Cinque pezzi facili

Beh, che dire…a volte ci sono dei film di cui potremmo parlare per ore. Film così intensi e ben costruiti, perfino sul piano poetico, da lasciarti “qualcosa” dentro, fin dalla prima visione; al punto che torni a casa – la testa ronzante, teneramente caotica; bevi qualcosa e snti l’urgenza di parlarne con qualcuno. Quando incontri opere di questo tipo, ti rendi conto di essere di fronte, non dico a un capolavoro, ma a un’opera d’arte, si. Mi è capitato non di rado di provare queste sensazioni guardando un film in sala o comodamente seduto sul divano di casa. Forse perché ho sempre amato un tipo di cinema non troppo commerciale, autoriale, poetico e il più possibile indipendendente (anche se talvolta questo termine sembra non avere dei confini ben precisi e riconoscibili). Tempo fa mi capitò di vedere un film del 1970, diretto da un certo Bob Rafelson (più tardi ho visto essere il regista de “Il postino suona sempre due volte”), intitolato “Cinque pezzi facili”. Ebbene, per chi non lo conoscesse, sappiate che questo appartiene alla categoria di quei film di cui ho appena parlato.

La trama è semplice: Bobby, interpretato da un magnifico Jack Nicholson, è un giovane pianista appartenente a una famiglia borghese con cui ha rotto ogni rapporto perché troppo ammorbante. Viaggia, dedicandosi a una vita “sulla strada”, costellata da saltuari lavoretti fra cui un impiego come addetto ai pozzi petroliferi. Egli è fidanzato con una ragazza bruttina, un pò svampita, Rayette (Karen Black, perfetta per la parte; vinse un Golden Globe come miglior attrice non protagonista), ma che gli vuole un gran bene; la classica donna innamorata persa che farebbe di tutto per il proprio uomo. Quando Bobby viene a sapere che suo padre è gravemente malato, torna a casa e si invaghisce della moglie di suo fratello, Stoney. Per farla breve, il senso di soffocamento e di evasione tornano a prendere il sopravvento e Bobby, caricato a bordo da un camionista, fuggirà chissà dove, verso nessun luogo “lontano da qui”. Non preoccupatevi, non vi ho rovinato il finale.

Per me, devoto ammiratore del cinema d’avanguardia made in U.S.A anni ’70, “Cinque pezzi facili” è il miglior film di quella grande stagione “che fu”. Rafelson riesce con spietata crudezza a esprimere il senso di disagio e malcontento vissuto da molti giovani americani di quegli anni, incapaci di riconoscersi nei valori del loro paese. Bobby è un antieroe, un ragazzo intelligente ma inquieto alla ricerca di se stesso. Fa fatica a identificarsi in un’America che sembra non avere più sogni, certezze, risposte (una delle scene più belle è quella del dialogo fra Bobby e il padre malato, piantato sulla sedia a rotelle e, non a caso, muto. Il momento è ripreso attraverso semplici raccordi di direzione di sguardi – campo contro campo -, ma l’atmosfera è così densa di poesia che lo spettatore ha come l’impressione di vivere lo stesso dolore provato dal protagonista, posto dinanzi a un padre ammutolito dalla malattia, del tutto incapace di consolare suo figlio a parole). Noi tutti siamo come Bobby: cerchiamo disperatamente di comunicare e di esprimere le nostre incertezze, le nostre paure che spesso ci impediscono di trovare un equilibrio o, quantomeno, di conquistare un ruolo in una società sempre più indifferente, egoistica e omologata. Le tante fughe del protagonista metaforizzano il suo personale percorso di vita, improntato sulla ricerca di sé e sulla volontà di conoscersi, attestando una notevole, e più che comprensibile, incapacità d’integrazione in un dato gruppo sociale.

Ricco di raffinati nodi drammatici e psicologici, “Cinque pezzi facili” è dunque un film che parla di un sogno, quello americano, che non esiste più. Rafelson riesce a dipingere un sottile ritratto sociale e culturale, rafforzandolo di un lirismo esistenziale davvero notevole. Ve lo consiglio. Piero Ciampi, in una sua nota canzone dedicata all’America, diceva: “Stive piene di anime / e adesso esse tornano indietro con un sorriso amaro (…) guardati e non amati da nessuno / da nessuno da nessuno / non c’è più l’America / non c’è più non c’è più non c’è più…”

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