Piper at the gates of dawn 40 anni dopo

Se penso al giorno in cui ascoltai Piper at the gates of dawn per la prima volta, mi viene in mente un caldo pomeriggio estivo passato in camera mia. Me ne stavo seduto ai piedi del letto ad ascoltare attentamente, fissando le casse del mio stereo situate sulla mensola, sopra il computer. Niente cappe di fumo, niente vortici colorati, nessuna pericolosa introspezione psicologica, e, soprattutto, niente LSD sciolto in un bicchiere di plastica. Vuoi perché non era l’estate del ’67 (ahimè), vuoi perché se avessi vissuto a pieno simili anni lisergici, adesso non ricorderei neanche una briciola di quel giorno e non potrei scrivere quest’articolo, apparendo così più rincoglionito che mai.

Non avevo mai sentito una musica del genere tantomeno quel tipo di effetti, quei distorti di chitarra, il timbro tagliente del basso a sostegno di organi e sintetizzatori. Ero un bambino che si meraviglia di fronte a un giocattolo nuovo; niente a che vedere con la musica ascoltata fino a quel momento. Rispetto ai miei coetanei, conobbi il disco con un certo ritardo. Avevo 25 anni, e ricordo che già all’epoca il mio amico Dario – più piccolo di me di qualche anno – me ne parlava con grande entusiasmo. Conoscevo i Pink Floyd e i loro dischi, ma ero partito da “la seconda fase del gruppo”: quella post Barrett. Il mio preferito era Medle, un disco che suona ancora come un capolavoro, capace di spazzare via in un sol colpo tanti bei dischi di oggi. Ma Piper ha qualcosa di più. Da quei riff dissonanti e i deliri psichedelici, emerge solo un nome: Syd Barrett.

Aiutato dagli altri membri del gruppo, Barrett sapeva trasformare un semplice brano in una reale “esperienza”. Le canzoni sono come ombre cinesi proiettate su un muro: vicine e comprensibili solo all’apparenza. In verità possiedono una natura illusoria, magica, come se provenissero da un’altra dimensione. Dopo l’uscita dal gruppo (e anche di testa) di Barrett, i Pink Floyd decisero di abbandonare il sound più hippy dei primi album. Come biasimarli: ora che Syd non c’era più, continuare a battere quella strada con Gilmour alla chitarra significava comporre rischiose variazioni sul tema che non avrebbero permesso un’eventuale crescita artistica del gruppo. Inoltre le nuove intuizioni musicali di Waters stavano prendendo ben altre direzioni.

Piper at the gates of dawn, come del resto tutta la produzione solista di Barrett, possiede una genuinità espressiva, un’atmosfera cupa e insieme spensierata, capace di trascinarci in un trip allucinogeno, fatto di lampi sonori e divertenti filastrocche affini gli originali giochi di parole di Carroll. Vale la pena perdersi in questo disco. Se ascoltato per intero, canzone dopo canzone, si ha la sensazione di uscirne storditi, sconvolti, cambiati. E tutto questo senza neanche aver assunto droghe, il che è un bene per la salute.

Già dal titolo, che tradotto in italiano sarebbe “Il pifferaio alle soglie dell’alba”, è facile intuire gli ingredienti di questo disco: libertà compositiva, creatività e sperimentazione psichedelica. Per farsi un’idea, basta ascoltare brani come The Gnome e Bike: l’uno fantasioso e apparentemente ingenuo, l’altro un viaggio irreale, in cui sognanti pianoforti precedono un vortice sonoro, nevrotico e inquietante.

L’album fu registrato nel gennaio del ’67 nello studio di Abbey Road adiacente a quello dei Beatles, in cui, negli stessi giorni, Lennon e McCartney terminavano le sessioni di Sgt. Pepper. Né i Pink Floyd né i Beatles immaginavano che quei due dischi avrebbero radicalmente cambiato la storia del rock. Se quelle pareti potessero parlare, griderebbero: “Io c’ero!”. Noi no. Ma per fortuna abbiamo la possibilità di riascoltarli quando vogliamo. Stupiti dalla loro straordinaria originalità, possiamo solo limitarci a fissare le casse dello stereo con aria inebetita, tormentandoci con una sola domanda: “Come diavolo sono riusciti a fare un disco così?”.

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2 commenti

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2 risposte a “Piper at the gates of dawn 40 anni dopo

  1. Davvero un disco fantastico, è strano pensare che qualcuno possa fare un disco del genere partendo da un errore, si perchè loro volevano fare del blues invece si sono ritrovati a fare del rock psicadelico per carenza di tecnica da parte dei membri del gruppo.
    Hai scritto proprio un articolo fantastico! complimenti 🙂

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