Il mondo nuovo per Il Teatro degli orrori

Il Teatro degli Orrori alza il sipario. Dopo il successo di A sangue freddo, i cui poetici versi si amalgamano a una feroce rabbia sociale incarnata dall’anima inquieta di Pier Paolo Capovilla, la band si ripresenta con Il mondo nuovo (La Tempesta), uno dei dischi più attesi del 2012. Doveva intitolarsi Storia di un immigrato, un concept album sull’immigrazione ispirato a un’altra storia, quella di un impiegato, narrataci anni fa dall’indimenticabile Fabrizio De André.

Per scansare inevitabili paragoni, il gruppo ha deciso bene di modificare il titolo pur mantenendo l’idea del concept. Da qui Il mondo nuovo: sedici tracce di un’opera ambiziosa e struggente in cui la voce e la parole di Capovilla, rispetto ai dischi precedenti, acquistano decisamente più spazio. Ma, vuoi per l’eccessiva durata (che per il genere di musica è davvero esorbitante), vuoi per i troppi richiami ai trascorsi sonori della band, stavolta ne esce un’opera sfiancante e pretenziosa in cui l’ambizione cede il passo alla ridondanza.

Io cerco te, il primo singolo estratto, non è stata forse la scelta migliore per un ritorno d’impatto. Il pezzo è fiacco, privo di una grinta al contrario ravvisabile in ben altri brani come Cleveland-Baghdad o Martino. Questo perché la canzone, nonostante sia la traccia più orecchiabile del disco, non si addice al resto delle composizioni e di conseguenza si dimostra poco incisiva. Il mondo nuovo è un disco di parole urlate e recitate, muri di suoni e riff accattivanti (merito di Gionata Mirai e di Giulio Ragno Favero, quest’ultimo diviso fra basso e chitarra). Eppure, però, qualcosa non funziona. Come già detto, la musica lascia ampio spazio alla voce e ai testi di Capovilla, ma così facendo ne svela anche i limiti. La furente poesia che da anni contraddistingue lo stile del carismatico frontman emerge solo a tratti e, col passare dei minuti, finisce per diventare perfino scontata, ripetitiva, frutto di versi poco convincenti. Sembra di ascoltare un comizio pleonastico, fatto di parole e contenuti già abbondantemente trattati nei dischi precedenti. Capovilla non ha mai nascosto al pubblico la sua concezione “politica” dell’arte, mutuata dalla poesia russa dei primi del ‘900. Una visione quanto mai rispettabilissima. In Italia sono pochi i gruppi capaci di parlare di politica, di sputare in faccia alla gente ciò che non funziona e al contempo pronti a difendere strenuamente il proprio punto di vista. Sarebbe bello, però, se il Teatro osasse di più, che cercasse nuovi modi di comunicare, giusto per evitare pericolose sovrapposizioni stilistiche percepite come prive di originalità. Se fossero parole concepite per un reading (vedi l’ottima performance del cantante in veste di attore per lo spettacolo dedicato a Majakovskij), sarebbero forse più incisive, giacché gli strumenti non ne esaltano né il suono né il significato. Non aggiunge niente di nuovo neanche la collaborazione con il buon Caparezza (Cuore d’oceano). Impressionano, altresì, le splendide basi elettroniche degli Aucan. Discreta, invece, Dimmi addio in cui tornano a farsi sentire urgenza espressiva e originalità. Il tutto, impreziosito dagli impareggiabili violini di D’Erasmo: lame affilate che trafiggono il cuore.

Può darsi quindi che dietro a Il mondo nuovo si sia creato un spettro di aspettative troppo ampio, e le aspettative si sa, arrecan solo dolori. Capovilla, certo, non ce ne vorrà – anche perché, come ha più volte ribadito, chi non è interessato alla sua musica è liberissimo di non ascoltarla – tanto lui, se ne frega. Forse si tratta solo un disco di transizione; di certo non un passaggio obbligato, poiché sembra che il gruppo abbia voluto giocarsi tutte le carte a sua disposizione; dire tanto e forse anche “troppo”, anziché scegliere i brani migliori, smussarne gli angoli, e architettare un disco più ponderato, ma non per questo meno “sovversivo” e ancor meno violento nei confronti di tutto ciò per cui il Teatro si batte.

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