I Beatles in India

La musica è una disciplina duttile. La sua capacità di mutare nel tempo e le possibili sperimentazioni che ne derivano le assicurano innumerevoli vie di rinnovamento. Non solo, è un’arte aperta al dialogo, capace di mettere in comunicazione i linguaggi espressivi, quali la letteratura o il cinema, e, se ascoltata con attenzione, può stimolare le intime corde dello spirito e della percezione. Ma esiste un’altra Via – per dirla in termini orientali – capace di ampliare gli orizzonti percettivi dell’uomo. Si tratta della meditazione trascendentale, di cui abbiamo già parlato a proposito di Huxley e i Doors. Il rapporto fra musica e meditazione è più forte di quanto si pensi e assolutamente non scontato. Spesso, chi medita preferisce avere un sottofondo di musica ambient o suoni “estratti” dalla natura, come il crepitio della pioggia, l’ululato del vento o il rumore delle onde del mare che si infrangono sulla spiaggia. Brani rilassanti, ipnotici e privi di struttura, permettono una maggiore concentrazione sull’attività del pensiero, favorendo così un progressivo distacco da qualsiasi distrazione. Fanno eccezione le agghiaccianti melodie dei flauti peruviani accompagnate da casse “tunz tunz” di discutibile gusto artistico. Non provateci: trasformeranno la vostra seduta meditativa in un’interminabile pubblicità del Nescafè.

Vi starete certamente chiedendo cosa c’entri tutto questo con una rubrica di musica e letteratura. Se la meditazione ci insegna una cosa è la pazienza, perciò rilassatevi e pazientate. Vado a rivelarvi un interessante dialogo fra musica, meditazione e giornalismo; uno storico evento sociale da cui scaturirono l’interesse e la propensione dei giovani occidentali per la spiritualità indiana e le filosofie orientali. Sto parlando del celebre soggiorno dei Beatles a Rishikesh, città dell’India settentrionale, situata ai piedi dell’Himalaya lungo le rive del Gange. Il gruppo raggiunse l’ashram del guru Maharishi Mahesh Yogi, una delle figure chiave più originali del movimento hippy di fine anni Sessanta. Su di lui si potrebbe scrivere un romanzo. Per alcuni fu un santo, per altri un maestro in cerca di fama e popolarità. Una controversia alimentata dalla febbrile curiosità che i media nutrivano nei suoi confronti e dall’uso che egli stesso ne fece fin dal primo incontro con i Beatles, avvenuto a Bangor nel 1967. John Lennon e George Harrison lo accompagnarono perfino al David Frost Show, davanti a milioni di telespettatori. Tra un’intervista e l’altra, il Maharishi intuì da subito l’utilità dei mezzi di comunicazione (e dei Beatles) attraverso i quali poter diffondere il suo messaggio d’amore. Si rivolgeva ai giovani insoddisfatti dal capitalismo borghese, votati alla serenità interiore e a una totale consapevolezza del Sé.

I Beatles arrivarono a Risikesh nel febbraio del ’68. Con loro, le rispettive mogli; ma anche Donovan, Mike Love (Beach Boys) e Mia Farrow, accompagnata dalla sorella Prudence che, trinceratasi nel suo bungalow per tre settimane, ispirò la celebre Dear Prudence. I Fab four, convinti che il Maharishi avrebbe stimolato la loro creatività attraverso una sana e regolare pratica meditativa, smisero di assumere droghe – a eccezione della marijuana – e durante il loro soggiorno scrissero molte canzoni che finirono sul White Album, su Abbey Road e Let it Be. Il solo giornalista a cui fu concesso di soggiornare nell’ashram si chiamava Lewis Lapham, cronista del Saturday Evening Post. A lui il compito di immortalare e descrivere ciò che stava accadendo nel luogo che per tre mesi molti considerarono il centro nevralgico dell’amore universale. Ne venne fuori un esaustivo resoconto pubblicato di recente col titolo I Beatles in India. Il libro si sofferma ripetutamente sulla figura del Maharishi, mettendone in luce doti spirituali e manageriali. Si diceva, infatti, che puntasse a finanziare la sua scuola con una percentuale annua sul ricavato delle vendite dei dischi dei Beatles. Un sant’uomo dall’indole imprenditoriale. Ma arriviamo ai Beatles. Harrison passava le sue giornate a meditare e a imparare il sitar. Lapham lo descrive come un bravo ragazzo, sinceramente interessato alla cultura orientale e racconta di quando George gli confessò l’originalità del suo mantra: era in inglese, un verso di I am the Walrus, ma non gli rivelò quale fosse. Per contro, Ringo e Paul non parlavano granché di meditazione. Il primo non sopportava gli insetti e sentiva la mancanza dei figli, il secondo era insofferente alle attenzioni adulatorie del Maharishi verso i Beatles e fu deluso dal sapere che questi era favorevole alle leggi sul servizio militare. John, dietro la sua aria da intellettuale, nutriva un profondo rispetto per il maestro, ma lo infastidivano le sue continue smancerie e col passare del tempo iniziò a dubitare della sua celeste saggezza. Specie quando iniziarono a circolare strane voci circa le eccessive attenzioni del Maharishi per Mia Farrow; voci smentite anni dopo da Harrison e McCartney ma attorno alle quali aleggia ancora una fitta caligine di sospetti. Pessimo karma, insomma. Se la cosa avesse raggiunto le orecchie della stampa, l’immagine dei Beatles ne avrebbe risentito; sarebbero stati presi per quattro ingenui al seguito di un impostore. Fu così che il gruppo decise di lasciare il paese. Quando il Maharishi chiese loro spiegazioni, John, celebre per le sue battute a effetto, rispose: “Sei tu quello cosmico, dovresti saperlo”. Nei giorni successivi si susseguirono accuse al vetriolo provenienti da entrambi le parti. Basti pensare che le parole di Sexie Sadie dovevano essere: Maharishi / what have you done? / You made a fool of everyone. Quando gli altri Beatles ascoltarono le registrazioni, insistettero affinché Lennon cambiasse la strofa. Pare sia stato Harrison a suggerire il titolo. Le acque si calmarono solo anni dopo.

Tolte le delusioni e le maldicenze, quei dieci giorni passati a Rishikesh, rappresentano un momento cruciale per la storia del rock. Occidente e Oriente si strinsero in un abbraccio cosmico al ritmo di musica e mantra. Due culture opposte unite dalla stessa curiosità e da una comune voglia di rivoluzione. Nel giro di due anni il Sogno finì: i Beatles si sciolsero, la guerra in Vietnam si inasprì e il grigiore della cocente delusione, alimentata dall’uccisione di Martin Luther King e Bob Kennedy, sostituì i vivaci colori dei fiori fra i capelli. L’India di oggi non è più quella di ieri, eppure i sacri versi della Baghavad Gita e le melodiose note dei sitar continuano a farci sognare, esortandoci a far luce sull’enigmatico mistero dello spirito. Ancora una volta, musica e letteratura adottano lo stesso luminoso vocabolario.

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