I colori influenzano l’anima?

Quanti di voi hanno provato quella sensazione d’incantamento di fronte a un particolare colore, specie se acceso, spalmato insieme a tanti altri sulla tela di un quadro? Quando osservo un dipinto, astratto o figurativo, riconosco un colore che immediatamente attira il mio sguardo. Resto a fissare la tela come ipnotizzato. E’ quel colore che calamita la mia attenzione. Esce dal quadro; rompe la parete della finzione. Provate a pensare a un quadro che consocete bene o che preferite sopra ogni altro: c’è un colore che a colpo d’occhio vi colpisce? Se si, quale? E cosa provate?

I colori che più attraggono l’occhio e la mente di un osservatore solitamente sono il rosso carminio, il verde chiaro, il nero e il giallo ocra. Anche il bianco in certe composizioni cromatiche si impone con più decisione. Il rosso eccita; il giallo ferisce la vista, al che l’occhio trova ristroro nel verde o nel blu. La purezza delle loro gradazioni, la loro immobile profondità ci spinge a guardare senza mai distogliere lo sguardo, come se lo spettacolo non finisse mai. Verrebbe quasi voglia di toccarli, portarli alla bocca per sentire che sapore hanno.

In questi gioni sto leggendo un interessantissimo saggio sulla pittura scritto da Kandinsky e intitolato “Lo spirituale nell’arte” (SE Edizioni, Testi e Documenti). E’ un piccolo manualetto del 1910 in cui l’artista russo parla di filosofia, arte, metafisica ed esperienze personali in ambito pittorico, affermando con decisione il profondo legame fra spiritualità e gesto artistico. A suo parere, quando osserviamo una tavolozza di colori, subiamo due possibili effetti: uno fisico e uno psichico. Nel primo caso l’occhio è attratto dalla qualità dei colori e il soggetto può sentirsi più o meno appagato. Vice semplici sensazioni fisiche che variano in base alla sensibilità della persona. Dopodiché il colore viene immagazzinato nel cervello e quelle forti sensazioni provate all’inizio, col tempo, lentamente, si attenuano fino a sparire. E’ per questo, prosegue, Kandinsky, che a poco a poco il mondo perde il suo fascino, e l’uomo, assuefatto alle sue bellezze, non se ne interessa più. Diventa un abitudine sapere che la luce del mattino è la più bella, che le onde hanno un suono ripetitivo e delicato, che il cielo si tinge di colori diversi al variare delle ore, ecc… Solo il primo impatto colpisce più intensamente. Così vale anche per i colori visti la prima volta.

Nel secondo caso, l’effetto è di tipo psicologico, nel senso che la forza del colore agisce sulla mente e quindi, di riflesso, sull’anima dell’osservatore. Certo, per accettare questo postulato dobbiamo credere che l’anima sia davvero collegata al corpo e che, soprattutto, quest’anima esista. Kandinsky è convinto che esistano delle intime associazioni fra i colori e il loro carattere emozionale. Ecco un esempio: il rosso più acceso può essere così eccitante da provocare  un’emozione dolorosa, perché riprende il colore del sangue; per questo può riapriare una vecchia ferita mai rimarginata o comunque un ricordo doloroso. Ovviamente sono solo supposizioni; teorie che non hanno alcun riscontro scientifico, ma restano pur sempre avvincenti da un punto di vista psicologico/sensoriale.

Esistono anche dei misteriosi rapporti fra i nostri cinque sensi, in cui il colore agisce in modo particolare. Ci sono stati dei casi in cui persone particolarmente sensibili paragonarono un certo sapore a un colore ben preciso. Forse il loro senso del gusto era così sviluppato da ripercuotersi di riflesso sul cervello e dunque sugli organi della vista, ovvero, gli occhi. Secondo questa teoria i sensi sono tutti collegato fra loro da profondi legami. Ecco perché alcuni colori vengono definiti pungenti, ruvidi o vellutati, al punto che verrebbe voglia di toccarli per soddisfare anche il senso del tatto. Perfino la voce di certi cantanti viene spesso definita “chiara” o “scura” in base al timbro.

Per non parlare della famosa “cromoterapia” in cui la forza del colore viene utilizzata per curare malattie psichiche. Già nei primi del Novecento, Kandinsky conosceva tale scienza; sapeva quanto una luce rossa avesse un effetto benefico sul cuore e che una certa gradazione di azzurro potesse provocare una paralisi temporanea. Il colore, perciò, ha la capacità di interagire col soggetto e di influenzarne l’umore. Non è un caso che nella filosofia indiana a ogni Chakra (centri di forza energetica dislocati in sette punti del corpo: inguine, pancia, stomaco, cuore, gola, ipofisi, epifisi) corrispondano altrettanti colori collegati alle differenti funzioni fisiologiche. Nonostante ciò il pittore non è del tutto convinto.

Kandinsky, nel suo manuale, sostiene che la teoria associativa dei colori non garantisce perforza l’effetto che essi hanno sulla mente. Per lui il colore è più “un mezzo per influenzare direttamente l’anima. Il colore è il tasto. L’occhio è il martelletto. L’anima è un pianoforte con molte corde”. Dunque l’artista è la mano con cui, premendo questo o quel tasto, stimola l’anima di chi osserva. Che sia anima o mente, la relazione fra colori e sensi è un dato di fatto. Tutto ciò che passa dinanzi ai nostri occhi viene registrato, immagazzinato e interpretato sulla base di esperienze personali che si riversano sottoforma di emozioni, sensazioni fisiche o ricordi. E’ straordinario pensare che un semplice colore, la cui origine primordiale ci ricorda da dove veniamo (la polvere), possa toccare le corde più profonde del nostro Io. In questo senso è vero che lo spirito può essere stimolato dalla pittura, così come dall’arte in genere. Ci emoziona come ci emoziona un sorriso inaspettato o l’ora del tramonto. In fin dei conti, la natura che ci circonda è piena di colori: il cielo cambia gradazioni cromatiche continuamente, come la tela di un pittore instancabile. Così restiamo incantati a osservare quell’eterno spettacolo come faremmo davanti a un quadro, e permettiamo al mondo di ferirci, di farci piangere o di farci gioire, solo e soltanto per uno scopo: vivere.

Nient’altro.

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