Mondrian, lo stregone dell’arte

Mondrian

Molo e Oceano, 1914

Per me Piet Mondrian non è un pittore. E’ un teosofo, un’asceta. Uno stregone in cerca d’Altro. Lo si capisce dalla composizione delle sue opere e dalla volontà di andare oltre l’apparenza percepibile attraverso i sensi. Le sue tele, ad esempio, si spingono oltre il loro stesso spazio fisico; infatti, molti dei dipinti da lui realizzati a partire dal 1912 non possiedono una cornice nè delimitazioni ben definite. Il disegno viene solo racchiuso in un ovale attorno al quale il colore sfuma ai lati e agli angoili della tela, suggerendo un proseguimento infinito di segni e colori. Un gioco visivo fra spazio pittorico e spazio quotidiano. Attraverso l’astrazione delle forme Mondrian insegue una personale evoluzione spirituale. La destrutturazione delle immagini, le linee orizzontali e verticali, il superamento degli opposti (in particolare dei concetti “universale/individuale”, “maschile/femminile”) permettono al pittore di origine olandese di  maturare una personalità creativa che va oltre la semplice ricerca pittorica.

Che Piet Mondrian, nato a Amersfoort nel 1872, si interessasse di teosofia lo conferma un opuscolo del filosofo indiano Krishnamurti, ritrovato ina una delle suoi alloggi. Si interessa alla lettura de “I grandi iniziati” di Schuré, e in particolare de”La dottrina segreta” di Helena Petrovna Blavatsky, nota fondatrice della Società Teosofica di cui diverrà poi membro ufficiale. Di questa dottrina filosofica lo affascinava il concetto di crescita ed evoluzione dello spirito umano, la possibilità cioè di raggiungere un più avanzato stato psichico, a seguito di una serie di esperienze mistiche

L’iniziato giunge, attraverso progressivi stadi di conoscenza, alla visione di quella pura realtà divina, di cui le singole religioni non rivelano che un aspetto parziale, e l’umanità nella sua evoluzione si avvicina a questa conquista spirituale

(Jolanda Nigro Covre, Mondrian e De Stijl, Arte Dossier, Giunti Editore)

Non manca certo l’aspetto contemplativo, tipico delle religioni orientali dedite alla meditazione e alla contemplazione dell’Io o del divino. L’equilibrio fra i differenti principi e le opposte polarità dell’universo, ovvero spirito e materia, è un concetto facilmente ravvisabile nell’arte di Mondrian. Tra il 1911 e il 1912 l’artista si recò a Parigi dove venne a contatto con la pittura di Cèzanne e il Cubismo di Picasso, Braque, Léger e Metzinger. “Natura morta con vaso di spezie I”, appartenente a quel biennio, è un classico esempio di costruzione spaziale cubista. Basti pensare alla tavola con la tovaglia bianca, entrambe dipinte non in prospettiva (o almeno non per mezzo della prospettiva rinascimentale), ai numerosi oggetti ritratti come forme geometriche osservate in diagonale o da più punti di vista contemporaneamente. Eppure, nonostante questi numerosi richiami cubisti, l’opera possiede un orginale taglio personale che permette al pittore di non confondersi con gli altri, ma al contrario, di  attestare uno stile unico e riconoscibile. Successivamente, intraprende una serie di quadri composti da linee rette che si intersecano reciprocamente. Come lo stesso Mondrian scrive nei suoi “Taccuini”

Il principio maschile, rappresentato dalla linea verticale, sarà riconosciuto dall’uomo (per esempio) negli alberi di una foresta. Il suo completamento risulterà per lui la linea orizzontale del mare

(Piet Mondrian, Taccuini in Mondrian e De Stijl, Arte Dossier, Giunti Editore)

Si tratta di una sintetizzazione di linee, forme e colori: una pittura di contrasti plastici. L’elemento realistico viene sacrificato a favore di una ricerca che supera definitivamente l’apparenza fisica. “Attraverso la superficie delle cose si vede l’aspetto interiore delle cose” (Mondrian). Così, l’arte si pone al di là della realtà percepibile con gli occhi, permettendo all’artista di purifcare la realtà stessa dalle effimere forme dell’apparenza. Se osserviamo una delle sue opere più importanti del 1914/1915, “Molo e oceano”, salta subito all’occhio l’interesse verso una costruzione ritmica e dinamica da cui emerge un incisivo senso di profondità spaziale. Al solito, lo spazio non ha confini ben definiti; la pittura si estende dall’ovale al resto della tela. Il molo e l’oceano non sono affatto riconoscibili: solo dei segni (o croci) che ricordano dei piccoli “più” e “meno” che il pittore riutilizzerà in altre tele. Lo spazio e l’immancabile componente simbolica instaurano uno stretto rapporto espressivo. Questo percorso condurrà l’artista verso una lunga serie di dipinti, a partire dal 1918 e per tutti gli anni ’20, caratterizzati da una struttura asimettrica, il cui spazio si divide in quadrati e rettangoli a loro volta delimitati da semplici linee nere. I colori utilizzati sono i tre primari: rosso, giallo e blu. Per Mondrian la linea diventa l’unica visione possibile, sintesi di tutte le forme utilizzate per (ri)creare la realtà, così come i soli colori protagonisti delle tele rappresentano l’origine e la sintesi di tutti i colori possibili. La sua pittura, dunque, si attesta definitivamente come “astratta”, ottenuta attraverso un equilibrio di spazi bianchi, linee e colori.

L’artista compie il suo ultimo incantesimo, ovvero, la semplificazione più estrema della realtà per mezzo della pittura. Quindi, cos’è la realtà per Mondrian? E’ una serie di piani che si intersecano fra loro con precisione geometrica e matematica; è uno spazio di incastri, di spazi e colori neutri e perciò plasmabili in più combinazioni. Solo riducendo tutto ai minimi termini, contemplando ciò che si nasconde dietro le forme oggettive della realtà giungeremo alla vera natura delle cose. I poeti francesi di fine Ottocento lo hanno suggerito in letteratura; Mondrian, lo stregone, lo ha fatto in pittura, rivelando così la semplicità dell’architettura naturale.

A rendere tutto più complicato ci pensiamo noi.

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3 commenti

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3 risposte a “Mondrian, lo stregone dell’arte

  1. Davvero bello questo pezzo, mi hai fatto venire voglia di approfondire un artista che avevo spesso snobbato, ingiustamente.

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