ZARASTRO il disco d’esordio dei Mandrake

Ma guarda chi ti spunta dal fondo di un cilindro a un mese di distanza dalla fine dell’anno. Mandrake!

No, non si tratta del famigerato mago ideato dalla mente di Lee Falk nel lontano 1934, bensì di una band che adotta il suo storico nome e lo riporta ai giorni nostri con un disco di undici brani; undici numeri di magia che incantano e sorprendono come un fantasmagorico spettacolo d’illusionismo.

Si chiama Zarastro (Forears) il primo disco dei livornesi Mandrake che, con questo titolo, confermano la loro voglia di stupire attraverso incantesimi musicali di sapore antico (Zarastro o Sarastro era, infatti, il Gran Sacerdote del Flauto Magico, dotato di poteri esoterici). L’album è una raccolta di storie reali e surreali, in cui anche i momenti più drammatici, spesso accompagnati da una piacevole spensieratezza tutt’altro che ingenua, si rivestono di colori avvolti da lunghe e bizzarre ombre cinesi. Violino, violoncello, piano e tromba impreziosiscono il progetto ideato da Giorgio Mannucci, già cantante e chitarrista dei Walrus. Grazie a questi strumenti, suonati da Asita Fathi, Stella Sorgente e Mauro La Mancusa, sembra di essere catapultati in un mondo classico, distante e al contempo vicino a noi (ascoltate The Neighbours e ve ne accorgerete). I Mandrake dimostrano che ancora oggi si può fare della buona musica arrangiando con fiati, archetti e partiture senza dover ricorrere a forzati – e ormai fin troppo inflazionati – stratagemmi elettronici, usati talvolta come facili vie di fuga per sopperire a una ben più grave penuria d’idee. Zarastro è da accogliere come un’esperienza, e non come un disco da ascoltare distrattamente. Finalmente si torna al sano ascolto brano per brano.

La prima parte di I’m so confused accoglie l’ascoltatore allo stesso modo in cui Alice s’imbatte nel Paese delle Meraviglie precipitando nella tana del Bianconiglio. Le voci e la chitarra passate attraverso il Leslie, tanto caro ai Beach Boys di Pet Sound, crea un’atmosfera decisamente straniante, per poi dar voce a Time, dalla struttura più delineata e orecchiabile. La canzone è un gioiello sonoro arricchito dai cori di Marta Bardi (Walrus) e dal flauto di Tiziana Gallo, un vero e proprio tuffo nel passato ai tempi del “Re Cremisi”, tanto per intenderci…

Si prosegue con la spiazzante The Copelands, una canzone che fa del contrasto il suo punto di forza: liriche al vetriolo distese su un tappeto d’archi finemente concepito che, sui ritornelli, incalza il tempo al servizio di parole cariche di acredine verso una famiglia poco corretta. In perfetto stile Beck, You’re not here, dal testo visionario (scritto dall’ex batterista del gruppo Dario Gentili) accompagnato dalle sognanti corde di un ukulele. La canzone ha lo stesso colore della sabbia di un deserto onirico e misterioso: decisamente uno dei pezzi più maturi e riusciti del disco. Interessanti i contrappunti di tromba di Uncertain Moment, e quella sorta di omaggio ai Radiohead di Pyramid Song in Nothing is predictable: l’improvvisa entrata di batteria, il conseguente rallentamento del ritmo e la melodia orientaleggiante del violino inchiodano letteralmente alla sedia.

Tolti alcuni brani poco curati o non del tutto in linea col resto del disco, nel complesso Zarastro funziona e procede come uno spettacolo dai tempi ben calcolati. Ascoltandolo più volte si ha la sensazione che il gruppo debba ancora trovare una direzione, o meglio, una precisa formula magica degna del grande Mandrake; ma forse il meglio deve ancora venire, e noi, fiduciosi, attendiamo con ansia il prossimo numero. Mandrake non fallisce mai.

 

 

 

Filippo Infante

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