Mary oltre le colline

Mary abita oltre le colline. Un soffio di vento e per lei il sole splende. Nacque in un giorno di primavera, da una goccia di pioggia caduta di sbieco, alle porte di un grande villaggio circondato da olivi e campi di grano. Poco più in là, un fitto bosco di querce cresce intorno alle placide sponde di un lago. Mary, che adora disegnare, ne fece un quadretto colorato a fiori di pastello, seduta dietro un cavalletto di germogli.

Un giorno, alzatasi di buon’ora, dopo essersi bagnata nelle acque del lago, si diede alle faccende domestiche: ripulì la radura dalle ombre notturne, rassettò i cespugli scarruffati dal vento e pettinò le colline con una carezza. Poi, fermatasi per riprendere fiato, tese l’orecchio al villaggio, ma non udì né uno sbadiglio né un colpo di tosse né il consueto cicalio delle donne al mercato. Un insolito silenzio serpeggiava fra le vie acciottolate del paese. Incuriosita, Mary si sporse dalla collina e ciò che vide la fece impallidire. I rigogliosi giardini delle abitazioni avevano perduto il loro smagliante colore, sostituito da un verde sbiadito, privo di vita. Il pozzo al centro del piazza si era prosciugato e la gente si trascinava per le strade come in cerca di qualcosa. Ma quel che turbò Mary furono i volti lividi, gli occhi spenti, quelle espressioni dimesse e appiattite con cui gli uomini comunicavano vicendevolmente sospirando o alzando le spalle, sconsolati. Alcuni, presi dalla disperazione, nascondevano la faccia fra le mani, altri si fermavano chiedendosi: “Perché? Perché?”, ma visto che nessuno era in grado di rispondere, avviliti tornavano a ciondolare con gli altri per strada. Neanche Mary conosceva la risposta; non capiva il motivo di tutti quei “perché” quando il sole splendeva alto nel cielo e gli uccelli cinguettavano felici. “Bé,” si disse, “se non sanno dov’è la risposta, la cercherò io per loro”. Così si mise in cammino, convinta che trovare una risposta fosse un gioco da ragazzi.

Salì sulla collina più alta, la sua preferita, dove i grilli cantavano felici quando la brezza leggera piegava con premura i fili d’erba. Guardò dappertutto, ma non trovò alcuna risposta. “Deve pur essersi cacciata da qualche parte”, esclamò grattandosi la testa. Rovistò le alte cime degli alberi che con le punte dei rami le solleticavano le ginocchia; scosse il letto del fiume, ma non cadde niente – a parte qualche goccia d’acqua. Controllò anche il fondo del mare, ma ritrovò solo il vecchio cigno di cimosa stagna perduto tanti anni fa, quando era ancora una bambina. Affranta, si sedette sulla spiaggia per lasciarsi consolare dal tramonto; appoggiò la testa su uno scoglio e mitigò la corrente disegnando con la mano dei cerchi sulla superficie dell’acqua. Continuò a domandarsi quale fosse la risposta e dove potesse essersi rimpiattata, ma poi la stanchezza vinse l’ostinazione e Mary precipitò in un sonno profondo. Sognò una collina e un bambino dagli occhi verdi che le indicava un imponente tendone da circo. Lo vide allontanarsi fra gli alberi, così lo seguì chiedendogli il perché di tutta quella fretta, ma lui le rispose solo con un sorriso. Giunta all’entrata, Mary non poté fare a meno di dare una sbirciatina e infilò la testa dentro il tendone. Sulla pista decine di persone giravano in tondo tenendosi per mano, oppure danzavano a ritmo di musica, scherzando e parlottando fra loro. Quando videro fare il suo ingresso, la accolsero con inchini e sorrisi di gioia. Qualcuno le afferrò educatamente la mano e la invitò a partecipare al girotondo. Mary accettò con le lacrime agli occhi: era così felice che iniziò a girare, girare e a girare… finché di colpo, non si svegliò.

Era ancora sulla spiaggia, distesa sulla sabbia bagnata; l’acqua le aveva sciolto i lunghi capelli spargendoli sulla battigia. Accanto a lei, sedeva un bambino dal volto paffuto che tanto assomigliava al fanciullo appena sognato. Mary riconobbe subito gli occhi verde mare. Perciò, presolo per mano, lo accompagnò al villaggio. I tristi abitanti vagavano ancora attorno alla piazza: nei loro occhi neanche una barlume di speranza. Il bambino tirò allora fuori dalla tasca un piccolo circo meccanico dipinto a mano, lo appoggiò al suolo e si allontanò di qualche passo. Partì una simpatica fanfara e il giocattolo cominciò a girare su se stesso, prima lentamente poi sempre più veloce, come una trottola impazzita. La musica aumentò il ritmo fino a trasformarsi in un fischio assordante. Si udì poi un gran botto e un enorme tendone colorato apparve al centro del villaggio. Gli abitanti sgranarono gli occhi, stavolta increduli. Con cautela, si avvicinarono all’ingresso del circo, dove un clown dalle lunghe gambe li accolse gettando loro coriandoli e stelle filanti.

Un circo così non si era mai visto. Fra le varie attrazioni c’era anche un domatore di leoni. Con un semplice gesto spalancava le fauci della bestia e, infilata la testa fino all’ugola, spruzzava del colluttorio alla menta così da aromatizzare il fiato leonino.

Il bambino sparò dei fuochi d’artificio che esplosero in cielo in un carnevale di crepitii. Subito dopo, le case, i tetti, i portoni e pure gli abitanti furono investiti da una pioggia di sgargianti colori che decorarono il villaggio, riportando il sorriso sui volti e sulle facciate. Dall’alto della collina, Mary rideva come una matta. “Ecco la risposta!” esclamò. Gli abitanti avevano solo bisogno di condividere cose belle e colorate per trovare di nuovo fiducia in se stessi e negli altri.

Quel giorno il villaggio uscì dal grigiore quotidiano e ognuno riconobbe nell’altro gli stessi colori di vernice piovuti dal cielo. Dopo quella volta, Mary non sognò né vide mai più il bambino, ma non s’intristì: insieme avevano trovato la risposta a tutti quei “perché”.

Un nuovo sole oggi splende alto nel cielo, proprio dietro casa di Mary. Fatta di colline, oltre le colline.

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