Storia di un impiegato. La sua storia non deve ripetersi

Questa è la storia romanzata di un semplice impiegato, del Potere e del tritolo. L’individualismo e la lotta comune. Ma poi c’è anche la storia vera. Due giorni dopo aver scritto questa riflessione ho appreso della bomba alla scuola di Brindisi e della morte di una ragazza. Le due storie, passato e presente, sono diverse ma hanno in comune la stessa violenza, lo stesso anello esplosivo. Per quel poco che conta, dedico questo articolo ai ragazzi e alle ragazze dell’Istituto Morvillo Falcone di Brindisi con la speranza che in Italia la “storia” non si ripeti mai più.

Storia di un impiegato. La sua storia non deve ripetersi

Immaginatevi una piccola stanza in penombra. Immaginatevi un uomo, sulla quarantina, chino sul tavolo mentre intreccia fili elettrici di vari colori. E ancora, pinze, forbici e tronchesi. Ai suoi piedi, lo scheletro di un detonatore e… una valigetta. Sta innescando un pericoloso ordigno che presto, molto presto, farà esplodere. Questa è la Storia di un impiegato e del suo migliore amico: il tritolo. Così Fabrizio De Andrè racconta in musica uno dei periodi più controversi della storia italiana del secondo dopo guerra. Era il 1973. Il movimento studentesco, seguendo l’onda di protesta partita da Parigi nel sessantotto, non si era ancora esaurito. Manifestazioni e attività politiche proseguivano con fervore, ma il “sogno” di cambiare le cose, ben presto, si sarebbe trasformato in rabbia e in violenza armata. Polizia, scontri in piazza, destra e sinistra: l’Italia degli anni settanta era come una bomba pronta a esplodere sotto il peso delle ideologie e delle loro contraddizioni. Per questo De Andrè, così come altri grandi autori prima di lui, sentì il bisogno di affrontare l’attualità nel modo più diretto possibile. Per alcuni, era solo un musicista borghese incapace di comunicare le nuove esigenze di studenti e operai in lotta; questo perché nelle sue canzoni sembrava trattare argomenti distanti dai temi politici per i quali il movimento combatteva. In verità, dischi come Tutti morimmo a stento o La buona novella, rappresentavano a pieno lo spirito liberale e antiborghese della cultura giovanile di allora; affrontavano la politica, la guerra, la lotta di classe e le ingiustizie sociali sottoforma di piccole storie quotidiane o di vicende ambientate in epoche passate. Quello di De André era un distacco solo apparente, metaforico.

Per Storia di un impiegato invece meditò parole e immagini che fossero più immediate – solo dopo l’uscita del disco si rimproverò di aver adottato un linguaggio “troppo oscuro”. Stavolta il protagonista di questo concept non è né un antico sovrano tantomeno un profeta, ma un uomo qualunque, un impiegato senza identità di classe, determinato a regolare i conti con quel potere costituito che ogni giorno lo sfrutta e lo deride. Convinto che solo attraverso un gesto solitario riuscirà a riscattarsi dai problemi che lo incatenano al posto di lavoro, l’impiegato decide di far esplodere una bomba durante una festa mascherata a cui partecipano i più importanti esponenti della borghesia. Ma la sua personale “giustizia” nasconde la stessa efferata violenza di quel potere contro cui combatte. Perciò l’impiegato non può far altro che commettere un’azione più estrema: attentare al cuore del potere, il Parlamento. Il dramma si tinge di ridicolo. Non è il Parlamento a esplodere ma un’edicola e così il protagonista viene arrestato e processato. In prigione, abbandonato da tutti, perfino dalla fidanzata, capisce che la rivoluzione “fai da te” non è possibile e che per cambiare davvero le cose occorrano le braccia e le voci di una forza collettiva. De Andrè commenta così il finale dell’opera:

Non credo più all’individualismo, ma spero solo nel collettivismo. Non mi sono iscritto a nessun partito: per me il discorso collettivo abbraccia sei, sette persone al massimo.

Il cantautore genovese, mescola ironia e sarcasmo in un disco anarchico, selvaggio che lui stesso promosse allestendo dei veri e propri ascolti collettivi. Niente concerti, dunque, né chitarre o amplificatori, solo un confronto sincero con chi era interessato alla sua musica e a instaurare un dibattito. Il disco si muove in un susseguirsi di canzoni delicate, sinfoniche, arrangiate superbamente da un giovane Nicola Piovani (la splendida Verranno a chiederti del nostro amore), e di brani più veloci in cui pianoforti, chitarre e bassi sostengono la voce stentorea di De André e i suoi testi carichi di metafore talvolta ossessive (Al ballo mascherato, la canzone più ermetica del disco; Il bombarolo). Riecheggiano perfino sonorità progressive, come i sintetizzatori e le batterie sincopate di Nella mia ora di libertà.

Storia di un impiegato è uno degli album più “esplosivi” di De Andrè. La politica, la società italiana e il terrorismo, che anticipa l’abisso degli anni di piombo, sono i temi principali di un disco sempre attuale; una sincera lettura poetica di un periodo storico ancora oggi confuso. Potremmo definirlo lo specchio di un’epoca, nel quale, per la prima volta, il musicista esprime direttamente il proprio punto di vista. Ma il messaggio è chiaro: “Continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai?”. Il pericolo sta nel restare con le mani in mano, lasciando che qualcuno agisca per noi e che magari ottenga il potere, comportandosi peggio dei mostri che lo hanno generato. Nota per nota, parola per parola, Fabrizio De Andrè demolisce il mausoleo dell’individualismo a favore di un monumento alla collettività. E anche se noi ci crediamo assorti, siamo comunque coinvolti. Questo monito valeva allora e vale ancora oggi, forse più che mai.

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http://sites.google.com/site/sonofmarketing1/storia-di-un-impiegato—fabrizio-de-andre

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