Hanno ucciso un robot! Il nuovo disco dei The Walrus!

La mia recensione del nuovo disco dei The Walrus: “Hanno ucciso un robot”, prodotto dalla Garrincha Dischi. Il gruppo è interessante e genuino. Spero vi piacciano.

Buona lettura!

Hanno ucciso un robot… ed è nata una band. Sono i livornesi The Walrus, un gruppo che ha alle spalle tanti anni di gavetta, un disco d’esordio niente male, Never leave behind feeling always like a child, e una cover, Mare mare di Luca Carboni, che ha riscosso un sorprendente successo, risultando una dell migliori tracce della compilation “Cantanovanta”, prodotta dalla Garrincha dischi. Ascoltando Hanno ucciso un robot, prodotto dalla stessa Garrincha, s’intuisce di avere a che fare con un disco ben più studiato del precedente. Basti far caso agli arrangiamenti, curati e calcolati con scrupolo, capaci di trasmettere le stesse sensazioni suscitate dalle parole, dolci, sognanti, talvolta caustiche; ma è un’asprezza quasi naif, leggera, tipica di chi vuole dire la sua senza troppo infierire. Non troverete banalità né frasi a effetto, ormai più adatte a Facebook, ma non di certo a chi scrive con criterio.

Gli undici pezzi che compongono il disco sono esplosioni di colori, o meglio, macchie di tinta schizzate su una tela, come a voler nascondere il bianco inespressivo del fondo. Gli strumenti, infatti, esplodono e “urlano”, anche quando la musica rallenta e l’atmosfera si rilassa. Le onnipresenti linee di basso, intrecciate a una solida architettura ritmica, riempiono gli spazi vuoti senza mai abbassare il tiro. Il silenzio è bandito, fagocitato com’è da voci, chitarre, flauti, violini e trombe.

La voce stentorea e vibrante di Giorgio Mannucci si sposa a quella più ammiccante e sensuale di Marta Bardi. Mentre le chitarre di Francesco Pellegrini colpiscono in modo indelebile. Non solo seguono il progressivo andamento ritmico dei pezzi, ma riescono a esprimersi come se parlassero da sole. Graffianti note emotive al servizio del testo.

Shirley Temple è uno dei pezzi più maturi del disco: un moderno walzer interpretato da una Marta davvero convincente e accompagnato da un sottofondo d’archi a tratti “sanremese”, merito di Lorenzo Ori al banco (già noto per aver lavorato con Baustelle, Toys Orchestra e Perturbazione).

Portiamoci via è invece un brano incalzante, semplice e schietto (“Così diverso dal centro commerciale, così diverso dal culto nazionale (…) così diverso che poi si veste uguale”). Le voci si intrecciano in un amalgama sonoro improntato su parole limpide e musicali. C’è spazio anche per un pezzo tipicamente italiano, Sogno, in particolare per il ritornello: un crescendo melodico degno di un Celentano di prima maniera. La rivoluzione sinergica di Signorina Delirio esplode in un sorprendente loop di fiati e flauti.

La canzone meno riuscita è forse Il tipo giusto. Rispetto al resto del disco, l’impatto è scarso e sia le parole, sia l’impianto strumentale non possiedono la stessa incisività delle altre composizioni.

Non cerchiamo qualcosa di nuovo, perché quello che i The Walrus propongono è pop-easy listening a tutti gli effetti, ma niente affatto scontato. Giudicare a un solo ascolto è troppo facile e superficiale. L’errore, nel pop, è sempre dietro l’angolo. O lo sai fare o il risultato è il solito giro orecchiabile infarcito di stupide frasi mielose. “Non fare finta”, ripetono i Walrus in chiusura di disco. Perciò non fingiamo di non aver sentito: ascoltiamo senza pregiudizi. Qui c’è voglia di suonare, di distrarre, di far ballare e divertire. Siamo di fronte a brani scanzonati, sapientemente leggeri, ma con una loro precisa personalità. Ti entrano in testa e non se ne vanno neanche a volerlo. Il che vuol dire che funziona, soprattutto se l’effetto è un gran bel sorriso stampato sulla faccia.

Hanno ucciso un robot è, dunque, un degno secondo album di un gruppo che vi catapulterà in un trascinante vortice di energia positiva, solare. C’è aria d’estate, di corse in bicicletta. Eppure fuori fa freddo e tira vento. Sarà il disco che ci metterà allegria, anche quando la giornata è più grigia del solito. Dai con la vita! non a caso…

 

Filippo Infante

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