La caffettiera ha fischiato…

Uno dei momenti più rilassanti della mia giornata inizia dopo pranzo e termina venti minuti dopo. Mi avvicino alla credenza e afferro un alto recipiente di plastica dalla forma circolare; rimosso uno dei due tappi di plastica morbida fissati alle sue estremità, appoggio il recipiente sulla parte della caffettiera adibita a contenere il caffè. Il suo nome è Pablito, il mio originale contenitore o dosatore di caffè che, oltre a conservarne la freschezza, permette di riempire la valvola della caffettiera senza dover ricorrere al cucchiaino. Vi spiego come. Una volta sistemato Pablito sulla caffettiera, e ruotata una manopola a forma di chiave, si aziona un simpatico meccanismo dentato che solleva una bacinella rotante posta all’interno del contenitore, la cui funzione è quella di raccogliere il caffè e catapultarlo verso il basso facendolo precipitare all’interno della valvola di contenimento. In pratica è lo stesso meccanismo della famosa paletta dei gelatai ideata per raccogliere i gusti e disporli rapidamente sul cono. Geniale. Ma se Pablito si aggiudica il titolo di “miglior invenzione originale” nell’ambito della caffetteria come disciplina, la Moka resta senz’altro la più rivoluzionaria.

Fu brevettata nel 1933 dall’artigiano piemontese Alfonso Bialetti, classe 1888. Costui perfezionò la già nota “tecnica in fusione di conchiglia” che gli permise di costruire il prototipo. Da allora sono state prodotte migliaia di Moke e le sue vendite non hanno mai subito significativi collassi, neanche quando tentarono di soppiantarla immettendo sul mercato caffettiere elettriche o a cialde, simili a quelle utilizzate nei bistrot. Dalla tipica forma ottagonale, direi “cubista” per il suo aspetto multi sfaccettato simile a un oggetto picassiano, la nuova caffettiera in alluminio e dal manico in bachelite, riscosse subito un sorprendente successo e soppiantò la storica caffettiera napoletana, affascinante ma di difficile utilizzo. La Moka, al contrario della napoletana, non prevede il suo capovolgimento per far scendere il caffè, ma lo fa “salire” grazie a un sistema complesso quanto banale – la genialità risiede ancora una volta nelle cose semplici. Vado a chiarirne l’uso e la preparazione. Si prende il bollitore, si riempie d’acqua fino alla valvola di contenimento per poi inserirvi il simpatico filtro a imbuto, dopodiché, aiutati da un cucchiaio o, come nel mio caso dal fedele Pablito, rovesciamo nel filtro il caffè, pareggiandolo all’altezza del bordo. Infine, avvitiamo il raccoglitore in cui la bevanda andrà a depositarsi per mezzo di un secondo filtro, il “camino”. Si raccomanda di non stringere troppo onde evitare una precoce usura della guarnizione di gomma atta all’avvitamento. Si tratta, dunque, di un banale gioco a incastri come quello usato dai bambini per imparare a distinguere le forme geometriche – l’infante ha tanti stampini e un piano con altrettanti buchi su cui inserire il giusto stampino: quello a forma di stella andrà nel ricovero fatto a stella, quello a rettangolo in quello fatto a rettangolo e via dicendo. Il piccino dovrà trovare la giusta corrispondenza fra la forma e il relativo incastro. Ebbene, la caffettiera ha lo stesso aspetto ludico ed è a mio avviso un elemento da non sottovalutare se si vuole conoscere il segreto del suo successo commerciale.

Una volta terminata la fase di preparazione, diamo stura al fuoco (da tenere rigorosamente basso) così da avviare lo strabiliante procedimento. L’acqua, riscaldatasi nel bollitore, grazie all’inevitabile pressione del vapore, scende verso il basso e risale lungo la caffettiera: prima incontrando il caffè attraverso il filtro a imbuto poi convogliando nel raccoglitore. La durata del processo può variare dai tre ai quattro minuti fino a un massimo di cinque. A questo punto il caffè è pronto per essere sottoposto alla fatidica “prova assaggio”, ma qui sfociamo nell’ampio campo del soggettivismo e c’è il rischio di perdersi in un ginepraio di assurde scuole di pensiero, tipo: troppo acquoso, troppo forte, basso, alto, ristretto, con una zolletta, con due zollette, nero, sedimentoso… insomma, ognuno lo prende come cazzo gli pare.
Come la pipa, la caffettiera migliora con l’uso. Il sottile strato di caffè che col tempo si forma sulle pareti del raccoglitore attenua il contatto fra la bevanda e l’alluminio di cui la Moka è costituita. Se così non fosse, il caffè avrebbe un lieve sapore metallico, il che lo renderebbe facile al rigetto. Se proprio desiderate pulirla perché ciò significa soddisfare le vostre più convulse fissazioni allora basta farlo con un poco d’acqua calda e nulla più.

Giusto qualche accenno storico. Come molti già sapranno, il nome Moka deriva da una particolare località dello Yemen, Mokha, dove viene tuttora prodotta la speciale qualità arabica. Ma fu in Brasile che nel corso dell’800, la produzione di caffè si rivelò assai lucrosa per un ristretto nucleo di proprietari terrieri che, arricchitisi, aumentarono notevolmente il loro potere politico sull’intera zona. Non voglio dilungarmi sulla storia del caffè che nel corso dei secoli ha subito un susseguirsi di speculazioni economiche, sfruttamenti e sanguinose lotte per il controllo delle zone di produzione da parte di occidentali solo all’apparenza dabbene. Mi limito a definire il caffè come una delle bevande più antiche e utilizzate al mondo insieme al tè (e non è un caso, essendo entrambe sostanze eccitanti). Aggiungo che, se preso una tantum, non può far altro che bene, e che, una volta fatto scivolare nella tazzina, è consigliabile godersi ciò che Pennac definisce il melodioso girotondo del cucchiaino sui bordi della porcellana. Per finire, la Moka è da annoverare fra le invenzioni umane più geniali. Un oggetto utile, artistico perfino ricreativo al momento del suo assemblaggio. Il mio solo rammarico sta nell’ignorare il nome dell’inventore di Pablito. Perciò, questo breve e velleitario articoletto è a lui dedicato. Se voi ne siete a conoscenza, fate un fischio… come la caffettiera.

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Storia di un impiegato. La sua storia non deve ripetersi

Questa è la storia romanzata di un semplice impiegato, del Potere e del tritolo. L’individualismo e la lotta comune. Ma poi c’è anche la storia vera. Due giorni dopo aver scritto questa riflessione ho appreso della bomba alla scuola di Brindisi e della morte di una ragazza. Le due storie, passato e presente, sono diverse ma hanno in comune la stessa violenza, lo stesso anello esplosivo. Per quel poco che conta, dedico questo articolo ai ragazzi e alle ragazze dell’Istituto Morvillo Falcone di Brindisi con la speranza che in Italia la “storia” non si ripeti mai più.

Storia di un impiegato. La sua storia non deve ripetersi

Immaginatevi una piccola stanza in penombra. Immaginatevi un uomo, sulla quarantina, chino sul tavolo mentre intreccia fili elettrici di vari colori. E ancora, pinze, forbici e tronchesi. Ai suoi piedi, lo scheletro di un detonatore e… una valigetta. Sta innescando un pericoloso ordigno che presto, molto presto, farà esplodere. Questa è la Storia di un impiegato e del suo migliore amico: il tritolo. Così Fabrizio De Andrè racconta in musica uno dei periodi più controversi della storia italiana del secondo dopo guerra. Era il 1973. Il movimento studentesco, seguendo l’onda di protesta partita da Parigi nel sessantotto, non si era ancora esaurito. Manifestazioni e attività politiche proseguivano con fervore, ma il “sogno” di cambiare le cose, ben presto, si sarebbe trasformato in rabbia e in violenza armata. Polizia, scontri in piazza, destra e sinistra: l’Italia degli anni settanta era come una bomba pronta a esplodere sotto il peso delle ideologie e delle loro contraddizioni. Per questo De Andrè, così come altri grandi autori prima di lui, sentì il bisogno di affrontare l’attualità nel modo più diretto possibile. Per alcuni, era solo un musicista borghese incapace di comunicare le nuove esigenze di studenti e operai in lotta; questo perché nelle sue canzoni sembrava trattare argomenti distanti dai temi politici per i quali il movimento combatteva. In verità, dischi come Tutti morimmo a stento o La buona novella, rappresentavano a pieno lo spirito liberale e antiborghese della cultura giovanile di allora; affrontavano la politica, la guerra, la lotta di classe e le ingiustizie sociali sottoforma di piccole storie quotidiane o di vicende ambientate in epoche passate. Quello di De André era un distacco solo apparente, metaforico.

Per Storia di un impiegato invece meditò parole e immagini che fossero più immediate – solo dopo l’uscita del disco si rimproverò di aver adottato un linguaggio “troppo oscuro”. Stavolta il protagonista di questo concept non è né un antico sovrano tantomeno un profeta, ma un uomo qualunque, un impiegato senza identità di classe, determinato a regolare i conti con quel potere costituito che ogni giorno lo sfrutta e lo deride. Convinto che solo attraverso un gesto solitario riuscirà a riscattarsi dai problemi che lo incatenano al posto di lavoro, l’impiegato decide di far esplodere una bomba durante una festa mascherata a cui partecipano i più importanti esponenti della borghesia. Ma la sua personale “giustizia” nasconde la stessa efferata violenza di quel potere contro cui combatte. Perciò l’impiegato non può far altro che commettere un’azione più estrema: attentare al cuore del potere, il Parlamento. Il dramma si tinge di ridicolo. Non è il Parlamento a esplodere ma un’edicola e così il protagonista viene arrestato e processato. In prigione, abbandonato da tutti, perfino dalla fidanzata, capisce che la rivoluzione “fai da te” non è possibile e che per cambiare davvero le cose occorrano le braccia e le voci di una forza collettiva. De Andrè commenta così il finale dell’opera:

Non credo più all’individualismo, ma spero solo nel collettivismo. Non mi sono iscritto a nessun partito: per me il discorso collettivo abbraccia sei, sette persone al massimo.

Il cantautore genovese, mescola ironia e sarcasmo in un disco anarchico, selvaggio che lui stesso promosse allestendo dei veri e propri ascolti collettivi. Niente concerti, dunque, né chitarre o amplificatori, solo un confronto sincero con chi era interessato alla sua musica e a instaurare un dibattito. Il disco si muove in un susseguirsi di canzoni delicate, sinfoniche, arrangiate superbamente da un giovane Nicola Piovani (la splendida Verranno a chiederti del nostro amore), e di brani più veloci in cui pianoforti, chitarre e bassi sostengono la voce stentorea di De André e i suoi testi carichi di metafore talvolta ossessive (Al ballo mascherato, la canzone più ermetica del disco; Il bombarolo). Riecheggiano perfino sonorità progressive, come i sintetizzatori e le batterie sincopate di Nella mia ora di libertà.

Storia di un impiegato è uno degli album più “esplosivi” di De Andrè. La politica, la società italiana e il terrorismo, che anticipa l’abisso degli anni di piombo, sono i temi principali di un disco sempre attuale; una sincera lettura poetica di un periodo storico ancora oggi confuso. Potremmo definirlo lo specchio di un’epoca, nel quale, per la prima volta, il musicista esprime direttamente il proprio punto di vista. Ma il messaggio è chiaro: “Continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai?”. Il pericolo sta nel restare con le mani in mano, lasciando che qualcuno agisca per noi e che magari ottenga il potere, comportandosi peggio dei mostri che lo hanno generato. Nota per nota, parola per parola, Fabrizio De Andrè demolisce il mausoleo dell’individualismo a favore di un monumento alla collettività. E anche se noi ci crediamo assorti, siamo comunque coinvolti. Questo monito valeva allora e vale ancora oggi, forse più che mai.

POTETE TROVARE LA MIA RECENSIONE SU SON OF MARKETING MUSIC

http://sites.google.com/site/sonofmarketing1/storia-di-un-impiegato—fabrizio-de-andre

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Oh, maggio a Che neau

Stile: culinario

Ricetta:

Prendete dieci grammi di Ray (Le) monde, un paio di radici di Queneau e una pila di fogli bianchi. Recuperate una casseruola e mescolate il composto usando una penna a mò di mestolo per girare e impastare. Non dimenticatevi di mettere da parte l’inchiostro: vi servirà per cospargere le consonanti.

Mentre lasciate riposare l’impasto impastato e pestato fate sciogliere in padella un paio d’occhiali rotondi, con dell’olio e del burro surreale – meglio se di marca “Breton”. Fate colare l’impasto d’autore nella padella ribollente e allontanatevi tosto prima che la fiamma dell’ira vi bruci le sopracciglia. Poi dirigetevi verso l’altoforno dell’Arte; abbassate il fuoco con una certa deferenza dopodiché scagliate un amichevole Pierrot e un paio di fave in un calderone d’acqua fuligginosa di metrò parigino; tagliuzzate aglio, cipolla, Zazie e strappate due petali di fiori blu per accentuare l’aroma. Dopo aver messo a raffreddare Es, Io e un chilo di Super Io, triturate il tutto dandovi un tono davanti allo specchio. Durante l’attesa inscenate un auto da fè sciabalum din din bim bum bem bem! O, se preferite, scaldate dei culini in brodo, così, tanto per fare.

Raccogliete il trito con una spatola d’umorismo e scaldatelo nel pentolone. Ripetete l’azione per novantanove esercizi di stile diversi, aggiungendo un uomo dal collo lungo, un bottone, un paio di piedi calpestati e un autobus della linea S (mi raccomando che sia la S; un’altra linea potrebbe far esplodere la vostra cucina). Infine, sbattete un uovo sul muro, fatelo scivolare in questo-non-so-cosa-diavolo-è-venuto-fuori e cospargete il tutto con metafore, anafore, aferesi, epitesi, ossimori, chiasmi e un pizzico di climax. A questo punto starnutite per raffreddare.

Al momento della solenne presentazione, dinanzi a ospiti di varia forma e misura, accompagnate il piatto letterario con del buon vino rosso servito su una feluca universitaria et voilà! il pranzo è servito.

Bone appetit!

Vive la France!

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Diazepam

Cinque del mattino

Trincerato
sotto le
coperte
snocciolo
gli ultimi
decisivi
pensieri

- Céline al termine della notte

Tachicardia

Un bicchiere di troppo

- a me gli occhi, soffitto

Stacco la sveglia
e rimando
a domani
il lavoro
Mi addormento di colpo

- Avevo bisogno di buoni propositi

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La poesia e la luce di Mirò

Visitabile fino all’11 giugno, la mostra Mirò! Poesia e luce, allestita al Chiostro del Bramante(Roma), propone alcuni dei più importanti capolavori dell’artista catalano che ha saputo realizzarsi in un personalissimo linguaggio pittorico. Un’occasione unica per chiunque voglia approfondire la sua già sterminata produzione. La rassegna, infatti, presenta oltre ottanta opere fra cui una cinquantina di tele a olio di grande formato sconosciute al pubblico italiano. Poesia e luce si fondono in immagini grandiose, murali, commissionate come lavori d’arte pubblica. Testimonianze di questo periodo sono i numerosi schizzi per la pittura murale di Harkness Commons, Graduate Center dell’Università di Harvard o per il celebre Plaza Hotel di Cincinnati, in cui la creatività e l’arte pittorica dialogano sapientemente con la tecnica del disegno geometrico. Sotto i tenui colori delle bozze traspaiono ancora le misurazioni e i calcoli del progetto architettonico.

Nato a Barcellona nel 1893, Mirò si trasferisce nel 1956 a Palma di Maiorca. Qui intraprende un lungo lavoro di ricerca che lo porta a rielaborare vecchi schizzi, trasformandoli in emozionanti oli privi di titolo. Le coordinate svaniscono; la natura trasmuta in forme irriconoscibili. L’osservatore è perciò costretto a lavorare di fantasia e a trascendere la realtà attraverso una più alta percezione della natura. Personaggi e creature mitologiche si affacciano sulla nostra dimensione invitandoci a un confronto. Con l’avvento degli anni Sessanta e Settanta, Mirò abbandona la vecchia lente interpretativa con cui analizzare il visibile a favore di uno sguardo più profondo. Sviluppa uno stile “sperimentale”, mutuato dalla corrente dell’Espressionismo Astratto di Pollock, De Kooning e Hofmann. Abbandona il cavalletto –  troppo statico – e dipinge gattoni, cammina sulla tela, vi si stende, si lancia in personali dripping, facendo colare la tinta dai pennelli o schizzandola direttamente sul disegno. I quadri assumono notevoli dimensioni; i paesaggi si riducono a campiture monocromo. Insieme ai suoi tipici elementi figurativi come il punto, la stella o la luna, compaiono i primi chiari riferimenti all’arte orientale, in particolare a quella giapponese, rielaborata sotto forma calligrafica. Le cascate di mani intrise di tinta e sbattute sulla tela riconducono alle primitive figure rupestri. «L’arte è in declino dai tempi delle caverne», affermò lo stesso Mirò poco prima di realizzare la formidabile Donna nella via del 1973, anch’essa presente nella mostra e affiancata da esempi di arte materica quali Personaggio o Uccello dipinti insieme a oggetti come spago, legno e chiodi. La sua è perfino arte filosofica: i netti contrasti fra bianco e nero accentuano il senso di vuoto percepito come un elemento spirituale carico di significati.

Grandiose le sculture di bronzo e terracotta provenienti dalla Fundacio Pilar y Juan Mirò di Palma di Maiorca. La varietà dei materiali utilizzati lascia a bocca aperta: dalla carta di giornale, ai contenitori di metallo, dalle zucche alla carta vetrata ecc… L’oggetto quotidiano riciclato e assurto ad opera d’arte come una sorta di rivisitato ready-made. Punto forte della mostra, la ricostruzione scenografica dello studio Sert di Maiorca. Fra quelle quattro pareti Mirò realizzò opere d’arte di impareggiabile bellezza. Ricostruito nei minimi dettagli dalla curatrice dell’esposizione Maria Luisa Lax Cacho, questo intimo spazio creativo ci riporta nel 1956, anno in cui l’artista lavorò per lungo tempo in totale isolamento, protetto dal silenzio e dalla pace della natura circostante. Il rapporto con la terra e l’amore verso Maiorca, una sorta di donna misteriosa da sedurre, alimentarono in lui uno straordinario romanticismo visionario.

La sensualità, il surrealismo, la luce e la poesia.

Mirò è tutto questo.

LA FRECENSIONE PUO’ ESSERE LETTA DIRETTAMENTE SU MOSTRE IN MOSTRA.IT

http://www.mostreinmostra.it/

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Blake, Huxley, Morrison: lisergico trio

Che musica e letteratura siano discipline capaci di comunicare fra loro lo abbiamo abbondantemente spiegato il mese scorso a proposito di Bukowsky, scrittura e musica classica. Eviterei, dunque, di riprendere il discorso per non sembrare ripetitivo come lo scricchiolio di un vinile giunto alla fine dei suoi giri, mentre la puntina, impietosa, continua a torturarlo solco dopo solco. Ecco perché fra le due discipline inseriamo un nuovo ingrediente, stavolta… illegale.

Che l’assunzione di droga sia capace di influenzare aspetti e dimensioni creative del singolo artista è un dato di fatto. Non sta a noi giudicare se in meglio o in peggio. Atteniamoci a quanto è stato scritto o testimoniato. Molti uomini di cultura, fra cui musicisti e letterati appartenenti a secoli diversi, assorbirono volontariamente determinate sostanze chimiche o naturali analizzandone gli effetti sui meccanismi psicologici deputati al loro sviluppo creativo. Tutto ciò, comportandosi come cavie coscienti e consapevoli.

Pensiamo ai “paradisi artificiali” di Baudelaire, ai pasti oppiacei di De Quincey; per non parlare dei fantasiosi “viaggi” a base di eroina di Burroughs o di quelli lisergici di Hunter S. Thompson impegnato in una sfrenata ricerca del “Sogno Americano” a Las Vegas. Tutti questi temerari personaggi hanno in comune due congenite assuefazioni: una per le droghe e una per la scrittura.

Diversa fu l’esperienza dello studioso Aldous Huxley. Famoso per i suoi romanzi di fantascienza, fra cui il capolavoro A brave new world, oggi ridotto a un banale testo liceale con cui tediare giovini studenti durante l’ora di letteratura inglese, Huxley si interessò alla filosofia e alla spiritualità. Fu perfino un seguace del filosofo Jiddu Krishnamurti, fondatore dell’Ordine della stella d’Oriente. Come si sa, il passo dal misticismo alle droghe psichedeliche può essere breve (se non ne siete convinti potete sempre provarci, ma poi non prendetevela con me). Fu così anche per Huxley che, nel 1956, aiutato dall’amico psichiatra Humphrey Osmond, pubblicò il celebre saggio Le porte della percezione prendendo in prestito il noto verso di William Blake

 

Se le porte della percezione fossero ripulite, ogni cosa apparirebbe all’uomo come realmente è: infinita.

 

Ingeriti due quarti di un grammo di mescalina sciolti in mezzo bicchier d’acqua, lo scrittore descrisse con estrema precisione gli effetti che la droga ebbe sulla sua psiche, soffermandosi sui cambiamenti umorali e percettivi. Registrò dapprima un progressivo aumento d’intensità dei colori

 

mezz’ora dopo divenni consapevole di una lenta danza di luci dorate. Un po’ più tardi vi furono sontuose superfici rosse che ondeggiarono e si distesero da nodi brillanti di energia vibranti di vita ricopiata, continuamente mutevole.

 

ma col passare del tempo notò anche un’insolita inibizione ad agire che lo rese a poco a poco indifferente agli stimoli. Il consumatore di mescalina, scrive, caduto in una sorta di letargia mentale, prova un notevole distacco verso cose e persone per cui in tempi normali nutriva interesse.

Oltre far luce sulla condizione umana di quegli anni, non poi così diversa dalla società attuale, Huxley ritiene che l’uomo possa raggiungere un più alto grado di consapevolezza spirituale solo attraverso un’esperienza mistica. Roba da fricchettoni, dite? Beh, non avete tutti i torti dato che il suo pensiero influenzò non poco la cultura hippie e… un timido ragazzo di Melbourne, Florida, di nome Jim. Colui che più tardi verrà ricordato come Re Lucertola. Mr. Mojo Risin’.

Il nome del suo gruppo, The Doors, deriva proprio dal titolo del saggio di Huxley, e guarda un po’ anche Morrison, come quest’ultimo, faceva un discreto uso di mescalina e di altre sostanze psichedeliche capaci di allargare i confini della sua mente. Morrison non era solo un impareggiabile performer, ma anche uno scrittore di stupefacenti liriche introspettive. Manzarek, Krieger e Densomore si accorsero immediatamente del talento di Jim e lo lasciarono libero di improvvisare testi sul momento durante i concerti o in sala di registrazione. La loro era musica al servizio della Parola.

I testi dei Doors racchiudono analogie con la poetica del teatro greco, il pensiero di Nietzsche e, in particolare, con la poesia simbolista francese. Non a caso Jim Morrison è oggi ricordato come uno degli ultimi poeti del nostro secolo.

Per il leader dei Doors, come per molti degli artisti citati, le droghe, specie quelle psichedeliche, potevano avvicinare l’individuo al proprio subconscio permettendogli così una più ampia percezione della realtà. Le visioni indotte dall’acido lisergico svolgevano per Morrison lo stesso identico ruolo di una comune “porta”: un passaggio fra due stanze (o fra due mondi)

 

Ci sono cose conosciute e cose sconosciute, e in mezzo ci sono le porte

 

Bastava attraversarle per visitare i luoghi nascosti dietro di esse.

Vuoi per le massicce dosi di alcool, vuoi per l’esplosiva miscela di rock, blues e jazz, i concerti del gruppo californiano divennero dei veri e propri eventi collettivi da vivere come una sorta di rito orgiastico in cui l’”esperienza” rivestiva un ruolo più importante della musica in sé. A proposito di visioni, Aldous Huxley, al contrario di Blake e Morrison, non si definiva un uomo ricco d’immaginazione; le parole più suggestive di una poesia, per quanto apprezzate, non evocavano in lui immagini particolarmente fervide. Anche sotto l’effetto di mescalina, non vide né

 

paesaggi, né distese immense, né apparizioni magiche e metamorfosi di edifici, niente che somigliasse lontanamente a un dramma o a una favola.

 

Droghe come l’LSD possono indurre immagini assai suggestive in coloro dotati di una natura sensibile. Sono note le “visioni” di Jim Morrison e di Blake, quando erano ancora bambini. Il primo, durante un viaggio in macchina con la famiglia, vide le anime di alcuni nativi americani corrergli incontro ed entrare nel suo corpo. Le loro spoglie giacevano sull’asfalto a seguito di un incidente stradale; il secondo disse di aver visto un albero pieno di angeli che cospargevano ogni ramo di lustrini simili a stelle. Dopo averlo raccontato a casa rischiò pure sonore mazzate dal padre.

Qualunque sia la verità, se siano solo menzogne o visioni indotte o frutto di una predisposizione naturale, la mente umana avrà sempre bisogno di perseguire la strada della conoscenza per non restare recluso all’interno di schemi mentali rigidi e, magari, troppo razionali. Le droghe danneggiano e basta, ma basterebbe una buona dose di apertura mentale e di rispetto verso il prossimo per confortare il dolore della nostra specie ed evolvere a un più altro grado di consapevolezza.

Visti i tempi, ne avremmo davvero bisogno.

Filippo Infante

 

 

 

 

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New Haiku

 

Tendo l’orecchio

e mi fermo ad assistere

a un miracolo

 

Il cielo

si pettina nello

specchio di un lago

 

Ha schiuso i suoi

giovani petali

- è amore sorpreso ad amare

 

Notte jazz, poesia beat

- là fuori dormono tutti

- una candela illumina il fiasco

 

La festa è finita

- tutti casa

gli amici si perdonano

 

Ai piedi del letto

il calore del mio gatto

si estingue tenue

 

Grande Carro

- lui si che ne ha viste

di facce rivolte verso l’alto

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Lettera di un vampiro

Ho visto i mari respirare il cielo

e cumuli di nubi ammassate

celebrare il loro matrimonio.

Ho visto i secoli invecchiare con gli anni

e le giornate bagnarsi del bagliore della luna.

Ho visto angoli di terra squarciati

dall’eterna idiozia dell’uomo.

- Coperchi di muscoli e vene.

Potrei condurvi alla luce

più di un Dio compianto.

Così assente

Così oscenamente stanco di guardare.

Pensate davvero di sapere

cosa sia la vita?

Io da tempo vi osservo

trasudando

morte.

 

 

 

 

 

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Tragedia

Altolà!

Disse il teschio ad Amleto.

Hai intenzione di lasciarmi?

Di torturarmi?

Forse vuoi solo farti gioco di me…

(PAUSA)

Con le tue dita

che scavano

le mie orbite vuote.

Suvvia,

sei grandicello ormai.

Quali sogni potrai mai avere?

Quali velleità?

Povera Ofelia…

(PAUSA)

Il tempo

ha sgranchito

le mie ossa.

Le tempie

battono

ancora

(PAUSA)

Questo è il mio tempo.

Queste le mie membra!

Sei

e resterai

ciò che sei sempre stato:

un cocciuto.

Un edipico cacciatore di fantasmi.

Con la testa altrove,

dietro le cose

più grandi di te.

Perché non fai invece la tua mossa

al posto di tormentarmi

con i tuoi stupidi dilemmi.

 

Prendere

o lasciare,

questo è il problema.

 

Sarà come perderti

alla luce dell’alba.

Avrai in mano solo il mio scalpo.

Ti correrranno dietro,

ti batteranno forte.

Ti crocifiggeranno

- e non avrebbero poi tutti i torti…

Perciò dovrai correre.

Correre più forte che puoi.

Non li sopportano

i lagnosi.

Li affumicano per

poter piangere.

Se li fanno amici

e poi li umiliano.

Tu hai me, Amleto.

Quando mi guardi

osservi te stesso.

Non avrai scampo

(PAUSA)

 

 

 

 

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Il sogno di Andy

     Chi era Andy Clemance? Era uno che sognava. Tanto. Ma si annoiava, tanto.

     La sua era una noia mortale, bipolare, che col tempo divenne via via secolare. Si annoiava perfino di svegliarsi la mattina, tutto cisposo e stralunato. Cappellino da notte in testa; ai piedi giganti ciabatte, le cui suole di morbida gomma bembè, lo spingevano ancora sognante verso il bidè, in fondo al corridoio.

    Per Andy il più brutto giorno della semana era il martedì: giorno della visitina alla mamma, chiusa fra quattro pareti imbottite di piume. Diceva che stava bene là dentro, che le pareti le tenevano compagnia raccontandole divertenti avventure scimmiottesche, talvolta con quell’attore o con quel conduttore (elettrico) che ammirava tanto. Andy passava intere giornate a sorbirsi noiosissimi discorsi privi di senso, altalenati a pause lunghissime che avrebbero fatto crescere la barba anche al più incallito dei glabri. La pazienza non era certo il suo forte: dietro i tanti forzati  cenni di assenso rivolti a mammà, Andy sognava di fuggire lontano e svoltare la vita da zero.

     Fu in un giorno assolato d’agosto che il suo cervello si convinse a fare tic piuttosto che tac. Se voleva cambiare vita sul serio, doveva assolutamente trovarsi un lavoro. Non a casa sua, sia chiaro; all’estero, a giro per il mondo.

      Per giorni pensò e ripensò a cosa poteva fare da grande (anche se aveva trent’anni suonati!). Poi, di colpo, la testa gli si spalancò.

      “Eureka! Diventerò un lottatore messicano!”

     Così, dal cassetto-prigione liberò una serie di ricordi stropicciati di quando era in fasce e senza un capello. Fra giocattoli scassati e noci di cocco ritrovò un vecchio un poster ingiallito dal tempo che ritraeva un ometto irsuto intento a stritolare un povero culino. La maschera dell’uomo lasciava intravedere un sorriso protervo. Andy si ricordò che uno dei suoi più grandi sogni di bambino era di poter lottare su un ring, mascherato da lottatore di lucha libre e di sconfiggere temibili stritolatori di culini. Come poteva averlo dimenticato?

     Senza pensarci due volte fece armi e strabagli e partì alla volta del Messico, la patria in cui i sogni diventano realtà senza troppi grattacapezzoli per la testa.

     Il viaggio fu lungo e stancante. Non appena mise piede sulla rovente sabbia messicana, un omino dagli occhietti curiosi gli si fece incontro, salutandolo alla zuava. Portava un cappello di velluto calato sulle ventitré e un paio di scarpe sfondate di un colore decisamente fuori moda.

       “Hai la puzza da campione figliolo, si odora lontano un miglio”.

       “Dice a me?” sfrizzolò Andy, guardandosi intorno.

      “Si bumbaccione, dico a te. Mi chiamo Susito e di campioni me ne intendo. Ti va di allenarti con me? Ti farò diventare il più grande lottatore messicano, anche se non sei messicano.”

       Allora Andy, che si fidava anche del primo scemo che rutta, decise di seguire Susito e si iscrisse al torneo maximo de lucha libre de todo el Mechico. Per parteciparvi però dovette cambiar nome.

        “Ogni lottatore che si rispetti ne ha uno,” disse Susisto.

      Così divenne Andy Merendi (il nome glielo detto un vecchio capace di sputar più lontano di un lama tibetano). Con la sua maschera rosso fuoco, l’aderente tutina violetta e un costante allenamento a base di nocchini, nel giro di pochi dies, Andy mise a tappeto – nell’ordine: El Santo, Blue Diablo, Black Shadow, Jujino, Lopez Lopé, Mascaras, Galindo, il Medico Asesino e il temibilissimo Granada.

     Arrivò in finale in un batter di pugni, ma se voleva conquistare il premio pesi bomba doveva stenderne ancora uno. Si trattava di Senor Tormenta, il trichechico macinatore d’ossa. Di lui si dicevano cose cattivelle: che era capace di spezzare le schiene dei suoi avversari con semplice un colpo d’anca, che sapeva come farti dimagrire saltandoti addosso ripetutamente. Più mastodontico di Rodi e del suo colosso; peloso al punto da imbottire tutti i cuscini di Caracas, Senor Tormenta era l’incubo di tutti i lottatori messicani, e non.

     Andy si sentiva in splendida forma. Nei giorni che precedettero l’incotro si allenò duramente  assieme a Susito e al suo nuovo assistente Chuba Capra, così chiamato perché al posto di parlare, belava – è solo un piccolo difetto di pronunzia, diceva lui.

      La sera dell’incontro giunse indisturbata tra ponchi e sombreri scaraventati da un angolo all’altro del ring. Il locale era gremito di soli pazzi messicani in delirio: sciamannati assetati di sangre che reclamavano a gran voce la loro dose di sana lotta libera. Al suono di chitarre scordate e latrati di cani in calore, l’ombra di Senor Tormenta calò sopra le loro teste. Andy cominciò a sudare freddo; ebbe come l’impressione di aver fatto un grosso errore. L’odore di rum e di polvere da sparo provocò nel suo pancino un’irresistibile stimolo cacchifero. O forse fu solo paura…

     I due lottatori salirono sul ring. La soverchiante mole del flagellatore d’ossa sovrastava l’esile corpicino di Andy che, colto da un conato di cus cus indietreggiò senza esitazione. L’improbabile match principiò.

      Fra le urla e i volgari intercalare del pubblico, Andy costeggiava le corde del ring in punta di piedi con la speranza di non farsi acciuffare, ma gli stivali troppo larghi ai quali era molto afecionado, erano così ingombranti da farlo inciampare continuamente. Tuttavia, trovò il tempo di rammentare le parole che Susito soleva ripetergli settemila volte al dì:

       “Fra le gambe! Fra le gambe! Stupido d’un inglese!”

     Lanciatosi su quelle gambe massicce, Andy scatenò una tempesta di nocche sulle pelotas del Tormenta, il quale, con un grido di dolore, si accartocciò su se stesso e declinò alla stregua di una montagna che starnutisce moccio a valanga.

    Andy aveva vinto! Lo investì uno scroscio d’applausi, poi, u di lui discese una pioggia di bottiglie di tequila. La folla in delirio lo condusse nella plaza principale e qui venne imbastita una festa in suo onore. Anche se col volto tumefatto dai colpi del Tormenta, Andy sorrideva felice a tre denti. Aveva finalmente realizzato il suo sogno…

       Ma bisogna saper distinguere la leggerezza di un sogno dallo schiacciante peso della realtà.

       In realtà, El Senor Tormenta lo aveva letteralmente schiacciato sul ring, accaparrandosi il titolo di stramega campione dopo appena trenta secondi dall’inizio dell’incontro. Fu lo scontro più breve di tutta la storia della lucha libre messicana. Che colpo, povero Andy. Lo avevano portato via con la barella. Aprì gli occhi dopo appena sei giorni di coma.

     Ritrovatosi su una culla d’ospedale, penzoloni sul soffitto adagiato su una morbida amaca da campo, Andy non poteva muovere un muscolo. Gli restavano sani solo le dita delle mani e i pollicioni dei piedi, le sole parti a sporgere curiose dalla colata di gesso che lo rivestiva. Susito e Chuba Capra lo imboccavano con amore.

      Eppure, nonostante avesse perso di brutto, Andy era comunque felice. Partito tutto solo alla volta del successo, era riuscito a sfiorare per un pugno il titolo di campione. Pazienza se la fascia era andata a quel bodda del Tormenta.

        “Nelle cose bisogna almeno provarci,” si rallegrò e sorrise ai suoi due simpatici amici.

      Da quel giorno in poi tutti lo ricordarono come Andy Merendi, detto “El grande merendero”, pieno di lividi e dall’accento messicano da vero purosangue Senor.

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