Il fruttalbero

Ecco qua, giusto per presentarci, uno dei miei racconti. Non so ancora per quale fascia d’età si possa collocare una simile stora, scritta in un simile modo; credo, comunque, che possa essere apprezzata anche da un pubblico adulto.

Spero vi piaccia,

a presto.

 

Il Fruttalbero, ovvero, una stagione di frutta

Ricordo ancora la mia ultima estate trascorsa in paese. Avevo dieci anni; e per me, che abitavo in città, passare le estati nel piccolo paesino di mare  circondato dalle colline, era il massimo del divertimento. I miei genitori ed io, percorrevamo le tortuose stradine dirette fuori dal centro abitato. Là c’era casa nostra, una vecchia villetta con giardino, dal cancello sempreverde: non si arrugginiva mai! La mia stanza preferita era la soffitta; dava sul mare, limpido, come i sogni dei pescatori. Non si agitava neanche se una ventata improvvisa lo infastidiva scompigliandogli la messa in piega.

Quando il sole addolciva i suoi raggi, correvo giù in piazza a giocare coi miei amici: ci divertivamo a rincorrere le barche di ritorno dalla pesca o ci rotolavamo sull’erba alta dei prati, dietro casa mia. Le giornate scorrevano lisce. Ma quell’estate – la mia ultima estate – si aprì in modo del tutto inatteso, rivelandosi la più sorprendente della mia vita.

Sin dal giorno del mio arrivo, tra i bambini del quartiere, circolavano insolite voci; voci arcane, da parlarne sotto sotto voce. Sapevo benissimo su quali gambe frettolose corressero le chiacchiere di un paesino. Così, in quattro e quattr’occhi, e senza troppa fatica, venni a sapere di un bambino che asseriva di aver visto un gigantesco albero muoversi per la collina, in punta di radice. Molti di noi lo presero per matto. Ma lui continuava a dire che era vero; che i rami sembravano fatti di gomma, e che a ogni passo, le ampie fronde tintinnavano allegramente. Come se al posto dei frutti avesse tanti campanellini,- aggiunse il bimbo fingendo di agitarne uno con la mano.

Curioso com’ero, mi misi a indagare. Fu il pescatore Benares a darmi la dritta. Mi confessò che anche lui, da piccolo, aveva visto un “albero danzare nel bosco”, ma che nessuno gli aveva creduto.

-Fruttalbero bimbo, ecco cos’è!- esultò trionfante il vecchio lupo di mare. -Se d’un tratto ti attristi, lui ti capisce. Allora, ti avvolge coi suoi rami per farti sorridere, e dalle fronde, fa sbocciare fiori, colori, frutta candita inventata per te, coccodè, credi a me!- E scoppiò a ridere sguaiatamente tra un colpo di tosse e l’altro. -Io la chiamo “frutta emotiva,”- proseguì, -ma non farne parola con nessuno.- Detto questo mi assestò un colpetto d’intesa col gomito.

Un albero emotivo, che scemenza! Povero vecchio Benares, pensai. Eppure, l’idea che dietro casa mia vi fosse un albero agghindato a festa, mi rendeva curioso più di una mosca zè zè. Lo sognai perfino, quel Fruttalbero. Poi, un giorno (lo so, sembrerà assurdo) lo vidi coi miei occhi.

Fu il desiderio di scoperta che mi spinse a raggiungere di soppiatto la collina verso l’ora del tramonto, l’ora in cui, di solito, veniva avvistato l’albero danzante.

Passarono le ore, ma del Fruttalbero neanche l’ombra (allora non potevo saperlo, ma lui c’era: se ne stava rimpiattato a giocare a nascondino e io, lo appagavo senza accorgermene). Già dai primi passi aveva intuito il mio umore, l’eccitazione del momento, assorbendola dalle radici. Difatti, una scia di farfalle argentate apparve magicamente alle mie spalle. Mi seguirono silenziosamente, fino al lago, posandosi leggere sui petali dei fiori che crescevano d’intorno. Il Fruttalbero dava forma alle mie emozioni; lo faceva per rallegrarmi – se fossi stato nervoso, probabilmente, mi sarei lasciato alle spalle orme ricolme di cacca culina -.

Avvertii dei rumori provenire dal bosco; riconobbi i campanellini. Avevo la sensazione che qualcuno mi stesse seguendo, perciò mi girai di scatto. La sconfinata pianura si estendeva a perdita d’occhio. Eravamo solo io e il mio respiro. Immerso in quel silenzio, ripresi il cammino tra l’erba alta.

Di colpo, mi accorsi di non toccare più terra. I miei piedi passeggiavano a vuoto! L’esile ramo che mi teneva stretto per la cintola, mi sollevò senza sforzo alcuno. Tentai di divincolarmi, ma una fronda, carica di foglie morbide come il pane, scarruffò i miei capelli con delicatezza. Era il Fruttalbero in tutto il suo splendore. Mi guardò a lungo, con quello sguardo rassicurante che presto avrei imparato ad amare. Cigolando come una sedia a dondolo di corteccia, mosse lentamente le pesanti radici e avanzò nel silenzio della radura che si apriva ossequiosa al suo passare. Mi aggrappai sicuro a uno dei tanti rami prominenti, e dovetti fare attenzione a come sedermi per non finire a gambe all’aria. Una brezza leggera soffiava fresca sulle guance. Con le dita esploravo le fitte rughe del tronco, i profondi solchi dei secoli. Non c’era solitudine, nessun vuoto da colmare. Solo magia.

Dopodiché, come se avesse letto i miei pensieri, riempì i suoi rami di fragole bordò, more gialle-bicolori, schiaccia papere col becco; gomma frutta riciclata, ricocò rincitrulliti, pianoforti di panforte. Frutta garrula, emotiva; non certo bucciosa, come quella di oggi.

Dagli asili celesti si alzò un coro di voci. La luna rispose col suo pallido splendore, impreziosito da una luminosa corona di stelle. Fu la sera più bella di tutta la mia infanzia.

Nei giorni seguenti raccontai l’accaduto agli amici. Mi guardarono storto, così decisi di portarli con me. Giunta la fatidica ora, entusiasti e con l’affanno, raggiungemmo la collina. Il Fruttalbero, timido di natura, restò nascosto per un po’. Ma una volta ascoltati i nostri cuori, apparve dal nulla.

-E’ un gigante!…Sembra d’oro…E’ d’oro!…E profuma…

Felici, salimmo sui rami a scaletta, uno dopo l’altro, e costruimmo una casina dal tetto di foglie per ripararci dalla notte. Ci addormentammo cullati dalle cicale. All’alba, il Fruttalbero ci svegliò con una profumata melodia che raggiunse le acque vellutate del lago, tingendolo di rosa per l’occasione. Sulla via del ritorno, giurai sulla mia lingua che ogni estate avrei fatto visita al Fruttalbero.

La bella stagione finì, e in città, casetta mia dovetti tornare. Partimmo presto. Riuscii a salutare tutti, tranne il Fruttalbero. Lo rivedrò la prossima estate, pensai. Poi si sa, il tempo passa, si cresce, conosci tanta gente. Non ti accorgi che sei già un adulto fatto. Non mi capitò più di far visita al villaggio. Finché un giorno, una strana malanoia mi spinse a risalire il fiume dei ricordi. Da troppi anni, ormai, guardavo al passato non senza scorgere qualche rimorso, come se non avessi ringraziato un amico importante. Avevo dimenticato le mie radici. Avevo dimenticato il Fruttalbero.

Tornai in paese. Ma girando qua e la (senti quello, domanda a questo), del Fruttalbero, nessuno sapeva niente. Al suo posto, un grigio parcheggio per bare d’alluminio. Dove andranno adesso i calandrilli innamorati? Come faranno i bambini senza il loro giocoliere? mi domandai. Feci per andare, quando una manina, d’un tratto, mi tira per la giacca. La guardo. Appartiene a un bimbo. Mi fa: -Ho trovato questo, lassù.

E’ un campanellino. Lo prendo. Correndo via, il bambino, a voce alta indica col dito: -Attaccato a una piantina, in quel prato piatto e largo.

Cercai dappertutto, perfino a testa in giù; neanche un fiore a suggerire. Poi, il tramonto, l’ora saggia, mi svegliò…non vidi niente. Una eco di gioiose risate si sparse per la collina. Misi il campanello in tasca e tornai a casa.

Se ripenso a quegli anni, sento ancora i campanellini suonare. E sebbene gli anni corrano ostinati senza il mio permesso, per qualcun altro, il Fruttalbero farà risplendere i suoi frutti. Sono i miei ricordi. Le voci d’infanzia. Doni di un amore forte, capace di rendere un normale meriggio un’ immemore stagione di Vita.

 

Filappe

 

 

 

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