Don de Valente e Vigo de La Muerte

Nella rivoluzionaria Spagna, in castigo all’angolo d’Europa, viveva un caballero di pelo vestito, il cui nome di morte, ancora oggi, riecheggia da un paesito all’altro. Lungo i sentieri ustionati dal caldo, quel nome tanto odiato trascinava con sé una triste malediciòn: bastava solo mormorarlo per sentirsi in procinto di escacazzare sul posto, dando stura a potenti ruggiti di pancia-tequila. Un nome carico di paura e pestilenza: Vigo de la Muerte. Di nequizie campione, bandido di mestiere, con un occhio di vetro e l’altro di cuoio, ovunque guardasse causava sciagure.

   Unico suo nemico – perché gli altri aveva già matadi, lo sceriffo Don de Valente. Mui onesto, mui cordial; in groppa a “El Pipon”, suo fedele cargador, percorreva il deserto con un solo intento: arrestare Vigo de la Muerte.

   Sulla testa di Valente, nascosto sotto il cappello, cresceva un fiore blu cobalto. Come mai, vi chiederete? Ebbene, dobbiamo indietreggiare nel tempo, ai giorni in cui toda l’Espana, ancora oggi, festeggia il santissimo giorno della Vergine Madre. I ninos corrono scalzi per le polverose vie del quartiere e i mariachi, ubriachi, pizzicano corde di chitarre scordate all’ombra dei los pinos, fonte di frescura per la caliente pasion di muchachi mucho machi.

   Come stabilito, Don de Valente e Vigo de la Muerte s’incontrarono a mezzodì nella plaza principal del mercato central. Solo un vecchio regolamento di conti dovuto a chissà quale mancanza di rispetto. Il loro odio era profondo, un’inclinazione natural. L’istinto di spararsi addosso ovunque s’incontrassero, prendeva ogni volta il sopravvento. Se fossero stati due punti geografici, si sarebbero chiamati Artico e Antartico: luoghi opposti fatti della stessa sostanza.

   Così, in quel torrido giorno d’estate, si squadrarono con stile, dallo sguardo molto ostile; poi dal nulla picchi, botte, storci de collo per toda la plaza. Immaginatevi i preti, i bandoleri e i cani randagi, spaventati da quel turbine di forze irruenti. Madre de Dios! imprecavano. L’uno avvinghiato all’altro, impolverati fin dentro gli stivali, rotolarono lungo la strada acciottolata dandosele di santa ragione. Da vero senor, Valente chiedeva il permesso all’avversario prima di prenderlo a cazzotti sul grugno. Di solito de la Muerte declinava, e stavolta, rigirando con garbo lo sceriffo, gli sferrò un formidabile pugno sulle pelotas. La voce gli rimase incantada su note bianche per molte semanas. De Valente lanciò un acuto così assordante da incrinare un boccale di cerveza. Il volgo lo applaudì impressionato. Approfittando della confusione, Senor de la Muerte fiondò un tosto ceffone sul culo di “El Pipon” che tranquillo sostava alle spalle del padrone. Il duro zoccolo della legge colpì le chiappe di Valente, il quale schizzò come un pesce siluro verso il muro di cinta del Palagio de Ingiusticia. L’impressionante contraccolpo scosse un vaso di coccio su cui prosperava un piccolo flore blu cobalto. Il vaso piombò giù dal terrazzo dritto sulla testa di Valente, penetrandogli nel cranio con immane precisione.

   Da quel giorno, il povero sceriffo fu costretto a nascondere il fiore sotto il logoro sombrero, ma non poté evitare lo spietato scherno del pueblo.  “Occhio, sta arrivando lo sceriffioraio!” oppure “Non mi arresti. Se vuole le do una potatina!” e giù tutti a pisciarsi dalle risate.

   Benché simili battute lo ferissero, Don de Valente imparò a prendersi cura di quel fiore garrulo ormai radicato nel cervello. Per certi versi era suo debitore. Vi ricordate?

    Era passato un anno dall’ultimo incontro con de la Muerte. Per ben tre settimane il prode sceriffo batté la piana giorno e noche sulle tracce del maldido bandido. Esausto, decise di schiacciare una siesta. Sceso da “El Pipon” e, appoggiata la schiena a un’alta roccia, scivolò di colpo in un sonno profondo. Sognò di stare sdraiato su un materasso gommoso a forma di “taco”, cullato da un mare di sangria. Di tanto in tanto, se la sete attanagliava, allungava il braccio verso un grosso cucchiaio di legno che affogava avidamente in quel dolce liquido rosso. Poi stirava le gambe e riprendeva a sonnecchiare… beatos… beatos…

    Passarono i giorni, e Don de Valente proseguì la sua siesta, incurante di una tempesta di sabbia, decisa a scrollare un po’ di zavorra proprio sopra di lui. Il cumulo di sabbia, alto quanto la roccia su cui si era appisolato, lo sommerse per intero. Il fiore, piantato sulla cabesa, fu l’unica parte di sé a restare allo scoperto: di giorno si scaldava ai raggi del sole; di notte, col calar del calore, si chiudeva in un soffice letto di seta. Valente rimase sottoterra per quasi due mesi immerso in un letargico sopore.

    Una sera giunse un chico de nome Epifanio, innamorato di una chica chiamata Gilena, la più caliente senorita di tutta Valencia. Pensava a lei ogni giorno e quando s’imbatté nel fiore dai petali blu, intuì prontamente il da farsi. Cinse delicatamente il gambo fra pollice e indice e tirò, pensando alla bella figura che avrebbe fatto presentandosi all’amata Gilena con un fiore così delicato; ma il fiore non si mosse di un millimetros. Epifanio, stupito dalla forza delle radici avvinghiate al suolo, provò a svellerle con maggior decisione. Tira e tira, il fiore restò piantato dov’era. Il povero Epifanio fu lì lì per far fiesta, ma gli bastò il pensiero di Gilena – dal soave sorriso sdentato – per sentirsi di nuovo invincibile. D’altronde si sa quanto l’umana natura sia tenace di fronte a una sfida. Così, quando questa si mostra talmente spietata da indurre alla resa, facendoci credere di fragile tempra, ecco che un improvviso vigore, infiammatosi dal nulla, ci spinge a tentare ancora una volta.

    Tira, cico bombo, tira che ti sposa! Epifanio strattonò il fiore con sì tanta veemenza da sentirsi mancare. Il volto gli si tinse di tutte le sfumature del rosso rubizzo; le mani, le labbra e le vene de los collos si gonfiarono come peperoni. Potete immaginare quale fu lo stupore quando, estratta la pianta, si accorse di aver riesumato il corpo di un uomo privo di sensi e con un fiore attaccato alla testa. Epifanio svenne sul colpo mentre de Valente seguitò a dormire come se niente fosse, ancora immerso in un sogno di sangria.

    Si narra che in quell’istante una macabra risata risuonò per la valle, rinsavendo di colpo lo sceriffo: Vigo de la Muerte, il suo sassolino nella scarpa, era là, nascosto da qualche parte.

    De Valente ne era certo: un giorno gliel’avrebbe fatta pagare.

****************

    Era un arido meriggio estivo. Don de Valente annaffiava con cura il fiorellino, rovesciandosi in testa un poco d’acqua fresca. Dopo giorni di vero lerciume ne aveva proprio bisogno. Fece per mettersi in sella quando un riflesso sulla cima del crinale attirò la sua attenzione.

    Ora, che sulle montagne fosse stata allestita una rivendita di specchi era alquanto bizzarro. “Il giorno della fiera di Real Trinidad cade di Disembre”, constatò lo sceriffo. Come un fulmine sfreccia nell’espejo de cielo, un brivido gli salì lungo la schiena. Solo un riflesso era capace di accecare in quel modo: quello dell’occhio di vetro di Vigo de la Muerte. Iride opalescente, specchio di un sole vanesio.

    Con una pistola pronta a gridare al posto della falce, il nero pistolero giocava a fare la morte. Valente calò il cappello sulla testa, attento a non schiacciare il piccolo fiore. Stavolta gliel’avrebbe fatta pagare a quel pallone gonfiados.

    Assunse la posizione da duello, ascoltando l’assordante silenzio della valle, interrotto soltanto dal sibilo di un serpente di passaggio. I due si scavarono con gli occhi; ma per Valente fissare a lungo quel riflesso sfavillante era peggio che esaminare la fulgida pelle del sole a occhio nudo per scorgervi dei nei.

   Fu come un battito d’occhi. Un impercettibile cambiamento di scena. Neanche si accorse del destro esplosogli sul grugno. Sabbia e sangue gli impastarono la bocca. Un altro colpo, stavolta un calcio alla Gaudì, lo scaraventò come fosse una palla in mezzo di strada. Lo sceriffo non ebbe il tempo di riprendersi che una rapida gragnola di colpi si rovesciò impietosa su ogni parte del corpo. Gli dolevano braccia e gambe mentre la testa ronzava più di un cavallo a motore. Non poteva crollare, no, ancora no.

   De la Muerte si avvicinò con la sua tipica andatura dinoccolata; lo alzò da terra e, senza dir motto, iniziò torcergli il collo fra i polpacci irsuti. Valente sentì la laringe scricchiolare. Come poteva l’aria passare da un corridoio così stretto?  Inutilmente tentò di sciogliere il cappio-falange stretto al collo. Fu allora che vide l’occhio. Freddo e vuoto: un abisso di ghiaccio. Sul fondo di quel pozzo nero come il cuore di un dannato, scorse un bagliore. Non era troppo distante, né poi così freddo. Poteva quasi toccarlo. Valente si meravigliò di avere ancora un’idea. E forse de la Muerte se ne accorse, perché ebbe come un sussulto. Lo sceriffo smollò una rumorosa loffa puzzona, giacché di aria ne aveva trattenuta abbastanza. L’afrore di pasta e fagioli uscito dalle chiappe della legge raggiunse il naso del bandito che, schifato, lasciò la presa e iniziò a tossire senza posa. Raccolte le forze, lo sceriffo si fiondò sull’avversario, subissandolo di colpi, e continuò, finché de la Muerte non perse i sensi. O almeno, così volle fargli credere…

   La tattica era la stessa da anni: fingere di essere svenuto, far avvicinare l’avversario e infine colpirlo di sorpresa (ihihih!)

    Andò tutto come previsto. Valente, da vero uomo d’onore, per paura che il bandito fosse spirato, principiò a schiaffeggiarlo con toste manate, ma dato che questi continuava a non dar cenni di vita, mosso da quell’amore che provava verso ogni suo egual, si fece coraggio e, avvicinate le labbra a quelle nemiche, soffiò aria fresca a più mandate. Fu a quel punto che De la Muerte lo atterrò con una testata. Potete figurar che botta su di diè! Il bandido aveva già estratto el ferro dalla fondina in pelle umana e adesso lo teneva puntato sulla stella d’oro, fissata sul petto dello sceriffo.

    “Aiaiai, aqui la cosa se pone mal”, pensò. Se la Muerte non aveva ancora premuto il grilletto voleva dire solo una cosa: duello all’ultimo sangre. Lo sceriffo ci pensò su. L’idea di sfidare uno dei pistoleri più veloci di Espana, non gli piaceva affatto, ma  arrendersi sarebbe stato come ammettere ufficialmente di essere un “cacasottosenorito” di prima qualità. Con l’arma ancora puntata addosso, si rialzò e allungò le dita sul cinturone, fino a sfiorare il calcio d’avorio della fedele Lolita. La estrasse con cautela mentre un colpo di vento gli portò via il cappello, scoprendo il fiorellino piantato sulla testa. Sul volto di De la Muerte si dipinse un sorriso beffardo.

   Visti così, l’uno di fronte all’altro, si poteva pensare che fossero privi di vita, a eccezione dei colpi di corason che risuonavano in quei petti pasciuti. Sicuri della loro infallibile mira, continuarono a studiarsi per un tempo incalcolabile, poi, il fruscio di una lucertola in fuga distrasse il nero bandito.

   Un colpo. Vetri infranti.

   Le tenebre calarono su de la Muerte.

   Perfino Valente, stretto alla fumante Lolita, annaspò nel buio per qualche minuto. Il fiorellino si chiuse dallo spavento e iniziò a tremare come dovrebbe saper fare una foglia. De la Muerte, si tastò il petto come in cerca di qualcosa. Alzò lo sguardo: nel cielo brillavano le stelle. Passò un po’ di tempo prima che i due si accorgessero del danno colossal.

   Pur avendo sparato, lo sceriffo non se l’era sentita di colpire l’avversario: era sicuro che se lo avesse fatto si sarebbe sentito, come dire?… “solo”; privato della sua stessa ombra, a cui in fondo era affecionado. Perciò aveva sproiettilato in aria, ma chi mai poteva immaginare che così facendo avrebbe centrato in pieno la palla solare, posta sopra di loro, abbuiando tutta la vallata? La situazione era piuttosto grave. Non si può vivere in un mondo senza sole! Per un mero rancore passional, i due pistoleri rischiavano adesso un pubblico linciaggio. Qualcosa andava fatto, e subito.

   Di comune accordo decisero d’interrompere le ostilità: giusto il tempo di sistemar insieme la faccenda. La rotonda lampada celeste si era spezzata in dos parti egualos, così ognuno si mise a spingere una metà, avvicinandola all’altra. De Valente spingeva di schiena; De la Muerte, chino sulla propria fetta di sole, con le braccia. Ecco a cosa porta la discordia fra due persone…ma ancora nessuno dei due, sfiancati dalla fatica, formulava simili meditaciones.

    Unendo le loro forze congiunsero il sole e un grido di gioia si alzò verso un cielo di nuovo lusiente. Esausti ma felici, i due si strinsero per la prima volta la mano – e non le armi. Dai loro volti albeggiò quello che potremmo definire un sincero sorriso di amicizia. Il sole, veloce come un razzo, riprese il proprio posto e trascinò con sé i due pistoleri oltre le nuvole, oltre le stelle, superando le onde increspate del cielo. Il piccolo fiore dello sceriffo ruotò a girandola, bagnando l’arida terra con una soffice pioggia di petali blu.

Mai come allora las voltas celeste regalò tanta pace a todo lu mundo, svegliatosi quel giorno, per ben due volte.

 

                                                                                                                                             Filappe

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