Roma, di notte

Esco da teatro

che ancora non

c’ho capito niente.

La solita opera

convinta di spiegarti

il senso della vita.

Un altro buco

nell’acqua

annaffiato

per riempirlo.

 

Cammino di notte.

 

La luna

è un orologio

dalle lancette

invisibili.

Scandisce il tempo

in un’illusione

troppo sincera

per non crederle.

Gli archi del

Colosseo

sanguinano

sui passanti

indifferenti.

La luce di

Palazzo Venezia

è ancora accesa,

purtroppo.

Vecchie checce

indossano

sgargianti camicie,

gli occhiali

infilati nella tasca

davanti dei jeans.

La piccola suora

in lacrime

si fa largo

fino a San Pietro

e una folla

in lacrime

la segue

Dall’autobus in corsa

distinguo

luccicanti casinò,

transoceaniche

sale da gioco

sorte sui resti

di cinema

troppo vuoti

per sopravvivere

al giorno d’oggi.

 

“Svegliati, cittadino!

La droga sta circolando

nel tuo quartiere!”

Leggo,

sbadiglio.

Mentre un povero cristo

scalda la sua ennesima

ultima cena

in un sudicio padellino.

Poco più in là,

il triste sudario

per resistere

all’inferno della notte.

Essa appartiene all’uomo nero.

Agli stranieri.

Agli sconfitti.

E’ di quelli che ci fanno paura.

Di coloro che abbiamo mandato

sul lastrico,

senza pietà.

La notte appartiene

e apparterrà sempre

agli orfani

di un padre

troppo indaffarato

per potersi

curarare

di loro.

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