Il tatuaggio

Tempo fa decisi di farmi un tatuaggio. Non sapendo scegliere un disegno in particolare, chiesi alla mia allora ragazza – una bravissima disegnatrice – di realizzare un’immagine che poi mi sarei fatto tatuato da qualche parte. Due giorni dopo, si presentò con cinque o sei prove diverse; quasi tutti tribali di buona fattura. Le avevo richiesto qualcosa di fine, non troppo vistoso e che avesse un tratto semplice e pulito. Ho sempre avuto difficoltà ad apprezzare i tatuaggi “a tutta schiena”, quelli che coprono buona parte del corpo raffiguranti dragoni cinesi o albatri appollaiati sulla cima di totem indiani. Sebbene alcuni di questi soggetti siano meravigliosi, delle vere opere d’arte degne di cornice, la loro dirompenza lungo le braccia, le gambe, sulla schiena o sul petto per intero, mi spinge a pensare inevitabilmente al futuro: a quando la pelle comincerà ad avvizzire e a raggrinzarsi, nascondendo e sfigurando il tatuaggio fino a renderlo del tutto irriconoscibile. A quel punto, gli albatri dorati, i bellissimi dragoni e le geishe variopinte di un tempo assomiglieranno più a delle prugne appassite, e ciò – non so perché – mi mette una certa ansia esistenziale. Comunque, dopo aver osservato le prove realizzate dalla mia ragazza, scelsi un piccolo tribale sviluppato in orizzontale e modellato da un fitto schema di linee e di intrecci. Ricordo che mi colpì la sua inafferrabile natura primordiale. Mi piace, pensai. Un segno rupestre inciso sulla mia pelle.

Il vero problema era decidere quale parte del corpo tatuare. Vista la forma del disegno non avevo altra scelta se non di farlo incidere sopra il sedere, una zona da molti considerata pacchiana, solitamente tatuata dalle ragazze. So che state già storgendo la bocca, ma in quale altro punto avrei potuto disegnarlo? Sotto il mento? Sulla fronte? Su un ginocchio?  Considerando che gli altri tatuaggi non mi piacevano, mentre quello continuava ad attirare la mia attenzione, decisi che l’indomani sarei andato a tatuarmi, senza troppi pensieri. Ricordo ancora il tatuatore: un omone corpulento, tatuato fino al collo e dalle mani tozze e pelose. Nonostante le prese in giro o – è proprio il caso di dirlo – per il culo da parte di alcuni miei amici, posso ritenermi felice, e devo dire che dopo tutti questi anni sto ancora bene con me stesso. Anzi, tempo fa mi documentai sulla filosofia del tatuaggio e mi meravigliai della sua secolare storia extra europea.

La parola tatuaggio deriva dal polinesiano “tatau”, un’espressione onomatopeica che riproduce il rumore dei bastoncini carichi d’inchiostro a contatto con la pelle. Alcuni studiosi credono che questi primi esempi di tatuaggi servivessero per allontanare il male come una sorta di gesto scaramantico; per altri erano delle semplici prove di resistenza fisica al dolore provocato dalle punte dei bastoncini. Presso gli egiziani era usanza tatuarsi e la pratica di incisione della pelle si diffuse rapidamente in Grecia, Persia e perfino in Cina. I romani tatuavano gli schiavi relegandoli così a uno stato di sottomissione; gli ebrei (come gli arabi d’altronde) proibivano l’uso del tatuaggio per motivi religiosi, poiché un disegno sul corpo era considerato simbolo del male.  Pare che la pratica del tatuaggio fosse diffusa fra i popoli cristiani, purché l’immagine avesse un significato religioso capace di mettere in relazione corpo (Uomo) e spirito (Dio).

In Polinesia, invece, si sviluppò il moko, un disegno fatto di linee e curve a spirali dipinto sul volto del soggetto per evidenziarne i tratti somatici e mettere in risalto caratteri personali o sociali quali la professione, la discendenza, la sua posizione sociale o l’eventuale ascesa; se era sposato, se aveva figli, ecc… Senza tante parole, i maori potevano conoscere il trascorso dell’altro semplicemente guardandosi in faccia. Il moko era quindi uno strumento essenziale per relazionarsi con il prossimo.

La storia del tatuaggio ci regala un ulteriore aneddoto, sempre in Polinesia e per la precisione a Tahiti. Nel 1774 gli inglesi raggiungono le coste polinesiane, capitanati dal celebre navigatore James Cook. Egli fa conoscenza con Omai un giovane maori tatuato su entrambe le mani e sulle dita. Dice di essere un principe, in realtà era tutt’altro, ma sapeva che solo presentandosi come tale avrebbe potuto lasciare l’isola per raggiungere l’Inghilterra. Così salpa per Londra dove viene prontamente vaccinato (non si sa mai…), impara l’inglese e frequenta i buoni salotti della borghesia britannica. Quando torna in patria, i suoi conterranei lo allontanano, forse perché presentatosi con addosso drappi e vesti pregiate… Per loro era un’altra persona, un amico degli invasori, un occidentale acquisito, diciamolo: un corrotto. Omai muore solo, dimenticato da inglesi e polinesiani. Brutta fine la sua, lui che fu uno dei primi uomini tatuati venuti a contatto con l’Europa.

Che piaccia o meno, il tatuaggio è un fatto culturale e vanta una storia millenaria parallela a quella dell’uomo. Da quando nel 1880 Samuel O’ Reilly brevettò la macchina elettrica per tatuare i propri clienti, farsi un tatuaggio oggi significa lasciare un segno sulla propria pelle per sempre. Come una cicatrice, ci ricorda le circostanze in cui è stato fatto, perché e quale sia il suo significato. Ed eccoci finalmente al punto: dare un senso a ciò che facciamo. Al di là delle valenze religiose o sociali di una volta, il tatuaggio per essere tale deve possedere un senso per chi lo “indossa”, sia che si tratti di una citazione famosa, di un fiore, di un tribale sopra il culo o di un dragone cinese. Esistono tatuaggi fatti a caso, ma non esistono tatuaggi insensati. Ognuno racconta qualcosa. Tatuarsi è anche un atto di coraggio (per goderselo bisogna resistere al dolore, come una prova di forza da superare) ed è obbligatorio disporre di una ferrea volontà per ottenere quel tatuaggio che ci identificherà per tutta la vita.

Per l’essere umano il concetto di eternità è una spina nel fianco. Di fronte ad essa, s’intimorisce e si affida all’unica arma a sua disposizione: il raziocinio. Ogni frase che termina con la parola “per sempre” suona più per alcuni come una minaccia che come un augurio amorevole. Eppure il tatuaggio, che ci portiamo dietro fino alla vecchiaia e poi nella tomba, non ci fa poi così paura. Se frutto di una scelta ben ponderata non infastidisce, e questo perché rappresenta una parte di noi capace di comunicare agli altri chi siamo. L’atavica pulsione a istoriare il proprio corpo rafforza così il nostro legame col passato e con i nostri avi. Dopotutto siamo ancora primitivi, e ne andiamo così fieri che lo incidiamo non più sulla pietra, ma sulla nostra stessa pelle.

Fonti storiche: Artedossier, giugno 2012

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