Bukowsky e la Musa classica

Quante volte, leggendo un libro, dipingendo o scrivendo, vi siete detti: ora metto su un po’ di musica. Come se voleste aggiungere qualcosa a ciò che state facendo. Vi siete mai chiesti perché’? Se la risposta è si, cliccate sulla x della vostra finestra e passate ad altro. Se, invece, tal quesito vi angoscia e avete bisogno di una risposta per sentirvi più sollevati e proseguire la giornata, leggete pure, ma mettetevi l’animo in pace, perché non riceverete alcuna illuminazione. Chi sono io per darvela? Buddha? Non sono né illuminato né in sovrappeso. Avrete però l’occasione di riflettere su quanto la musica sia importante, se non addirittura essenziale, per coloro che si avvicinano al momento creativo.Molti sono gli artisti che erano soliti appoggiare la puntina del giradischi su un acetato o che più semplicemente accendevano la radio prima di dar libero sfogo alla creatività. Lo faceva Rothko, suddividendo la tela in aree di colore quadrangolari; lo facevano Kandinsky, Fitzgerald, Picasso e perfino Fellini, quando non girava, immaginava una scena ascoltando, incantato, un brano di Nino Rota o di Piovani. Lo avrebbero fatto volentieri anche Raffaello e quel genio di Voltaire se, ai loro tempi, fosse esistito almeno un misero fonografo. Per non parlare della Beat Generation, che a colpi di jazz e parole a raffica, infranse conformismi e tabù sociali di un’America borghese e benpensante. Non dimentichiamo che c’è anche chi preferisce concentrarsi sulla propria opera chiuso in un silenzio meditativo per non subire troppe sollecitazioni. In ogni caso, la musica ha da sempre accompagnato buona parte delle attività umane: da quelle creative a quelle più banali, come fare la doccia, cucinare o andare in bicicletta. Possiamo definirla una confortevole “voce amica” o, più banalmente, la nostra colonna sonora personale E questo perché essa, a mio parere, dispone di un potere distensivo non ravvisabile in nessun’altra forma artistica. Inoltre, vuoi per la sua natura astratta, vuoi perché, eccetto rari casi, non obbliga l’ascoltatore a un’attenzione costante e prolungata (al contrario di un libro o di un film di cui perderemmo il filo, anche se distratti solo per un secondo), la musica può trasformarsi in un piacevole sottofondo emotivo. L’importante è che ciò sia voluto e non subìto, come quando siamo costretti ad ascoltare musica in un ristorante o seduti sull’autobus!

Charles Bukowski

Si dice anche che la musica sappia ispirare immagini o che riesca ad astrarre concetti. Con questo non voglio dire che essa sia la forma d’arte perfetta (anche perché è del tutto soggettivo), ma intendo parlare di un’arte utile per fare arte, o quantomeno adatta a favorire il processo creativo. La musica sinfonica ben si presta, sopra ogni altra, a un simile compito. Le infinite partiture di archi e ottoni ingannano l’artista, facendogli credere di poter dilatare spazio e tempo; l’assenza di voci facilmente riconoscibili e orecchiabili non lo distrae, così da farlo agire in totale autonomia, come se la musica lo guidasse e lo lasciasse guidare senza mai distoglierlo da ciò che sta facendo. La sua mente è sgombra e, accompagnato dalla musica, può far luce con più efficacia su immagini e percezioni probabilmente indistinguibili se sottoposto a un silenzio forzato.

Dunque, musica classica come stimolo creativo? Perché no. Perfino uno scrittore per il quale l’arte non era altro che l’equivalente di una parolaccia / usata da un mucchio di gente la utilizzava spesso e volentieri durante le lunghe ore di lavoro. Sto parlando di Henry Charles Bukowski, poeta e scrittore americano. Uno dei pochi autori capaci di parlare di sé senza peli sulla lingua, dotato di una brutale onestà letteraria anche quando scriveva dei lati più turpi e oscuri della propria vita. Bukowski viveva e scriveva. Ha scritto più di sessanta libri, fra raccolte di poesie, romanzi, memorie e racconti brevi, e sono sicurissimo che nell’istante in cui appoggiava quel culo flaccido sulla sedia, pronto a colpire i tasti della macchina per scrivere, insieme ai sigari e all’immancabile bicchiere di vino rosso, c’era sempre della musica classica ad allietare le sue notti di scrittura. In alcune poesie, egli descrive con accuratezza le sensazioni provate durante l’ascolto di Brahms, Mozart, di Rossini o di Mahler, di cui amava in particolare la 9a sinfonia. Inoltre, considerava Bach come un padre o come uno di quei musicisti che se li ascolti troppo non puoi più farne a meno: Bach, siamo in questa stanza/ insieme (…) sei tu che mi rendi l’inferno/ sopportabile. Di Wagner ammirava l’irruenza, la furia compositiva; un vero ”miracolo tuonante”: Wagner ruggisce fuori / dalla radio/ io mi inchino all’agonia e alla magia/ di quell’uomo/ da tempo defunto.

Lo scrittore non ha mai nascosto il suo amore per la musica. Credo che lo rilassasse, soprattutto nella sua ultima fase letteraria (vedi Il Grande, 1977) o che lo ispirasse, suggerendogli temi di svago, in seguito trasformati in straordinarie poesie sulla scrittura o sui ricordi d’infanzia.

In una poesia, intitolata Io e la musica classica, Bukowski racconta l’esatto momento in cui la musica sinfonica entrò a far parte della sua vita. Si trovava in una di quelle cabine d’ascolto di tanti anni fa: chiunque poteva entrare, ascoltarsi un disco in santa pace e, se soddisfatto, decidere di comprarlo. Lo scrittore non ricorda il titolo del disco né l’autore, ma ci descrive quei suoni come strani, “inusuali”, decisamente affascinanti. All’epoca era un poveraccio disoccupato; scialacquava il denaro in vino e sigarette, ma amava mescolare entrambe le cose con musica e scrittura. Dato che non poteva portarsi appresso il giradischi, cominciò ad ascoltare la radio, così gli capitò di ascoltare nuovi compositori mai sentiti prima, “gente perlopiù sconosciuta” ma comunque capace di scrivere opere davvero commoventi. E mentre passavo da una donna all’altra / da un lavoro all’altro (…) dentro e fuori dagli ospedali e dall’amore (…) ho speso così tante sere / ad ascoltare musica classica alla radio / Quasi ogni ora.

Lo scrittore prosegue descrivendo le maestose arie di Mahler e i brividi che sli si insinuano nella braccia fino alla nuca.

Certamente Bukowski avrebbe scritto ottime pagine di vita vissuta anche senza l’aiuto della musica ma credo che ogni singola nota dei suoi autori preferiti abbia contribuito a schiarirgli le idee obnubilate da troppo alcol, a confortarlo nei momenti di odio verso il genere umano, e, infine, a infondergli quel coraggio essenziale per diventare un grande scrittore. Come scrisse una volta, chiuso nella sua piccola stanza, la radio è accesa / e mentre batto sui tasti / riconosco una musica classica ascoltata mezzo secolo prima. Questa la vita di chi era abituato a sedere sull’ultimo sgabello del bar, scandita dalle sinfonie dei grandi compositori del passato.

Ecco come la musica sia capace di esercitare un forte ascendente sulle nostre attività quotidiane o di svago, comprese le arti. Influenza stati d’animo, ispira e alimenta la giusta atmosfera per la giusta situazione. Come ho già detto, non ci vuole tanto a capirlo, e anch’io, nel mio piccolo, mentre scrivo queste righe conclusive, vi confesso di ascoltare Vivaldi.

Non lo ascolto mai.

Solo quando scrivo.

Chissà perché.

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