Intervista a Beto e Ribbon

Beto e Ribbon, alias Giacomo Gori e Caterina Nasini, sono una coppia di fotografi davvero interessanti. Le loro fotografie giocano su contrasti talvolta aspri o delicati, con uno studio sempre attento al bianco e nero, capace di mettere in risalto anche ciò che a prima vista non si nota, perché nascosto nella profondità dell’immagine. La loro mostra fotografica, visitabile fino al 29 giugno, è allestita presso il “Glue” (Firenze), locale rinomato per avere un occhio di riguardo nei confronti di giovani artisti emergenti, proprio come i due fotografi. “Suggestione” è la parola d’ordine. Una suggestione dei sensi scatenata tramite foto, musica e poesia. Si, perché ad accompagnare la mostra fotografica ci sono le poesie di Antonio Silvestri e le note de L’Idiota, ovvero Fabrizio Panizzi. Siamo riusciti a incontrare Beto e Ribbon e a fare loro qualche domanda per conoscerli meglio.

D. Parlateci brevemente della mostra. Qual è il “filo rosso” che lega le foto da voi realizzate e scelte? Avete trovato difficoltà nell’allestimento?

R. Il filo rosso è la suggestione e il movimento dei piani. Le foto esposte ritraggono in gran parte Ribbon. Come è possibile se la mostra è comprensiva di due persone? Bene, alcune foto che ho fatto io (Beto) a Ribbon sono state editate e interpretate digitalmente da Ribbon stessa. In questo modo da un mio input fotografico, Ribbon ha generato un altro input che è servito a realizzare una visione di se ulteriormente sublimata. Quindi un ritratto del ritratto. Mentre le foto esposte da me ritraggono principalmente Ribbon. In questo caso sia la fotografia originale che post prodotta sono opera della stessa persona. Quindi  il bello è stato avere due muri a disposizione. Su uno le foto di Beto, e sull’altro quelle di Ribbon, ma con i soggetti che si scambiano, si intersecano. Un ritratto del ritratto appunto.

D. Fotografia e poesia, dunque. Non siete i primi a unire questi due linguaggi artistici. Cosa vi ha spinto ad avvicinare immagini e parole?

R. La bellezza delle poesie di Antonio Silvestri, amico di Ribbon. Un ragazzo che mi ha fatto fortemente ricredere sull’accostamento di poesia alle immagini. Essere così carichi ma allo stesso tempo sobri e delicati nel significato non è affatto facile. Le parole di Antonio Silvestri scorrono e attraversano la mente in un modo delizioso. Ci è venuto in mente di abbinare questa leggerezza e pienezza di contenuti al nostro discorso ritrattistico, per creare appunto ancora più suggestione, per muovere i piani sensoriali

D. I soggetti sono quasi sempre esseri umani, spesso in atteggiamento riflessivo o in rapporto con l’ambiente. Ve la sentireste di definire le vostre foto “esistenziali”? Altrimenti come le definireste?

R. Definirei le nostre foto un “groviglio di nervi”. Le nostre foto traggono ispirazione da quel che sentiamo. Da cosa proviamo vivendo le 24 ore. E fin qui niente di originale. Ma avendo la possibilità di inglobare così tanto, veniamo spesso tartassati dal nostro cervello che necessita di dare una forma a quello che ha immagazzinato, e non importa che sia una cosa di un certo tipo o un altro, basta che sia. Ci piace ritrarre le persone per un motivo semplice: hanno la luce del mondo dentro, fioca o rigogliosa che sia. E cosa c’è di meglio che fotografare un mondo dentro un altro mondo?

D. In alcune foto emerge il dettaglio, come porzione messa a fuoco di una realtà ben più grande. Quanto è importante scovare il giusto dettaglio e fotografarlo?

R. Scovare il giusto dettaglio è fondamentale. Riflette il punto di vista del fotografo. Senza punto di vista l’immagine non è niente. E’ per questo che un qualsiasi soggetto, paesaggio, ecc…può diventare mille cose in base a cosa viene messo fuoco. Tristezza e Felicità sono concetti superati, esiste solo il punto di vista. Ed ecco che una persona anziana anziché essere ricoperta dalla comune percezione di polvere e rughe diventa un fiore.

D. Qual è, secondo voi, la più grande differenza tra il bianco e nero e il colore? Quale preferite?

R. Tendenzialmente preferiamo il bianco e nero. Operando con esso si impara a anche a lavorare con i colori. Il bianco e nero è una somma ideale di tutte le impressioni che un’ipotetica versione a colori di quella foto può dare. Proprio per questo è possibile procedere a ritroso nel procedimento. Operare in bianco e nero ci permette di far si che chi guarda la foto possa aggiungere col cervello, se vuole, quello che manca, ovvero il colore. Subdolamente guidato da come è realizzato il bianco e nero.

D. Ad accompagnare il tutto, la voce e le parole di un giovane cantautore pisano, L’Idiota. Com’è nata questa collaborazione?

L’Idiota è un centro di raffinatezza sanguigna. La sua musica si sposa bene col nostro lavoro. La sua raffinatezza di contenuti e la sua forma digeribile han fatto si che fosse l’arte delle note che rimbalzano sul muro a legare il tutto, aiutando il pubblico un po’ a guardare le foto, un po’ a leggere, un po’ ad ascoltare lui. Tutto in una singola esperienza.

D. Beto, alcune delle tue foto hanno un bianco e nero spesso sbiadito, etereo. Altre, più contrastato, capace di mettere in evidenza dettagli e aspetti nascosti di oggetti o ritratti. Le tue scelte più formali sono il frutto di una ricerca ben precisa o nascono dal caso?

R. E’ il bene dell’artista digitale. Faccio fotografie da poco, da un anno, ma ho dimostrato un certo occhio fotografico nelle mie scelte. Ho bypassato il classico procedimento della fotografia analogica assumendo quello digitale, ovvero: le foto nascono nel momento dello scatto, quindi l’idea solida è iniziale, di “visione”. Sempre con un occhio ben attento alla post produzione digitale, su come rendere un cielo qualcosa di duro e solido, sporco. Il bene del digitale è questo: unire quel che di buono ha l’intuizione iniziale per poi aumentare quella realtà in un secondo momento con cognizione di causa. Questo fa si che alcuni bianchi e neri miei risultino più contrastati o più slavati.

D. Una domanda per Ribbon. Le tue fotografie hanno sempre un sapore antico, di un passato sbiadito col tempo. Mi sbaglio? Cosa vuoi trasmettere con le tue foto?

R. Fondamentalmente il bianco e nero “antidato” è la mia passione. Trovo che il digitale sia bello ma che non potrà mai raggiungere la poesia dell’analogico. Probabilmente è per questo che tento sempre di emulare la pellicola. Cominciai a far fotografie quando mi regalarono la prima digitale, quindi mi sono “abituata” a vedere le foto in un certo modo, finché un giorno mio zio mi ha prestato la sua analogica, una ZENIT-E comprata per due lire. Nonostante fosse pesante e scomoda (non funziona l’esposimetro, non ha le pile), l’ho sempre portata con me. Adesso, faccio tutto a occhio e questo mi ha permesso di distaccarmi davvero tanto dalla modalità che avevo acquisito in partenza, dove facevi una foto e vedevi sullo schermo il risultato. Quando ho sviluppato i primi rullini in bianco e nero sono rimasta folgorata, non solo i neri, ma anche i bianchi hanno una forza spaventosa, e più riuscivo a svilupparle da sola, più mi rendevo conto che non avrei mai smesso. Il mondo del digitale mi affascina e mi fa paura allo stesso tempo, mentre l’analogico e il bianco e nero mi invogliano alla scoperta ma mi danno molta sicurezza.

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