Sui Tetti di Kellinger

Un giorno a Kellinger, cittadina ridente a crepapelle, pazzò un vento così folle da spolverare il cielo di ogni sua pantufola, ovvero nuvole in pantofole.

  Era inverno, e il freddo polare di nero vestito, strinse la città nelle spire di un mantello ventoso, dietro cui teneva celati un paio di baffi ghiaccioli. Rincorreva i passanti indaffarati, e una volta avvicinata la bocca al collo del malcapitato – magari privo di sciarpa -, solleticava la sua pelle con un brivido, rendendola tutta pillaccherosa.

 Tra le braccia del vento, gli alberi a dondolo della piazza principale ondeggiavano le chiome spettinate, mentre stormi di cartine e cartastracce trascinati dalla corrente, si impigliavano sui rami più alti. Perfino gli ombrelloni dei bar ombrellavano diretti chissà dove, a passo di danza-danzè; quando un colpo più tosto gonfiava la loro corolla, questi, piroettavano lontano andandosi a posare sulle antenne delle case, come rotondi cappelli colorati sulla testa di esili ometti.

   Un vento simile non si era mai visto e tutta Kellinger lo sapeva bene.

   Anche Alec lo sapeva, importunato da uno spiffero barboso scivolato in punta di piedi nel suo appartamento (non si sa come, né da dove).

  Uuuuh! Uuuhhh! Ululava così.

  Non aveva chiuso occhio: ogni volta che il vento bussava alla porta, il sonno lo accoglieva in ritardo, e i continui sussulti delle finestre lo scuotevano come un culotto tra le lenzuola. Perciò non gli restava altro che alzarsi, sbadigliare e trascinarsi ciabattando per le stanze appisolate, con un non-nulla da fare tra le mani. Credete a me: una notte di spifferi è peggio di una guerra tra pifferi!

 Quella mattina, poi, si sentiva più nuvoloso del solito. Magari il vento gli avesse sgombrato la testa dai pensieri; quantomeno avrebbe dormito. Si tirò giù dal letto, sbucciò le pesche agli occhi, saltò il lavabo, estrasse cibo, e senza accorgersene, si fece un caffè. Dopo di che, mosso da una forza di volontà, inconsueta per quell’ora mattiniera, decise di uscire in terrazzo per smuovere un po’ d’aria.

  Il freddo lo congelò in un sol colpo.

   “Sembra di stare nel frigoriferus”, pensò Alec pupazzo di neve.

 La bufera gli scaraventò addosso di tutto, sul serio, di brutto! Una corona di foglie si abbatté sul suo capo, accompagnata da un nido di pettirossi imbelviti; la terra delle piante, sparsa dovunque, donava un colore decisamente originale ai suoi capelli. Ma fu quel che vide fuori a farlo restare di sasso: un letto, guidato da un vecchio lupo di mare sotto coperta, veleggiava nel cielo tagliando le nuvolonde di quell’oceano sconfinato; sorvolò le strade e i cortili affollati di gente e proseguì la traversata passando proprio sopra la testa di Alec.

  Incuriosito, si sporse dal terrazzo per vedere da vicino quella strana barca a due piazze sovrastare la città; quando una vorticosa ventata – la più forte di tutte  – gli girò attorno come una trottola, avvolgendolo col suo freddo mantello. Alec chiuse istintivamente gli occhi. E benché il gelo gli avesse otturato il naso, sentirsi schiaffeggiare dal vento, lo rilassava.

  “Che bello! Sembra di volare”, osservò. E restò a godersi l’inverno per qualche minuto.

  Poi, riaperti gli occhi, si ritrovò per aria, e dall’alto vide se stesso, in piedi, sul terrazzo, occhi sprangati e bello imbabbucciato. Perfettamente immobile. Il folle vento, che tormentava da ore l’allegra Kellinger, lo aveva trascinato con sé, a nuotare nell’aria coi pesci pennuti; ma il corpo, assai pesante, era rimasto affacciato al terrazzo, nella posizione di prima. Alec, però, non si stupì affatto di essere uscito dall’involucro che lo conteneva. Dopotutto, cos’è il corpo se non la casetta dell’anima? Abbandonato quel peso ingombrante, spiccare il volo fu una sciocchezzuola. Come i petali di un soffione si liberano al soffio di un bambino, il giovane Alec si unì al cielo.

  D’improvviso, una spalla grande e grossa lo sbalzò qualche metro più in là. Era Glancy, il vicino musicista che, a ritmo di samba, planava a zag-zag.

   “Scusa amico, non ti ho dato precedenza. Pace e amore ovunque tu vada.”

  Il capelluto musicista piroettava di sghimbescio assieme allo spazzino e al dottor Aldus, le cui pasticche ricadevano dalle tasche sulle strade, come grandine colorata. Alec li salutò con un cenno della mano e si mise a far pipì controvento.

  Sopra di lui, un’obesa famiglia stava preparandosi a un luculliano pic-nic, allestito su una soffice nuvola. La mamma, intenta a spartire generose porzioni di spaghetti fumanti sui larghi piatti di porcellana, sorrideva alzando fiera il mestolo grondante di sugo. Al grido di “Buon appetito!” i tre figli panzuti, armati di forchette, si avventarono sul cibo agitando i culoni pressati sulle sedie. Ma la nuvola, che era piccina e appena sfornata, non resse un peso sì ciccione e, tremante, iniziò a sudar pioggia. “Meglio togliersi di mezzo”, constatò Alec schivando per un pelo l’acquazzone.

  Tra sciami di pecore volanti – finalmente libere! – e frotte di cani e gatti dalle code a elica, tra i cieli di Kellinger regnava l’anarchia. Lassù non c’erano incroci nè precedenze da rispettare, ingorghi d’auto o cartelli stradali. I vigili si, quelli c’erano: sgonfiavano i polmoni sui loro fischietti, ma il vento fischiava più forte di loro, così nessuno ci faceva caso. Lavandaie, bidelli, avvocati, salumieri con al collo sciarpe di salsiccia fiondavano nel cielo, da una parte all’altra. E gli insegnanti di italiano? Pure loro saltellavano in voli pindarici, dalla A alla Z; così, alla volè.

 Per più di sei giorni, Kellinger veleggiò col vento in poppa, sorridente e  illuminata da un raggio di sole. Il turbinio non cessò neanche a pregarlo a occhi storti. Ma tanto nessuno lo avrebbe fatto: per le strade, affacciati alle finestre o sui terrazzi, come il buon vecchio Alec, gli abitanti di Kellinger restarono là dove la brezza li aveva colti di sorpresa, immobili, coi nasi in su, zitti zitti, storditi come bimbi scemi. Le loro anime, trasportate dal vento, sparse qua e là, scalavano le più alte vette del cielo, alleggeriti dai loro pesi quotidiani. Sono questi, infatti, a tenerci coi piedi per terra.

 Un domani, se mai vi capiterà di visitare quei luoghi appena narrati – casualmente o solo di passaggio – prima di tornare alle vostre bicocche,  chiedete, chiedete pure, e lasciatevi andare. Sui tetti di Kellinger è facile prendere il largo.

  Chi ci vive lo sa.

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