La poesia e la luce di Mirò

Visitabile fino all’11 giugno, la mostra Mirò! Poesia e luce, allestita al Chiostro del Bramante(Roma), propone alcuni dei più importanti capolavori dell’artista catalano che ha saputo realizzarsi in un personalissimo linguaggio pittorico. Un’occasione unica per chiunque voglia approfondire la sua già sterminata produzione. La rassegna, infatti, presenta oltre ottanta opere fra cui una cinquantina di tele a olio di grande formato sconosciute al pubblico italiano. Poesia e luce si fondono in immagini grandiose, murali, commissionate come lavori d’arte pubblica. Testimonianze di questo periodo sono i numerosi schizzi per la pittura murale di Harkness Commons, Graduate Center dell’Università di Harvard o per il celebre Plaza Hotel di Cincinnati, in cui la creatività e l’arte pittorica dialogano sapientemente con la tecnica del disegno geometrico. Sotto i tenui colori delle bozze traspaiono ancora le misurazioni e i calcoli del progetto architettonico.

Nato a Barcellona nel 1893, Mirò si trasferisce nel 1956 a Palma di Maiorca. Qui intraprende un lungo lavoro di ricerca che lo porta a rielaborare vecchi schizzi, trasformandoli in emozionanti oli privi di titolo. Le coordinate svaniscono; la natura trasmuta in forme irriconoscibili. L’osservatore è perciò costretto a lavorare di fantasia e a trascendere la realtà attraverso una più alta percezione della natura. Personaggi e creature mitologiche si affacciano sulla nostra dimensione invitandoci a un confronto. Con l’avvento degli anni Sessanta e Settanta, Mirò abbandona la vecchia lente interpretativa con cui analizzare il visibile a favore di uno sguardo più profondo. Sviluppa uno stile “sperimentale”, mutuato dalla corrente dell’Espressionismo Astratto di Pollock, De Kooning e Hofmann. Abbandona il cavalletto –  troppo statico – e dipinge gattoni, cammina sulla tela, vi si stende, si lancia in personali dripping, facendo colare la tinta dai pennelli o schizzandola direttamente sul disegno. I quadri assumono notevoli dimensioni; i paesaggi si riducono a campiture monocromo. Insieme ai suoi tipici elementi figurativi come il punto, la stella o la luna, compaiono i primi chiari riferimenti all’arte orientale, in particolare a quella giapponese, rielaborata sotto forma calligrafica. Le cascate di mani intrise di tinta e sbattute sulla tela riconducono alle primitive figure rupestri. «L’arte è in declino dai tempi delle caverne», affermò lo stesso Mirò poco prima di realizzare la formidabile Donna nella via del 1973, anch’essa presente nella mostra e affiancata da esempi di arte materica quali Personaggio o Uccello dipinti insieme a oggetti come spago, legno e chiodi. La sua è perfino arte filosofica: i netti contrasti fra bianco e nero accentuano il senso di vuoto percepito come un elemento spirituale carico di significati.

Grandiose le sculture di bronzo e terracotta provenienti dalla Fundacio Pilar y Juan Mirò di Palma di Maiorca. La varietà dei materiali utilizzati lascia a bocca aperta: dalla carta di giornale, ai contenitori di metallo, dalle zucche alla carta vetrata ecc… L’oggetto quotidiano riciclato e assurto ad opera d’arte come una sorta di rivisitato ready-made. Punto forte della mostra, la ricostruzione scenografica dello studio Sert di Maiorca. Fra quelle quattro pareti Mirò realizzò opere d’arte di impareggiabile bellezza. Ricostruito nei minimi dettagli dalla curatrice dell’esposizione Maria Luisa Lax Cacho, questo intimo spazio creativo ci riporta nel 1956, anno in cui l’artista lavorò per lungo tempo in totale isolamento, protetto dal silenzio e dalla pace della natura circostante. Il rapporto con la terra e l’amore verso Maiorca, una sorta di donna misteriosa da sedurre, alimentarono in lui uno straordinario romanticismo visionario.

La sensualità, il surrealismo, la luce e la poesia.

Mirò è tutto questo.

LA FRECENSIONE PUO’ ESSERE LETTA DIRETTAMENTE SU MOSTRE IN MOSTRA.IT

http://www.mostreinmostra.it/

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