Bon Iver! Bon Iver!

Se cercate un disco che allievi le vostre notti insonni passate davanti al computer a non far niente, ascoltatevi il nuovo (e omonimo) disco di Bon Iver, (all’anagrafe Vincent Vernon): resterete svegli, certo, ma ne varrà la pena. Sono passati due anni dal nostalgico “For Emma, Forever ago”, scritto al in una baita del Vermont, al riparo dal mondo, per dimenticare una vecchia storia d’amore; eppure, l’artista statunitense non ha modificato di una virgola il proprio modo di scrivere. Se ascoltate con attenzione le dieci tracce dell’album vi accorgerete solo di alcuni piccoli accorgimenti compositivi che sembrano più il frutto di un cambiamento interiore che stilistico; di un’apertura al mondo esterno dopo un lungo periodo di solitudine. Se “For Emma” suggeriva un gelido inverno, “Bon Iver” è un delicato fiore primaverile appena sbocciato. Basta ascoltare “Michicant” per capirlo. La purezza espressiva del canto e un tappeto di suoni in crescendo, rimandano a sconfinate distese verdeggianti dai contorni indefiniti. Stavolta Vernon si avvicina con maggior sicurezza alle chitarre elettriche, rarissime nel disco precedente, sperimentando un suono denso, corposo che nulla ha a che vedere con le reminiscenze folk del primo disco. “Calgary” è il primo singolo estratto: parte come una melodia sacra, corale, per poi trasformarsi in un tripudio di chitarre effettate e sintetizzatori. L’uso della voce segue la via sperimentale di “Blood Bank”, l’Ep del 2009. Sussurrata o filtrata da effetti come delay e vocoder, la melodia non arriva con immediatezza. In questo disco, infatti, conta più l’essenza della musica, arricchita da tastiere anni ‘80, archi e da arrangiamenti elettronici, usati copiosamente in “Beth/Rest”, soft rock dalle tastiere alla Peter Gabriel, con il quale Bon Iver ha collaborato. Le sonorità acustiche di “Holocene” o “Towers”, rimandano al Bon Iver di una volta: sognanti arpeggi di chitarra e falsetti affettati. L’album, in uscita il 21 giugno ma acquistabile tramite I Tunes, rappresenta un nuovo passo per Vernon, grazie al quale il giovane musicista di Eau Claire giungerà senz’altro a uno stile sempre più personale. Anche se l’andamento è discontinuo – certe canzoni ondeggiano senza arrivare a una meta precisa – “Bon Iver, Bon Iver” è un disco intrigante, da ascoltare quando il brusio dei pensieri notturni non dà tregua.

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