Il sogno di Clark n.3

Avrebbe potuto raccontare l’accaduto. Avrebbe potuto esprimersi meglio. Avrebbe potuto risolvere l’intero anagramma. Ebbene, Clark avrebbe potuto se non avesse dormito tutto il giorno. L’eterna lotta fra il condizionale e il congiuntivo lo sfiancava ogni volta. Nonostante le buone intenzioni, la dura realtà dei fatti lo rendeva congenitamente incapace di concentrarsi e svolgere il proprio dovere.

Scriveva racconti per ragazzi e lo faceva con grande passione, ma proprio quando stava per fregiare il foglio bianco con la punta della penna (intenzione), un’ansia irrefrenabile lo coglieva alla sprovvista inducendolo a sedersi sul divano dove, in un attimo, cadeva addormentato (incontingenza). Clark era un gran sognatore, nel senso che sognava tanto.Durante queste lunghe dormite sul lavoro faceva tanti sogni divertenti che col passare del tempo diventarono spassose storie per ragazzi. In pratica lavorava dormendo e una volta in piedi correva a scrivere cosa aveva sognato riportando ogni minimo dettaglio. Le cose cominciarono a mettersi male quando Clark smise di sognare. Non una riga, non una squadra o un compasso di parole che avesse un senso compiuto finiva impresso sul foglio, e questo rendeva Clark particolarmente nervoso. Da un giorno all’altro, il suo editore gli sarebbe piombato addosso, ne era certo.

– Altolà! lo destò il dottor Ginepraio, l’editore. Ma cosa fa? Sta dormendo?

– Ah, mi scusi, dottore. Stavo giusto schiacciando un “raccontino”.

– Un raccontino! Mi prende in giro, forse?

– Affatto, dottore. Vede, quando devo iniziare una storia non posso fare a meno di addormentarmi. Per sognare, capisce? Così se viene fuori qualcosa d’interessante, mi sveglio e lo scrivo.

– Lei è un pazzo. Sono mesi che non ricevo un suo racconto. Sia chiaro, se continua così, la licenzio. Mi ha capito bene?

Per non tessere una questione di lana caprina, Clark indossò un’espressione di sincero pentimento così da far credere al Ginepraio che la sua lavata di capo era stata sufficientemente efficace. In verità, non gli fece né caldo né freddo, lo intiepidì soltanto. Il dottor Ginepraio in fondo non era un uomo cattivo; usava quel tono di rimprovero con tutti, anche con la moglie. Tipico comportamento da piccolo-borghese-tutt’un-fascio-di-nervi causato da troppo stress. Era solito sbraitare per la minima cosa. Se voleva che a tavola qualcuno gli passasse il sale, lo chiedeva urlando, per cui nessuno capiva se era davvero infuriato o se si trattava del suo normale torno di voce. In quel momento, però, il dottor Ginepraio era davvero fuori di sé. Non tollerava né la fannullaggine né la conseguente inettitudine di Clark, come di qualsiasi altro essere vivente. Per lui tutti erano nati solo per sgobbare. Ecco perché lo infastidiva vedere quello scribacchino poltrire di gusto mentre tutti gli altri si davano da fare per il bene della società. Non capiva che il suo era un sonno ispiratorio, non un sonno qualsiasi.

Clark si alzò dal divano, andò a sciacquarsi il viso e si mise a lavoro. Dopo aver contemplato il foglio bianco, avvertì la consueta morsa allo stomaco. L’ansia di scrivere stava per sferrare l’attacco a colpi di crampi intestinali. Cercò di contrastarla scrivendo una frase d’attacco: Avrebbe potuto raccontare l’accaduto se…

Frenò la mente, la quale fermò il braccio che bloccò la mano che a sua volta fece rotolare la penna sul foglio. Tutta la storia gli si srotolò davanti.

– Devo fare un sonnellino, si disse, convinto che riposare un poco avrebbe giovato alla sua poetica vena essiccata. Chiuse gli occhi e si ritrovò a girellare per i vicoli dei suoi sogni in cerca d’ispirazione. Magari questa si nascondeva dentro un cestino della spazzatura, o dietro l’occhio vitreo di un vecchio zoppo. Si svegliò dopo aver imboccato un vicolo buio, ma ricordò solo qualche immagine confusa, fra cui un piccolo Chihuaua coinvolto in uno spaccio di collari illegali. I minacciosi quadrupedi che lo circondavano sembravano aver fiutato odore di fregatura. In men che non si abbai si sera scatenata una vera cagnara.

– Non ha visto né sentito niente di bislacco mentre dormiva come un grillo talpa? sibilò il dottor Ginepraio felice di dargli una bella rampognata.

Clark scosse la testa e chiese al dottore un altro paio di giorni, promettendogli un libro straordinario. Quel diavolo d’un Ginepro gli si fece vicino. Più minaccioso di uno scaccino per mosche gli puntò l’indice della mano destra all’altezza del naso, e, adottando un tono di voce proveniente da chissà quale recesso del suo fegato bilioso, gorgogliò:

– Lo voglio pronto entro domani mattina.

Povero Clark, gli venne pure il capogiro. Ne aveva sognate di cose, ma non sapeva da dove iniziare. Ci pensò su, e siccome i suoi ricordi erano più bianchi di un foglio illibato, decise di prendersi un giorno libero. Tornò a casa e si distese sul letto. Doveva dormire. Avrebbe fatto così tanti sogni da scrivere un romanzo, ne era certo. Sognò un uccellino chiuso dentro un orologio a cucù. Il suo compito era semplice: far cucù quando era l’ora di far cucù. Ma l’uccellino era un timido pennuto. Aveva paura di sbagliare o di far cucù con un cinguettio troppo debole per quel tipo di mestiere. Perciò quando le lancette si posizionavano orgogliose sui numeri giusti, segnando l’ora di entrare in scena, l’uccellino correva a nascondersi dietro i rumorosi ingranaggi dell’orologio. Il terrore di uscire e far cucù gli incollava il becco. Per questo era sempre triste. Aveva perso così tanto tempo che adesso arrossiva di vergogna quando gli altri uccelli a cucù lo prendevano in giro perché il suo orologio era sempre indietro.

Clark si svegliò di soprassalto. Aveva il fiatone e grondava di sudore. Era ancora notte. La luce della luna filtrava dalle imposte disegnando piccole strisce luminose sulla parete della stanza. Conosceva il significato di quel sogno. In fondo non era poi così diverso da quel timido uccello a cucù. Anche lui aveva perso tanto di quel tempo a sognare i sogni sbagliati che neanche ricordava quale fosse stato l’ultimo sogno davvero originale, e questo perché aveva paura. Aveva il terrore di non essere più un bravo scrittore, che le sue storie non avessero un senso né facessero divertire. Semplice paura di sbagliare. Afferrate carta e penna proseguì la frase sul foglio:

Avrebbe potuto raccontare l’accaduto se non avesse dormito tutto il giorno per paura di sbagliare.

La storia si spiegò di getto, parola dopo parola, riga dopo riga, come un fiume in piena. Era tornato a essere un vero scrittore.

L’indomani mattina lasciò il manoscritto sulla scrivania del Ginepraio. Il titolo era “Sogno n.3”. Poiché doveva iniziare al più presto un altro racconto di successo, si sistemò sul divano. Dalle tasche estrasse due tappi di cera per orecchie con cui serrò le entrate dei suoi padiglioni auricolari. In questo modo nessuno lo avrebbe disturbato mentre era a lavoro. Si addormentò e cominciò a sognare. Si svegliò dopo qualche ora con un paio di mani strette intorno al suo collo. Appartenevano al dottor Ginepraio, spazientito dall’imperturbabile sonno di Clark che fino a quel momento aveva resistito impavido per ore alle sue urla ferocemente chiassose.

 – Svegliati! urlava a squarciagola. Hai scritto tu il libro che è sulla mia scrivania? Rispondi!

Clark non capiva: era ancora imbambolato dal sonno. Per di più aveva le orecchie tappate e la voce del Ginepraio gli arrivava insolitamente debole, come se provenisse da una galassia remota.

– Togliti subito dalla faccia quell’aria da incapace, lo intimò il Ginepraio agitando il pugno per aria.

– Audace? domandò Clark che con le orecchie imbottite di cera non capiva un’acca.

-Incapace! In-ca-pa-ce! Ci senti?

Clark era sempre più stupito

– Acacie? Cosa c’entrano le acacie?

Poi realizzò:

– Aah, rapace! Poteva dirlo prima. Latino, ottava declinazione: rapace, rapacae, rapacis, rapacibus.

Il Ginepraio, ormai fuori di sé, diventò rosso in faccia e, dopo uno strano sussulto, saltellò da una parte all’altra dell’ufficio con la stessa irrefrenabile frequenza di un martello pneumatico, dopodiché, cadde sul pavimento a gambe all’aria.

– Che ha detto? domandò Clark togliendosi uno dei tappi dalle orecchie.

Il libro fu stampato lo stesso e vendette milioni di copie. La critica di tutto il mondo lo accolse come il nuovo grande capolavoro della letteratura per ragazzi. Grazie a quella storia migliaia di bambini impararono ad affrontare le loro paure e a non arrendersi alle difficoltà della vita. Insomma, fu un successo colossale. Il Ginepraio si riprese solo dopo qualche settimana dallo spiacevole incidente. Quando gli comunicarono che il libro di Clark stava andando a gonfie vele, guarì immediatamente e un sorriso di sincero gradimento si dipinse sul suo volto paonazzo.

Clark festeggiò con una sonora dormita. Da quel giorno, imparò a prendersi il suo tempo e scrisse solo storielle divertenti. Chi lo vedeva dormire sul divano dell’ufficio continuava a pensare che fosse un fannullone. Clark, invece, lavorava. Dormiva, sognava e lavorava.

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