La prossima fermata di Edison

Questo racconto, firmato Filappe, ha un lunga genesi che vi racconterò brevemente. Esso nacque come un divertissement, in un momento di folle libertà creativa. Era più corto, le parole inventate spuntavano da ogni riga, e, anche se la storia è rimasta praticamente la stessa, l’atmosfera era decisamente più surreale. Sono passati tanti anni e solo all’inizio del 2011 “La prossima fermata di Edison” ha ottenuto la sua forma definitiva. O almeno, credo. Non ho un gran feeling con la parola “definitivo” (infatti non potete immaginare con quanta difficoltà l’ho inserita poc’anzi!), e il punto poi…mi atterisce. Al massimo tollero il punto e virgola perché non se lo caga mai nessuno. Tutto quello che si irrigidisce in una forma eterna mi va stretto. Comunque, non siete qui per leggere i miei discorsi da psicoterapeuta.

Torniamo al racconto. Sono contento di poterlo presentare così com’è. Un racconto ha bisogno di tempo per crescere; deve rafforzare le proprie gambette se vuole percorrere la lunga e affollata strada della pubblicazione. Se poi, per qualche motivo, dovessi decidere di cambiarlo di nuovo, prometto che vi aggiornerò prontamente.

Buona lettura, che il tempo passa, diventate vecchi e non ridete più!

 

LA PROSSIMA FERMATA DI EDISON

Davanti alla fermata di Harrow Street, Edison, valigetta alla mano, aspettava il filbobus per andare a lavoro. Il numero 8 per l’esattezza, giacché il 4 barrato-bis su cui saliva puntualmente in ritardo ogni mattina, era stato soppresso dopo il grasso sciopero indetto dagli autisti senza cappello.

Tra gli autisti col cappello e quelli senza cappello si era addensata una spessa caligine di tensione divenuta via via sempre più fitta, al punto da poterla palpare ormai a piene mani. I primi, pretendevano che gli addetti al trasporto pubblico, nessuno escluso, indossassero lo storico copricapo come simbolo di una professione nobile quanto indispensabile; i secondi, per lo più, invitavano a calmare i toni: era necessario che il personale fosse libero di scegliere come e quando indossare il cappello prima di andare a lavoro. Anche perché dal loro punto di vista, un cappello era pur sempre un cappello. Da qui lo sciopero e l’immancabile rissa a scappellotti: una sanguinosa strage di cappelli.

Perciò, dopo un tale tram-vai di proteste, chi – dico, chi! – era costretto a aspettare il triplo di tempo alla fermata del bus? Chi se non Edison, esperto collezionista di ritardi. Batteva il piede sul marciapiede a ritmo d’orologio, sporgendosi di continuo sul ciglio della starda. Via l’1, il 2, il 6, il 9, ma del numero 8 ancora nessuna freccia. “E’ tardi, tardissimo!” esclamò, poco prima di svenire punto da un aracnide.

Ma ecco occhieggiare all’orizzonte un numero rubicondo. Miraggio? No, no vi dico. Era proprio lui, il numero 8! Ringalluzzito, Edison afferrò la valigetta di pelle (di quelle morbide, col manico rigido) e, messosi in fila, attese il proprio turno per imbarcarsi. L’autobus ormeggiò a stento, sfiorando il bordo del marciapiede zeppo di gente. Terminato l’attracco, emise un lungo e inquietante cigolio, degno di un film di paura. Ma niente fu più spaventoso del brusco scatto metallico con cui la piccola porta a fisarmonica si spalancò sul fondo ventre del veicolo. Fu in quell’istante che Edison soppesò gravemente la mole del problema: un muro invalicabile di gente strippata dentro il bus si ergeva davanti ai suoi occhi.

Vecchiacci, cicci bombi, bimbi bomba, signorotte borlotte con in mano buste della spesa già zibille alle sette del mattino. E poi culotti, zainotti schiacciati a forza in un puzzle di sudore senza incastri. Edison si fece forza. Con gran coraggio poggiò il piede sul primo gradino. Il numero 8 pigolò di dolore, come ferito a un fianco e, rattrappito, si inclinò paurosamente da un lato.

Le migliaia di occhi nascoste tra le fessure di quel muro umano parevano dire: “Se entri anche te, qui scodelliamo di brutto”. Intanto, le macchine in fila strombazzavano a gran voce. L’autopus, chiusa la porticina, lentamente ripartì.

Edison doveva ancora timbrare il biglietto, ma riuscirci era una missione impassabile. Il muro di rotoli cicciosi respingeva qualsiasi “permesso” o “mi scusi”. Allora, alzatosi sulle punte dei piedi per scorgere una via di fuga, convenne che, forse, avrebbe fatto meglio a restare dov’era se non voleva trovarsi schiacciato tra le pance elefantine dei due gemelli Panzè, avvinghiati l’uno all’altro poco più in là.

L’odore di trippa intrisa di sudore si fece più pungente di un coltello agitato sulla punta del naso. Edison dovette tapparsi la bocca col foulard della mamma – sacro più di una reliquia, che da sempre custodiva gelosamente nella tasca interna della giacca. Un vecchio stagista, nascosto dietro un paio di spesse lenti appannate dal caldo, si aggirava tra gli astanti, offrendo loro piccole bombole ossigenanti: “Prenda. Fa miracoli quando manca l’aria,” ripeteva a voce alta, allungando la mano avvizzita.

L’autoblues proseguì la sua corsa al fianco di lucenti scatolette di metallo a quattro ruote, pronte a inferire colpi di clacson nell’infernale pazzia del mattino.

“Non si può andare avanti così! Tutte le mattane è sempre la stessa storia. E’ maleodrammatico, ineccepibile!” sbottò una vecchia.

“Le manca ‘incommensurabile’ e poi le ha usate tutte,” bofonchiò Mr.Criket che, giratosi verso due ragazze, strizzò loro l’occhio di vetro, provocando isteriche risatine.

“Qui si soffoca, fate largo!” prese a baccagliare Lord Carringhton col tipico tono a strillozzo da opera burlesque.

Edison lanciò un’occhiata all’orologio di gomma legato al polso: le lancette correvano inesorabili. Non era in ritardo, era in megaritardo. Ma che poteva fare? Per non pensarci si concentrò sulle ciarle dei vivaci passeggeri.

“Qui in città se li è fatti tutti, sa? E continua a rimpinzarsi come se glielo avesse prescritto il medico.”

“Ma non mi dica…”

“Era la sua anima, vi giuro! Si alzata in volo sopra la mia testa. Ballava Strauss.”

“Mi manca l’aria…soffoco…”

“Vogliamo parlare di cosa fecero gli americani a Bunker Hill? Non hanno di certo offerto tè e biscotti, a noi inglesi!”

Edison tic Edison tac…Edison Edison Edison…e tutti gli altri nel filbobus aspettavano impazienti la loro fermata. Chi era così fortunato da giungere a destinazione sano e salvo, usciva a bomba dalla porta centrale mentre il resto dei passeggeri slittava in avanti agitando braccia e gambe in balia della corrente. Chi si stringeva al proprio posto, chi si aggrappava alle maniglie; i naufraghi del blues restavano a galla come pecore in tutù rosa didù.

D’un tratto, il numero 8, esausto, prese a sferragliare un colpo di tosse dopo l’altro. Il peso era troppo ciccione: le gomme, ormai prive di forza, si appiattirono in quattro sfoglie sottili e in un attimo il mezzo svirgolò fuori strada accompagnato dalle urla fanciullesche dei passeggeri. L’autista, cappello in testa e pugni serrati al volante, sterzò con decisione ma il bus, anziché svoltare, addrizzò una curva a paragomito e zigzagò a mo’ di palloncino punto da un apebombo a primavera. Due studenti abbarbicati agli specchietti inveirono contro l’autista, ma sshh! non si parla al conducente.

Il veicolo slittò fra le macchine parcheggiate ordinatamente a fianco del marciapiede; ne falciò due o tre, compresi un paio di pali della luce e un carrello della spesa che trascinò con sé per poi spegnersi, sfinito, nel bel mezzo di un incrocio. Dal cofano fuoriuscirono misteriosi segnali di fumo. Tutti incolumi tranne uno: il nano dal viso fruttato, caduto disgraziatamente nella botola del cambio.

Edison si alzò in piedi come se niente fosse. Si ravviò i capelli, sistemò la giacca sgualcita e constatò con gioia di avere ancora accanto a sé la valigetta ripiena di documenti.

“State calmi. Niente paura. Fatevela prender bene e tutto bene andrà,” proferì solennemente il Colonnello. La folla in delirio corse a togliergli al volo le draghe in segno di protesta.

“Sono ricco!” urlò qualcuno coi baffi sulla fronte. E un altro: “Oddio, ho perso il biberon di gomma!”

Preoccupato, Edison fissò selvaggiamente l’orologio. Le lancette appuntite diedero l’ultimo giro di grazia al colossale ritardo accumulatosi in così pochi minuti. Aveva come la sensazione che, ben presto, un serio provvedimento d’ufficio sarebbe calato inesorabilmente sul suo collo.

“Mi licenzieranno,” lacrimò. Una caccola gli scivolò dal naso. “Basta! Devo uscire da qui. Proseguirò a piedi.”

Si era appena deciso, quando un rimbombo ben cadenzato impallidì i volti dei passeggeri intrappolati nello stomaco del bus. Edison si arrestò.

“Sembra il passo di un colosso.”

Il solo pensiero che il piedone di un gigante stesse per abbattersi sul mezzo, riducendo i passeggeri in sottilette finissime, gli gelò il sangue nelle vene. E chissà che impronte si sarebbe lasciato dietro, pensò. Grandi al punto da farci sdraiare benissimo un altro gigante.

I colpi si fecero sempre più tosti: buuum buuum buuum e un’ombra  minacciosa si allungò sul veicolo spetasciato. Edison sporse la testa dal finestrino per vedere chi, o cosa, oscurasse il sole al di sopra delle nuvole.

In quel frastuono di voci bianche, impegnato com’era a cavare un buco dal ragno, non si accorse di un lungo serpente gibbuto scivolato silenziosamente tra i piedi dei passeggeri. Serpeggia serpeggia, il serpentello raggiunse la sua caviglia e, di soppiatto, ci si attorcigliò con cautela. Il povero Edison venne sbalzato dal posto e trascinato fuori per una gamba, direttamente dalla porta centrale. Tentò invano di liberarsi. Era testa in giù, con la cravatta che gli penzolava sul volto. La marmaglia non poté far altro che assistere inerme all’imminente fine di un giovane impiegato.

In balia del serpente, credette di essere giunto al capolinea. Beh, almeno lì non sarebbe arrivato in ritardo, pensò. Anzi, rispetto alle sue previsioni, stava per raggiungerlo anche fin troppo in anticipo. Perciò chiuse gli occhi e si preparò al peggio.

Dopo un volo per aria a più di cento all’ora, sentì il proprio deretano posarsi su una morbida poltrona rugosa. Cosa diavolo ci faceva una divano in pelle dentro l’intestino di un serpente? E poi non faceva neanche così caldo nelle viscere di quel mostro. Perciò schiuse prima un occhiuzzo, poi l’altro, e immediatamente tutto gli si fece chiaro. Altro che poltrona rugosa: si trovava seduto sulla gobba di un possente, colossale, mastodontico elefante indiano! Quel serpentone bubbuto che lo aveva portato fin lassù attorcigliato alla sua caviglia, altro non era che un’elefantina proboscide, lunga e bitorzoluta.

L’animale portava un buffo cappello a punta, adornato da tanti fiorellini. Le zampe davanti calzavano un paio di logori mocassini da elefante fatti su misura. Seduto di fronte a Edison, un giovanissimo indiano di bell’aspetto e dagli occhi nocciolati accarezzava la cucuzza del bestione. Indossava un paio di splendidi orecchini d’oro e un turbante perfettamente annodato alla testa raccoglieva i capelli scuri, lasciandone intravvedere giusto un ciuffetto sulla fronte. Edison lo fissò a lungo: era poco più che un ragazzino, ma dall’intenso sguardo dimostrava molti più anni, e molte più vite. Il pallino rosso, disegnato sulla fronte, brillava di luce propria.

“La portiamo noi a lavoro, non si preoccupi,” proferì l’indiano dal sorriso serafico, “è il nostro lavoro.”

L’elefante poggiò il sederone davanti al bus, annodò la codina al paraurti e, rialzatosi goffamente, si incamminò a passi lenti ma potenti, trascinando l’esangue mezzo di trasporto lungo la via principale. Accompagnata dagli applausi dei passeggeri in festa, la carovana tornò a muoversi fra le dune d’asfalto.

I passeggeri erano a dir poco entusiasti: il pacato trasporto elefantino permise loro di notare tutte quelle piccole cose chiamate sfumature cui raramente durante un viaggio, se pur breve, prestiamo attenzione. I sopranomi delle strade, le strambe forme dei comignoli, gli spruzzi vivaci delle fontane, i terrazzi floreali, erano là, dove erano sempre stati, solo che nessuno vi aveva fatto caso prima di allora. Quanti dettagli erano andati perduti dietro sguardi troppo appannati, impegnati a riflettere, anziché a osservare.

Anche Edison ebbe l’impressione di percorrere strade che, per quanto familiari, non sembravano appartenergli affatto. Quei particolari lo inebriavano. Certo, era ancora in ritardo, e la valigetta stavolta era volata chissà dove; ma in fondo non gli importava. Per le strade, tra i volti dei passanti, c’era un che di nuovo, tutto da scoprire. Brillava appena intravisto e una volta osservato meglio, correva a nascondersi dietro un angolo.

L’indiano lo guardava divertito. Niente pareva turbarlo o ferirlo, neanche un sassolino nel sandalo infradito.

Edison piegò appena appena la testa. Il mondo era più bello se guardato da un’altra svista, pensò. E senza che nessuno se ne accorgesse, inaugurò il primo sorriso della giornata; un sincero sorriso d’amore. Come quello del giovane vecchio indiano.

 

Filappe

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1 Commento

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Una risposta a “La prossima fermata di Edison

  1. Bello e molto appropriato alla giornata di sciopero di oggi. fantastica la figura, sbucata dal nulla, dello stagista ossigenatore al posto del classico caffèdistribuente! ne aspetto con impazienza altri!!!

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