Intervista allo scrittore Giorgio Pirazzini -9 notti a Parigi (Miraggi edizioni)-

Giorgio Pirazzini, classe 1977, è uno scrittore da tenere d’occhio. “Un unicorno ti trafiggerà”, “9 notti a Parigi” e “La notte raccolgo fiori di carne” sono i titoli dei suoi tre libri pubblicati nel giro di un anno. Si è trasferito a Parigi nel 2007 per motivi di lavoro e da allora vive e scrive laggiù. Nel suo blog “Il divano è il migliore amico dell’uomo” (presente fra i mie link) troverete simpatiche riflessioni circa argomenti che non sempre riguardano la letteratura e che rendono il personaggio di Pirazzini ancor più interessante. Non mi è mai piaciuto usare troppe frasi per presentare qualcuno, anzi, ogni volta che lo faccio mi imbroglio con le parole, perché mi sembra di invadere una vita che non è la mia; preferisco intervistarlo e far si che si presenti da solo, con le proprie parole. Perciò ecco la mia intervista a Giorgio Pirazzini sul suo libro “9 notti a Parigi”, che più che essere una raccolta di racconti, è un minuzioso compendio di esperienze, di ricordi e di utili suggerimenti da seguire per divertirsi durante le infinite notti parigine.

INTERVISTA A GIORGIO PIRAZZINI (2011)

D. Giorgio Pirazzini. Presentati. Chi sei? Da quanto tempo scrivi?

R. 34 anni, lavoro in pubblicità, ho vissuto in Inghilterra, Portogallo e dal 2007 sono – felice – a Parigi. Scrivo da quando ero bambino – ma  tutti, anche i più insospettabili, scrivono quando sono bambini o adolescenti.
C’è stata una lunga pausa in cui non ho messo giù neanche una riga, è durata 5-6 anni, forse qualcosa di più, in mezzo alla decade dei venti. Dopo ho ricominciato con più entusiasmo di prima.

D. Nel tuo blog tratti tantissimi argomenti diversi. Quali sono i tuoi principali interessi?

R. Letteratura, cucina, uscire la notte e le relazioni internazionali. In particolare, la cucina: è un modo di coccolarsi, coccolare gli altri, regalarsi un piacere, essere fieri. Adoro mettere il dvd di un film che ho già visto e passare un’ora, con un kir sul tavolo, a creare un piatto. Ratatouille, per me, è un eroe. La passione per la cucina mi è venuta proprio a Parigi. Prima abitavo a Londra dove al supermercato è difficile trovare l’ispirazione al bancone dei formaggi dove c’è solo il cheddar bianco o quello arancione – ma il sapore è identico.

D. “9 notti a Parigi” è il titolo del tuo ultimo libro. Una raccolta di racconti ambientati nel cuore della capitale francese dove tu abiti. Quanto c’è di autobiografico in questi racconti? Non credi che sarebbe stato più incisivo far del personaggio uno scrittore, proprio come te?

R. 50% autobiografico, 50% finzione. La morbosità del lettore è nell’identificare i rispettivi 50. Per me era importante che il libro non fosse completamente autobiografico, non amo la narrativa autobiografica a meno che lo scrittore non abbia veramente qualcosa di interessante da dire. O sia molto coraggioso rispetto a se stesso. Faccio una precisazione: “9 notti a Parigi” è una raccolta di racconti che però sconfina nel romanzo. Il lettore non resetta la mente all’inizio di ogni racconto perché c’è un forte collante che tiene insieme le diverse notti: il protagonista è sempre lo stesso, i personaggi ritornano nelle diverse notti, si può familiarizzare con l’ambiente

D. Dai nove racconti emerge con forza il sesso e la sensualità femminile e non. Parigi per te è come una donna da amare e da possedere?

R. Parigi è una città con una personalità così forte che interagisce nella storia, ma non come una donna, più come un personaggio a sé, con proprie caratteristiche, il proprio umore e le proprie abitudini. E non è necessariamente femminile – Parigi, in francese, è un nome maschile. Nei titoli di coda di Caruso Paskoski, Nuti elenca anche Firenze fra i personaggi. È la stessa cosa, solo che a Parigi piove di più.

D. Leggendo le tue storie si percepisce una spiccata autoironia. Non prendersi troppo sul serio è una dote importante per chi come te scrive o vuole scrivere?

R. Quando l’ironia è un fiocco sopra una storia, è un atteggiamento sano, ma lo trovo uno strumento da maneggiare con estrema cura. Non prendersi mai sul serio significa non mettersi in gioco, qualunque cosa si dica.
Io la uso ma cerco di non abusarne, non voglio solo il sorriso complice del lettore, anche perché se cercassi solo quello, fallirei. Mi tengo molto a bada riguardo all’ironia, è la cosa che, nel lavoro di limatura, elimino di più per evitare che il testo diventi lezioso.  Mi è utile ricordarmi che, come lettore, io cerco di più la storia che l’opinione dell’autore.

D.  La quotidianità, la vita di tutti i giorni, i rapporti umani sono una fruttuosa fonte d’ispirazione?

R. Assolutamente, c’è una mezzora dorata quando sei al bancone di un bar, da solo, e guardi gli altri vivere attorno a te, e tutto è più chiaro, tutto è spiegabile e i collegamenti si riescono a mettere su carta.

D. In alcune storie vengono citati Miller, Hemingway e molti altri scrittori che prima di te vissero a Parigi. Quanto ti hanno influenzato nel prendere la decisione di iniziare a scrivere?

R. In questo specifico libro, tantissimo. Miller, nel Tropico del Cancro, e Hemingway in Fiesta, li puoi seguire come su una mappa, puoi passeggiare con loro per Parigi e quello è stato illuminante quando ho deciso, nei racconti, di dire sempre dove mi trovo, cosa mangio, che vino bevo e che musica ascolto. E dopo ho raccolto tutto in un glossario per il lettore italiano, http://www.novenotti.it/www.novenotti.it, che serve a orientarsi sulla mappa della città, a conoscere i vini menzionati nel libro, la musica, i formaggi, tutti i riferimenti della vita parigina.

D. Parlaci del tuo prossimo libro “La notte raccolgo fiori di carne”.

R. E’ un libro sul dolore fisico. Quanto più ne immagino. Nasce da un racconto singolo incentrato sulla claustrofobia, ma a un certo punto mi sono accorto che non era concluso, che avevo cose importanti da aggiungere. Come la vittima comincia ad abituarsi a vedere il dolore e se ne assuefà. In senso fisico, è un libro violento, molto violento. È stata una liberazione tirare tutto fuori

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