Il sogno di Andy

     Chi era Andy Clemance? Era uno che sognava. Tanto. Ma si annoiava, tanto.

     La sua era una noia mortale, bipolare, che col tempo divenne via via secolare. Si annoiava perfino di svegliarsi la mattina, tutto cisposo e stralunato. Cappellino da notte in testa; ai piedi giganti ciabatte, le cui suole di morbida gomma bembè, lo spingevano ancora sognante verso il bidè, in fondo al corridoio.

    Per Andy il più brutto giorno della semana era il martedì: giorno della visitina alla mamma, chiusa fra quattro pareti imbottite di piume. Diceva che stava bene là dentro, che le pareti le tenevano compagnia raccontandole divertenti avventure scimmiottesche, talvolta con quell’attore o con quel conduttore (elettrico) che ammirava tanto. Andy passava intere giornate a sorbirsi noiosissimi discorsi privi di senso, altalenati a pause lunghissime che avrebbero fatto crescere la barba anche al più incallito dei glabri. La pazienza non era certo il suo forte: dietro i tanti forzati  cenni di assenso rivolti a mammà, Andy sognava di fuggire lontano e svoltare la vita da zero.

     Fu in un giorno assolato d’agosto che il suo cervello si convinse a fare tic piuttosto che tac. Se voleva cambiare vita sul serio, doveva assolutamente trovarsi un lavoro. Non a casa sua, sia chiaro; all’estero, a giro per il mondo.

      Per giorni pensò e ripensò a cosa poteva fare da grande (anche se aveva trent’anni suonati!). Poi, di colpo, la testa gli si spalancò.

      “Eureka! Diventerò un lottatore messicano!”

     Così, dal cassetto-prigione liberò una serie di ricordi stropicciati di quando era in fasce e senza un capello. Fra giocattoli scassati e noci di cocco ritrovò un vecchio un poster ingiallito dal tempo che ritraeva un ometto irsuto intento a stritolare un povero culino. La maschera dell’uomo lasciava intravedere un sorriso protervo. Andy si ricordò che uno dei suoi più grandi sogni di bambino era di poter lottare su un ring, mascherato da lottatore di lucha libre e di sconfiggere temibili stritolatori di culini. Come poteva averlo dimenticato?

     Senza pensarci due volte fece armi e strabagli e partì alla volta del Messico, la patria in cui i sogni diventano realtà senza troppi grattacapezzoli per la testa.

     Il viaggio fu lungo e stancante. Non appena mise piede sulla rovente sabbia messicana, un omino dagli occhietti curiosi gli si fece incontro, salutandolo alla zuava. Portava un cappello di velluto calato sulle ventitré e un paio di scarpe sfondate di un colore decisamente fuori moda.

       “Hai la puzza da campione figliolo, si odora lontano un miglio”.

       “Dice a me?” sfrizzolò Andy, guardandosi intorno.

      “Si bumbaccione, dico a te. Mi chiamo Susito e di campioni me ne intendo. Ti va di allenarti con me? Ti farò diventare il più grande lottatore messicano, anche se non sei messicano.”

       Allora Andy, che si fidava anche del primo scemo che rutta, decise di seguire Susito e si iscrisse al torneo maximo de lucha libre de todo el Mechico. Per parteciparvi però dovette cambiar nome.

        “Ogni lottatore che si rispetti ne ha uno,” disse Susisto.

      Così divenne Andy Merendi (il nome glielo detto un vecchio capace di sputar più lontano di un lama tibetano). Con la sua maschera rosso fuoco, l’aderente tutina violetta e un costante allenamento a base di nocchini, nel giro di pochi dies, Andy mise a tappeto – nell’ordine: El Santo, Blue Diablo, Black Shadow, Jujino, Lopez Lopé, Mascaras, Galindo, il Medico Asesino e il temibilissimo Granada.

     Arrivò in finale in un batter di pugni, ma se voleva conquistare il premio pesi bomba doveva stenderne ancora uno. Si trattava di Senor Tormenta, il trichechico macinatore d’ossa. Di lui si dicevano cose cattivelle: che era capace di spezzare le schiene dei suoi avversari con semplice un colpo d’anca, che sapeva come farti dimagrire saltandoti addosso ripetutamente. Più mastodontico di Rodi e del suo colosso; peloso al punto da imbottire tutti i cuscini di Caracas, Senor Tormenta era l’incubo di tutti i lottatori messicani, e non.

     Andy si sentiva in splendida forma. Nei giorni che precedettero l’incotro si allenò duramente  assieme a Susito e al suo nuovo assistente Chuba Capra, così chiamato perché al posto di parlare, belava – è solo un piccolo difetto di pronunzia, diceva lui.

      La sera dell’incontro giunse indisturbata tra ponchi e sombreri scaraventati da un angolo all’altro del ring. Il locale era gremito di soli pazzi messicani in delirio: sciamannati assetati di sangre che reclamavano a gran voce la loro dose di sana lotta libera. Al suono di chitarre scordate e latrati di cani in calore, l’ombra di Senor Tormenta calò sopra le loro teste. Andy cominciò a sudare freddo; ebbe come l’impressione di aver fatto un grosso errore. L’odore di rum e di polvere da sparo provocò nel suo pancino un’irresistibile stimolo cacchifero. O forse fu solo paura…

     I due lottatori salirono sul ring. La soverchiante mole del flagellatore d’ossa sovrastava l’esile corpicino di Andy che, colto da un conato di cus cus indietreggiò senza esitazione. L’improbabile match principiò.

      Fra le urla e i volgari intercalare del pubblico, Andy costeggiava le corde del ring in punta di piedi con la speranza di non farsi acciuffare, ma gli stivali troppo larghi ai quali era molto afecionado, erano così ingombranti da farlo inciampare continuamente. Tuttavia, trovò il tempo di rammentare le parole che Susito soleva ripetergli settemila volte al dì:

       “Fra le gambe! Fra le gambe! Stupido d’un inglese!”

     Lanciatosi su quelle gambe massicce, Andy scatenò una tempesta di nocche sulle pelotas del Tormenta, il quale, con un grido di dolore, si accartocciò su se stesso e declinò alla stregua di una montagna che starnutisce moccio a valanga.

    Andy aveva vinto! Lo investì uno scroscio d’applausi, poi, u di lui discese una pioggia di bottiglie di tequila. La folla in delirio lo condusse nella plaza principale e qui venne imbastita una festa in suo onore. Anche se col volto tumefatto dai colpi del Tormenta, Andy sorrideva felice a tre denti. Aveva finalmente realizzato il suo sogno…

       Ma bisogna saper distinguere la leggerezza di un sogno dallo schiacciante peso della realtà.

       In realtà, El Senor Tormenta lo aveva letteralmente schiacciato sul ring, accaparrandosi il titolo di stramega campione dopo appena trenta secondi dall’inizio dell’incontro. Fu lo scontro più breve di tutta la storia della lucha libre messicana. Che colpo, povero Andy. Lo avevano portato via con la barella. Aprì gli occhi dopo appena sei giorni di coma.

     Ritrovatosi su una culla d’ospedale, penzoloni sul soffitto adagiato su una morbida amaca da campo, Andy non poteva muovere un muscolo. Gli restavano sani solo le dita delle mani e i pollicioni dei piedi, le sole parti a sporgere curiose dalla colata di gesso che lo rivestiva. Susito e Chuba Capra lo imboccavano con amore.

      Eppure, nonostante avesse perso di brutto, Andy era comunque felice. Partito tutto solo alla volta del successo, era riuscito a sfiorare per un pugno il titolo di campione. Pazienza se la fascia era andata a quel bodda del Tormenta.

        “Nelle cose bisogna almeno provarci,” si rallegrò e sorrise ai suoi due simpatici amici.

      Da quel giorno in poi tutti lo ricordarono come Andy Merendi, detto “El grande merendero”, pieno di lividi e dall’accento messicano da vero purosangue Senor.

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