Blake, Huxley, Morrison: lisergico trio

Che musica e letteratura siano discipline capaci di comunicare fra loro lo abbiamo abbondantemente spiegato il mese scorso a proposito di Bukowsky, scrittura e musica classica. Eviterei, dunque, di riprendere il discorso per non sembrare ripetitivo come lo scricchiolio di un vinile giunto alla fine dei suoi giri, mentre la puntina, impietosa, continua a torturarlo solco dopo solco. Ecco perché fra le due discipline inseriamo un nuovo ingrediente, stavolta… illegale.

Che l’assunzione di droga sia capace di influenzare aspetti e dimensioni creative del singolo artista è un dato di fatto. Non sta a noi giudicare se in meglio o in peggio. Atteniamoci a quanto è stato scritto o testimoniato. Molti uomini di cultura, fra cui musicisti e letterati appartenenti a secoli diversi, assorbirono volontariamente determinate sostanze chimiche o naturali analizzandone gli effetti sui meccanismi psicologici deputati al loro sviluppo creativo. Tutto ciò, comportandosi come cavie coscienti e consapevoli.

Pensiamo ai “paradisi artificiali” di Baudelaire, ai pasti oppiacei di De Quincey; per non parlare dei fantasiosi “viaggi” a base di eroina di Burroughs o di quelli lisergici di Hunter S. Thompson impegnato in una sfrenata ricerca del “Sogno Americano” a Las Vegas. Tutti questi temerari personaggi hanno in comune due congenite assuefazioni: una per le droghe e una per la scrittura.

Diversa fu l’esperienza dello studioso Aldous Huxley. Famoso per i suoi romanzi di fantascienza, fra cui il capolavoro A brave new world, oggi ridotto a un banale testo liceale con cui tediare giovini studenti durante l’ora di letteratura inglese, Huxley si interessò alla filosofia e alla spiritualità. Fu perfino un seguace del filosofo Jiddu Krishnamurti, fondatore dell’Ordine della stella d’Oriente. Come si sa, il passo dal misticismo alle droghe psichedeliche può essere breve (se non ne siete convinti potete sempre provarci, ma poi non prendetevela con me). Fu così anche per Huxley che, nel 1956, aiutato dall’amico psichiatra Humphrey Osmond, pubblicò il celebre saggio Le porte della percezione prendendo in prestito il noto verso di William Blake

 

Se le porte della percezione fossero ripulite, ogni cosa apparirebbe all’uomo come realmente è: infinita.

 

Ingeriti due quarti di un grammo di mescalina sciolti in mezzo bicchier d’acqua, lo scrittore descrisse con estrema precisione gli effetti che la droga ebbe sulla sua psiche, soffermandosi sui cambiamenti umorali e percettivi. Registrò dapprima un progressivo aumento d’intensità dei colori

 

mezz’ora dopo divenni consapevole di una lenta danza di luci dorate. Un po’ più tardi vi furono sontuose superfici rosse che ondeggiarono e si distesero da nodi brillanti di energia vibranti di vita ricopiata, continuamente mutevole.

 

ma col passare del tempo notò anche un’insolita inibizione ad agire che lo rese a poco a poco indifferente agli stimoli. Il consumatore di mescalina, scrive, caduto in una sorta di letargia mentale, prova un notevole distacco verso cose e persone per cui in tempi normali nutriva interesse.

Oltre far luce sulla condizione umana di quegli anni, non poi così diversa dalla società attuale, Huxley ritiene che l’uomo possa raggiungere un più alto grado di consapevolezza spirituale solo attraverso un’esperienza mistica. Roba da fricchettoni, dite? Beh, non avete tutti i torti dato che il suo pensiero influenzò non poco la cultura hippie e… un timido ragazzo di Melbourne, Florida, di nome Jim. Colui che più tardi verrà ricordato come Re Lucertola. Mr. Mojo Risin’.

Il nome del suo gruppo, The Doors, deriva proprio dal titolo del saggio di Huxley, e guarda un po’ anche Morrison, come quest’ultimo, faceva un discreto uso di mescalina e di altre sostanze psichedeliche capaci di allargare i confini della sua mente. Morrison non era solo un impareggiabile performer, ma anche uno scrittore di stupefacenti liriche introspettive. Manzarek, Krieger e Densomore si accorsero immediatamente del talento di Jim e lo lasciarono libero di improvvisare testi sul momento durante i concerti o in sala di registrazione. La loro era musica al servizio della Parola.

I testi dei Doors racchiudono analogie con la poetica del teatro greco, il pensiero di Nietzsche e, in particolare, con la poesia simbolista francese. Non a caso Jim Morrison è oggi ricordato come uno degli ultimi poeti del nostro secolo.

Per il leader dei Doors, come per molti degli artisti citati, le droghe, specie quelle psichedeliche, potevano avvicinare l’individuo al proprio subconscio permettendogli così una più ampia percezione della realtà. Le visioni indotte dall’acido lisergico svolgevano per Morrison lo stesso identico ruolo di una comune “porta”: un passaggio fra due stanze (o fra due mondi)

 

Ci sono cose conosciute e cose sconosciute, e in mezzo ci sono le porte

 

Bastava attraversarle per visitare i luoghi nascosti dietro di esse.

Vuoi per le massicce dosi di alcool, vuoi per l’esplosiva miscela di rock, blues e jazz, i concerti del gruppo californiano divennero dei veri e propri eventi collettivi da vivere come una sorta di rito orgiastico in cui l’”esperienza” rivestiva un ruolo più importante della musica in sé. A proposito di visioni, Aldous Huxley, al contrario di Blake e Morrison, non si definiva un uomo ricco d’immaginazione; le parole più suggestive di una poesia, per quanto apprezzate, non evocavano in lui immagini particolarmente fervide. Anche sotto l’effetto di mescalina, non vide né

 

paesaggi, né distese immense, né apparizioni magiche e metamorfosi di edifici, niente che somigliasse lontanamente a un dramma o a una favola.

 

Droghe come l’LSD possono indurre immagini assai suggestive in coloro dotati di una natura sensibile. Sono note le “visioni” di Jim Morrison e di Blake, quando erano ancora bambini. Il primo, durante un viaggio in macchina con la famiglia, vide le anime di alcuni nativi americani corrergli incontro ed entrare nel suo corpo. Le loro spoglie giacevano sull’asfalto a seguito di un incidente stradale; il secondo disse di aver visto un albero pieno di angeli che cospargevano ogni ramo di lustrini simili a stelle. Dopo averlo raccontato a casa rischiò pure sonore mazzate dal padre.

Qualunque sia la verità, se siano solo menzogne o visioni indotte o frutto di una predisposizione naturale, la mente umana avrà sempre bisogno di perseguire la strada della conoscenza per non restare recluso all’interno di schemi mentali rigidi e, magari, troppo razionali. Le droghe danneggiano e basta, ma basterebbe una buona dose di apertura mentale e di rispetto verso il prossimo per confortare il dolore della nostra specie ed evolvere a un più altro grado di consapevolezza.

Visti i tempi, ne avremmo davvero bisogno.

Filippo Infante

 

 

 

 

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