Quattro chiacchiere con N-Sambo

Dopo il precedente Lp Sofà elettrico (Snowdonia), il musicista livornese N-Sambo torna a far parlare di sé con un nuovo disco, Suspended (Electric Fantastic Sound), un riuscitissimo mix di musica pop ed elettronica, frutto di una ricerca compositiva non da poco. Gli ingredienti? Ritmi trascinanti (talvolta industrial), chitarre distorte e ambientazioni sintetiche. Il tutto arricchito da una voce filtrata da vocoder ed effetti che ben si adattano alla natura elettronica dei pezzi. Come direbbe Thom Yorke “Ogni cosa è al posto giusto”. Le dieci canzoni che compongono il disco vantano una propria identità che al contempo le distingue e le amalgama in un solo corpo musicale ben costruito. Un musicista da tenere d’occhio, dunque. Ho incontrato N-Sambo e il batterista Dario Gentili e ho rivolto loro qualche domanda per conoscerli meglio.

D- N-Sambo, ovvero Nicola Sambo. Parlaci di te.

R- Nasco come chitarrista, anche se non mi è mai piaciuto limitarmi a un solo strumento. Dopo l’esperienza con il mio vecchio gruppo, i Pam, ho potuto contare su diversa attrezzatura per registrare canzoni tutte mie. Non sapendo suonare la batteria ho cominciato a interessarmi alla musica elettronica, fra campionamenti o drum machine così da avere delle basi su cui suonare (anche se nei due dischi, Sofa Elettrico e Suspended, hanno partecipato batteristi in carne e ossa).
Diciamo che mi piace sperimentare e scoprire strade nuove, come un delay che ripetuto genera un ritmo o un tempo di batteria. Le mie origini sono invece legate al cantatorato italiano di Dalla e Battisti; più tardi mi sono avvicinato all’elettronica, passando per Beatles e Pink Floyd. C’è stato un periodo in cui ho ascoltato molta musica classica, perché mi ero stufato di certi cliché. Ci sono alcuni pezzi interessanti di Debussy ricollegabili perfino a parti di pianoforte di Richard Wright (Pink Floyd).

D- Nel tuo disco, Suspended, ci sono tanto strumenti, ma spesso non sembrano tali. Tutto è denaturalizzato perché filtrato da effetti distorti; perfino la voce. Come si sviluppa il processo base di composizione di un tuo pezzo?

R- Parto quasi sempre da giri di chitarra, poi corro in studio e cerco di “ricrearli” in modo diverso aiutato da effetti ed elettronica. Vado a tentativi, faccio delle prove. Rispetto al primo disco il sound è stavolta più funzionale al cantato. Ad esempio, in Bar sono partito da un loop di batteria su cui ho cominciato a cantare senza avere alcun riferimento tonale. I timbri degli strumenti sono filtrati e denaturalizzati solo per gioco, per sperimentare suoni diversi, appunto.

D- Parlaci di Suspended. Come hai impostato il lavoro per la realizzazione del nuovo album? E’ cambiato qualcosa rispetto al passato?

R- Il lavoro è stato impostato come per Sofa Elettrico, anche se stavolta sono partito con dei testi. Ne avevo scritti alcuni, legati da un filo conduttore: una storia d’amore importante per me rimasta in sospeso. Per certi versi il disco può essere concepito come un concept. Il risultato è, a mio parere, un disco molto più omogeneo. Rispetto al passato c’è forse meno atmosfera, eccetto in I’m in love o in Limbo. E’ un’opera più “tirata”. Si avvicina a qualcosa di noise misto al pop, soprattutto per via del cantato.

D- Stavolta i pezzi sono quasi tutti cantati. Cosa ti ha spinto a prendere il microfono e a cantare?

R- Avevo semplicemente dei testi e ho cominciato a cantarli. Tutto qui. Non sono abituato a scrivere se non quando viaggio: porto con me un quaderno su cui scrivo appunti, disegno mappe dei posti in cui vado, cose così. Scrivo soprattutto per me.

D- Chi ti ha accompagnato nella fase di registrazione del disco?

D- In studio molti strumenti li ho registrati io, ma per fortuna ho potuto contare sul preziosissimo aiuto di validi musicisti come Alessandro Quaglierini al basso e drum machine, Dario Gentili che ha registrato diverse parti di batteria, Luca Valdambrini e Valerio Ianitto al synth. Importantissimi anche Lucio Tirinnanzi alle chitarre, Giacomo Iasilli, Simone Luti e Valerio Fantozzi ai due bassi di Electro Shock e Vertigo. Dal vivo mi accompagnano Dario Gentili, Alessandro Quaglierini e Valerio Ianitto. “La genialità dell’artista sta nel trovare chi riesca a tirar fuori ciò che egli stesso intende esprimere,” aggiunge Dario Gentili.

D- Sembrano canzoni complesse da proporre dal vivo su un palco. E’ così?

R- Non proprio. Diciamo che nel complesso viene fuori un concerto rock-elettronico. Le canzoni sono piuttosto fedeli al disco, solo rafforzate da un piglio decisamente rock. In tante canzoni, ad esempio, la batteria raddoppia quella elettronica.

D- L’uso dell’elettronica è una costante nei tuoi lavori. Com’è avvenuto l’incontro fra te e questo nuovo modo di concepire la musica? Ricorda molto l’elettronica tedesca, è così?

R- Si, in particolare mi piacciono i gruppi di un’etichetta tedesca chiamata !K7. Anche Snowdonia ha dei gruppi elettronici interessanti. La cosa divertente è che mentre sperimentavo la mia musica da solo, scoprivo nuovi gruppi sul genere e sonorità prima sconosciute.

D- Perché, secondo te, il rock nella sua accezione più classica sembra non essere più un fertile campo di sperimentazione? Credi che la musica elettronica sia davvero la musica del futuro?

R- Più passa il tempo e più è difficile fare qualcosa di nuovo. Molto è stato già fatto, ma c’è pur sempre lo spazio per contaminare differenti generi. L’importante è cercare di farlo con criterio; saper mescolare i giusti elementi. Anche le parole di un testo legato alla musica, se brillanti e ben scritte, sono un perfetto esempio di sperimentazione musicale. Non sono pessimista per il futuro della musica. Ogni cosa va contestualizzata e valutata in base al periodo storico in cui è stata fatta.

D- Livorno è una città che pullula di musicisti. Tu, in qualche modo, spicchi per essere uno dei pochi a fare un certo tipo di musica. Come vivi la scena musicale della tua città?

R- Ho vissuto sempre bene la scena musicale della mia città. Sono stati due livornesi che mi hanno iniziato alla musica e all’ascolto. Mi riferisco a Mirko Russomanno e a mio zio, il quale mi fece conoscere i dischi di Syd Barrett. A Livorno c’è grande fermento. Tra molti gruppi nascono nuove collaborazioni, basta pensare a coloro che hanno suonato nel mio disco. Fra i migliori gruppi livornesi penso subito ai Virginiana Miller per quanto riguarda il rapporto fra testo e musica.

Filippo Infante

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