano le cause, le circostanze, le sciagure che recisero la loro vita.

Se non avete mai letto l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, fatelo subito: ne vale la pena. Non fate come lo sciagurato sottoscritto che lo ha scoperto solo di recente, pur essendo a conoscenza da anni della sua esistenza e dell’importante ruolo che esso riveste nella storia della letteratura americana e non. Sebbene fosse sotto i miei occhi ogni giorno, incastrato fra due tomi sullo scaffale della libreria, preferivo leggere qualcos’altro. Quando poi decisi finalmente di sfogliarlo, mi pentii di non averlo fatto prima. Mi colpì il modo in cui era stato scritto, così sorprendentemente moderno, dotato di una straordinaria onestà letteraria. Un’opera che si merita il titolo dei capolavori massimi.

Pubblicato nel 1915, Spoon River non è da considerare una semplice raccolta di poesie, è un memoriale collettivo, un’antologia esistenziale. I protagonisti sono anime strappate al mondo con brutalità e dolcezza; le loro voci, scolpite nella nuda pietra, mormorano e gridano ciò che in vita non hanno mai detto per reticenza o perché oppressi da qualcuno contrario a diffondere una scomoda verità. I morti non hanno tabù, non provano vergogna, dicono le cose come stanno perché non hanno più nulla da perdere. Rancori, discordie, invidie, fallimenti, passioni vissute solo in punto di morte. La morte che svela il destino ultimo di ogni essere umano. Molti di loro uscirono di scena divorati dalla vita perché fragili vittime di odiosi tormenti. Il libro è anche un atto d’accusa contro lo stile di vita di un’America provinciale, puritana, incline a fermarsi alle apparenze e di conseguenza a giudicare il prossimo spietatamente. Cosa che al contrario non può fare il lettore. Le storie di alcuni protagonisti, infatti, sono legate a quelle di altri che a loro volta raccontano ognuno la propria versione dei fatti. Emergono così due o più versioni diverse della stessa vicenda e ciò permette a chi legge di farsi un’idea personale sui fatti, perché a conoscenza di tanti punti di vista.

Per Spoon River, Masters si ispirò ai paesini di Petersburg e Lewistown. Il primo, bagnato dal fiume Sangamon, aveva perfino un piccolo cimitero chiamato Oak Hills. Il suo obiettivo era realizzare un realistico affresco dell’esistenza umana partendo dagli abitanti di un piccolo insignificante paese americano: dal particolare al generale. Per ognuna delle poesie contenute nel testo (244 nell’edizione del 1916) corrisponde una vita umana travolta da un destino incontrollabile.

In Italia, durante il ventennio fascista, il libro fu censurato per le sue idee libertarie, aliene alla ferrea e trionfalistica ideologia del regime. Si dovette aspettare il marzo del 1943, quando una minuta ragazza genovese in procinto di laurearsi in letteratura inglese con una tesi su Shelley, s’imbatté nell’opera di Masters, suggeritole dallo scrittore Cesare Pavese. Si chiamava Fernanda Pivano, la stessa che rese noti in Italia scrittori come Kerouac, Ginsberg, Burroughs e compagnia Beat. Quando la Pivano gli chiese quale fosse la differenza fra la letteratura inglese e quella americana, Pavese non le rispose; spostò la pipa da una parte all’altra della bocca e, senza proferir motto, le indicò alcuni libri fra cui Foglie d’erba di Whitman, Addio alle armi di Hemingway e, guarda caso, anche l’Antologia di Spoon River. Il libro conquistò immediatamente il cuore della Pivano che decise di tradurlo, per prima in Italia, incoraggiata dallo scrittore

Non ho mai smesso di amarlo e di pensare che stava cambiando il pensiero dei ragazzi come me, avviandoli verso il pacifismo, la libertà e verso la fiducia nei valori morali soffocati da un mondo che cercava di impadronirsi delle nostre anime

Il libro fu un vero successo. Nelle sue pagine si nascondeva un senso di libertà totale, il rifiuto delle sovrastrutture sociali più bieche ben radicate nell’Italia di quegli anni. Non mancarono le critiche da parte di alcuni che definirono il libro “iniziatore di una nuova scuola di pornografia e sordido realismo”.

Spoon River colpì anche un giovane Fabrizio De Andrè, affascinato dall’attualità degli argomenti trattati. Il cantautore genovese definiva Masters un vero “contestatore”: denunciava i difetti e gli arrivismi di una classe sociale troppo attaccata ai beni materiali, incapace di vedere oltre il proprio naso. Evidentemente la borghesia americana del 1919 perseguiva ideali non poi tanto diversi da quella italiana degli anni ’60. A farne le spese, i più deboli, gli stessi emarginati protagonisti delle canzoni di De André. Ecco perché nel 1970, il cantautore genovese decise di fare del libro un concept album. Del testo avrebbe dovuto mantenere intatto l’assetto strutturale e, va da sé, l’originale contenuto del messaggio.

Dapprima contattò lo scrittore Giuseppe Bentivoglio (Tutti morimmo a stento), poi Nicola Piovani per gli arrangiamenti, e infine Fernanda Pivano, l’unica in Italia a conoscere Spoon River come le sue tasche. Insieme scrissero un album essenziale per la musica italiana: Non al denaro né all’amore né al cielo.

Il disco inizia con La Collina, titolo che riprende quello del capitolo di apertura del libro. Si tratta di un’introduzione monumentale, quasi cinematografica, fra clavicembali, archi e campane. De André enumera le vite tormentate degli abitanti di Spoon River. Il primo è Un matto, Frank Drummer, ritenuto pazzo perché incapace di esprimere i suoi pensieri a parole. La pazzia e la sua equivoca interpretazione sociale. Come si distingue chi è pazzo e chi è normale? Pur studiando la Treccani a memoria (nel libro è l’Enciclopedia britannica) finisce rinchiuso in un manicomio. Si prosegue con Un giudice, al secolo Selah Lively: un nano vittima di continui soprusi che, dopo anni di sacrifici, diventa giudice. Come tale si vendica senza pietà, condannando e intimorendo coloro che prima lo deridevano. Quando De Andrè cantò in studio il celebre verso del cuore e del buco del culo di fronte alla Pivano, pensò che per un’intellettuale come lei la frase potesse suonare troppo volgare. Alla fine delle registrazioni, la scrittrice non disse nulla, poi, più tardi a cena, chiese a De Andrè come avesse fatto a tirare fuori quel verso così “originale” e i due scoppiarono a ridere.

I personaggi del disco presentano caratteri diversi, ma ciò che li avvicina sono l’invidia e la sete di vendetta, sentimenti naturali, comuni a ogni essere umano. De André credeva che chiunque avesse ascoltato quelle storie si sarebbe riconosciuto nell’invidia del matto, del giudice, del blasfemo Wendell P. Bloyd, e perfino del Malato di cuore, Francis Turner, invidioso dei ragazzi “normali” che possono giocare a pallone e bere “l’acqua tutta d’un fiato”, mentre lui è costretto a berla “a piccoli sorsi interrotti”. Pur sapendo che anche solo una piccola emozione potrebbe essergli letale, bacia lo stesso la ragazza di cui è innamorato e dalla gioia muore sul colpo. Con quest’ultimo atto di coraggio, nonostante sia nelle condizioni ideali per cedere all’invidia, Francis dimostra una dignità straordinaria, perché capace di amare e di inseguire i propri desideri senza paura. E’ lui il personaggio che preferisco e la canzone è meravigliosamente struggente. Prima di leggere il libro di Masters non conoscevo i nomi dei personaggi del disco; erano solo figure anonime, giudici o dottori qualunque. Ma ora che hanno un nome e so chi sono, mi sembra di conoscerli meglio, come se ci fossimo scambiati una sincera stretta di mano.

Altri due personaggi che preferisco sono l’ottico Dippold e il Suonatore Jones. Il primo vuole costruire delle lenti capaci di far vedere panorami insoliti, intimi, che scavino a fondo nell’animo di chi le indossa. Il mondo deve essere visto per quello che è: un giocattolo. E’ un brano delirante caratterizzato da improvvisi salti ritmici, cori sussurrati e suoni psichedelici. Per molti critici, l’ottico di De André è un venditore di sostanze allucinogene che alterano la normale percezione della realtà e la colorano di visioni. Chissà cosa avrebbe pensato Huxley? Personalmente condivido a pieno questa interpretazione.

Il disco termina con il Suonatore Jones, un brano superbamente arrangiato da un Piovani in ottima forma. Nel violinista Jones (nel disco suona il flauto) De André si riconosceva al punto che i celebri versi conclusivi possiedono una forte matrice autobiografica. Anche lui preferiva il rimorso al rimpianto e sapeva di essere considerato un cantastorie come lo era Jones, condannato a suonare per tutta la vita, ma a cui piaceva lasciarsi ascoltare.

Per concludere, il disco è uno dei massimi capolavori di De André. Lo dimostrano la musica, le liriche (per la Pivano alcuni testi superavano di gran lunga le poesie di Masters) e l’originalità nel rielaborare l’argomento di partenza. L’unico difetto? L’assenza di personaggi femminili. Nel libro ci sono donne di immortale splendore e di compassionevole tenerezza, prima fra tutti Elsa Wertman di cui consiglio la lettura. Il suo grido di dolore è universale: si alza in cielo come un unanime coro femminile.

Non al denaro né all’amore né al cielo è il compassionevole ritratto di un’umanità dolente in cerca di riscatto e giustizia. Il potere che si rinnova continuamente invidia ciò che non può possedere: l’innocenza, il sogno e l’irriducibile libertà degli umili. E’ questo potere l’unico vero nemico da combattere.

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