La notte che ha aperto gli occhi: da Coe agli Smiths

Pur essendo profondamente diversi, musica e letteratura condividono una straordinaria capacità comunicativa in grado di evocare immagini, sensazioni e concetti (concreti o astratti che siano). Due linguaggi uniti da un solo obiettivo: stabilire un legame fisico e mentale con chi usufruisce del loro potenziale. Le contaminazioni non mancano. Se cerchiamo fra gli artisti di oggi e del passato, è facile scovare un musicista che sia anche scrittore di romanzi, o uno scrittore che, imbracciato uno strumento, decida di scrivere canzoni. Questo perché la parola è ciò che stabilisce il rapporto fra le due discipline, a eccezion fatta della musica strumentale o di quella propriamente detta “concettuale”. Senza questo tassello comune le due forme artistiche instaurerebbero un semplice rapporto di reciproco accompagnamento, come quando scriviamo o leggiamo con una musica di sottofondo, ad esempio. Tralasciando le noiosissime constatazioni filosofiche che alla lunga rischiano di assumere l’infelice forma di azzardi pseudo intellettuali e invitano inconsciamente il lettore a chiudere la pagina, cerchiamo invece di portare il discorso su un piano più specifico.

Forse non tutti sanno che lo scrittore inglese Jonathan Coe, autore del romanzo La casa del sonno, vanta un passato di musicista semiprofessionista oltre che di scrittore freelance, correttore di bozze e insegnante di poesia inglese. Fin da piccolo, e per molti anni, si è dedicato allo studio del pianoforte. Nella prefazione di un suo romanzo breve intitolato Questa notte mi ha aperto gli occhi, Coe descrive così il suo rapporto con la musica

 

 

 

(…) la musica ha su di me un impatto più diretto ed emotivo della scrittura, molto più elementare. Da ragazzo, la semplicità delle mie canzoni preferite mi trasse in inganno, inducendomi a pensare che la musica fosse una forma d’arte democratica, alla portata di tutti.

 

 

 

Passano gli anni e lo scrittore si accorge di aver commesso un grave errore di valutazione. Fare musica è più difficile del previsto e i tiepidi riscontri del pubblico di certo non lo confortano. Ascolta jazz, i concerti improvvisati di Keith Jarrett; si avvicina al progressive rock, uno dei generi più impervi che un musicista poco navigato possa affrontare. Come se non bastasse scopre a malincuore di avere anche qualche difficoltà nel lavorare con le parole. “Scrivere”, ammette Coe, “richiede tempo e molta pazienza”. Qualunque scrittore vi dirà la stessa cosa. Scegliere le parole giuste, “comporre” una frase che esprima ciò che l’autore vuole dire nel modo più diretto possibile è assai complicato, e per di più non esistono trucchi. Ogni parola deve essere calibrata, studiata, meditata. Niente va lasciato al caso, altrimenti la scrittura apparirà sciatta e superficiale.

Jonathan coe

Jonathan coe

Ma torniamo ai tempi della sua breve carriera musicale. Nel 1986, Coe sale finalmente su un palco. Non immaginatevi chissà cosa: si tratta del Pied Bull, un tipico pub a nord di Londra. E’ sabato sera e il pubblico siede attorno ai tavoli del locale. La band è composta da basso, percussioni, sax, chitarra e lui, Jonathan Coe, alla tastiera. I brani sono quasi tutti di suo pugno e prima di allora solo pochissime persone hanno avuto l’occasione di ascoltarle. Secondo lo scrittore, il concerto fu un fiasco. Galeotto fu il periodo storico. In un momento in cui la New Wave e il post punk lasciavano spazio a un confuso periodo di transizione musicale, lui proponeva un misto di progressive e rock melodico ormai superato. Per fortuna sapeva sempre scrivere racconti. Giorni dopo un editore di una piccola casa editrice lo contattò per pubblicare il suo primo romanzo. Una vera manna per lui, infatti, di lì a poco, il gruppo si sciolse e da quest’esperienza Coe ricavò il già citato romanzo Questa notte mi ha aperto gli occhi. E’ la storia di William, uno sfortunato musicista frustrato da un pessimo lavoro, in contrasto con la città in cui vive (Londra) e la sua ragazza. Una notte assiste involontariamente a un delitto. D’un tratto tutto ciò che fino a quel momento aveva dato per scontato e che credeva di sapere, cambia radicalmente. Durante la caccia agli assassini avrà modo di rivalutare le scelte del passato e distinguere la sua strada. Coe confessa in queste pagine il suo amore per la musica. Ogni capitolo, infatti, si apre con un verso di Morrissey, e non è un caso, giacché il libro prende il titolo da This night has opened my eyes, una delle canzoni più famose degli Smiths.

 

Agli inizi della sua carriera Steven Patrick Morrissey non cantava: scriveva. Cresciuto con un padre piuttosto severo, circondato da un duro ambiente sociale, quello della periferia di Manchester – il classico posto dove sembrare “diverso” impone un continuo guardarsi le spalle -, il fragile Morrissey si chiuse in una disperata solitudine vissuta fra le quattro pareti della propria camera, leggendo e scrivendo moltissimo, lontano da coloro che lo consideravano stupido e anche un po’ effemminato. Si circondò di idoli: James Dean, Marianne Faithfull, Virginia Woolf, Oscar Wilde, per il quale maturò una sincera vocazione. Nei suoi testi affiora lo stesso spirito critico verso la società britannica espresso, come Wilde, ora con scherno ora con disprezzo, in particolare nei confronti della corona inglese

 

 

 

L’ho sempre odiata. È un nonsense fiabesco, l’idea stessa della loro esistenza in giorni come questi, durante i quali la gente muore quotidianamente perché non ha abbastanza denaro per pagarsi il riscaldamento, secondo me è immorale

 

 

 

Odiava il mondo, perché non aveva nessuno. Né un amico né una ragazza; neanche un lavoro. Nutriva il desiderio di essere riconosciuto per un talento che sapeva di possedere ma a cui nessuno sembrava interessato. Che il suo destino fosse lo stesso di altri che come lui appartenevano alla working class? La fortuna che un giorno bussò alla porta aveva le sembianze dell’amico Johnny Marr. Fu lui a spingerlo fuori dalla stanza, convincendolo a mettere in musica le sue parole e i suoi pensieri. Doveva solo occuparsi delle melodie e degli arrangiamenti, al resto avrebbe pensato lui. Da quell’incontro nacquero gli Smiths, band di punta degli anni Ottanta; una delle più coinvolgenti dal punto di vista lirico, essendo Morrissey prima di tutto un poeta. Uno scrittore prestato alla musica. I suoi testi raccontano tristi storie d’amore oppresse da un tragico ambiente sociale, quello della classe operaia, descritto con vivido realismo come in un racconto di Zola. Per farsi un’idea, basta ascoltare I’m miserable now, un brano che spiega con estrema lucidità le difficoltà emotive di un ragazzo costretto dalle incombenze della vita a diventare adulto.

The Smiths

The Smiths

L’ironia è per lui la sola arma con cui combattere le difficoltà del mondo e mettere in luce il proprio pensiero. Quando nel 1986 (mentre Jonathan Coe saliva timidamente sul palco del Pied Bull) uscì The Queen is dead, Morrissey raggiunse la piena maturità compositiva, riconoscibile nel vivido sarcasmo e in quello sguardo insieme divertito e critico con cui denigrò apertamente i costumi britannici. Per via della sua straordinaria capacità di esplorare sentimenti umani quali malinconia e alienazione, Morrissey è da molti considerato al pari dei più importanti autori della letteratura inglese. Dopotutto, quel timido e introverso ragazzetto di Manchester nascondeva la sfacciataggine di un artista pronto a tutto pur di reclamare un naturale bisogno d’amore. Per metterlo nero su bianco onestamente e senza bleffare, ci vuole tanta fatica e altrettanta sofferenza, e ancor prima di scrivere si dovrebbe imparare a vivere la Vita sulla propria pelle, altrimenti non avrebbe alcun senso nutrire tale ambizione.

 

“Vorrei che le note scorressero fuori da me in un flusso libero spontaneo”, scrive il Jonathan Coe musicista; esattamente come ogni scrittore vorrebbe che le parole nascessero autonomamente. La verità è che fare arte, sia musica o scrittura, richiede tempo ed energie come un qualsiasi altro mestiere. Nasce da un’urgenza comunicativa, dall’insopprimibile istinto di esprimersi. Ma dare a esso una forma concreta che giunga al cuore di un altro con la stessa (o quasi) esatta intensità, è un’altra cosa: necessita di un amore sconfinato per la propria arte, capace di reggere l’impazienza, la fatica e soprattutto lo sconforto nascosto dietro ogni nota o parola che sia. Vale la pena di soffrire per questo?

 

Sempre.

 

 

 

 

 

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AMOK, l’esordio navigato degli Atoms for peace

Finalmente è uscito Amok, l’attesissimo disco del super gruppo Atoms for peace, guidato dall’infaticabile Thom Yorke che, fra una seduta di registrazione e l’altra, è ultimamente apparso in più di un’occasione in veste di dj al fianco degli amici Flying Lotus e Gaslamp Killer.

Del suo nuovo disco se ne parlava da qualche tempo, e ancor prima che uscisse c’era già chi lo esaltava con toni trionfalistici. E’ bastata l’uscita di Default, il primo singolo estratto per scatenare il conto alla rovescia.

Non c’è che dire. L’album colpisce sin dalla prima traccia, Before your very eyes…, un brano che poteva stare benissimo dentro King of limbs, anche se più originale dal punto di vista ritmico. Si, perché Amok è come un dialogo a due fra basso e batteria o più semplicemente uno scatenato monologo ritmico. Sample elettronici, colpi di batteria e percussioni guidano le note dei novi brani e le ricercate melodie di Yorke; il tutto rafforzato dagli impiccabili giri di basso di un Flea in splendida forma. Thom e il fedele Nigel Godrich, qui in veste di musicista oltre che di produttore, avviano così una ricerca sonora impegnata a percorrere trasversalmente l’attuale scena elettronica (quella che mira a coinvolgere emotivamente chi ascolta, non solo a scuotere i muri delle Boiler Room di mezza Europa) per rielaborarne con criterio gli elementi più interessanti.  Ne consegue un disco che Philippe Daverio definirebbe “sincretico”; una miscela di ritmi e dinamiche. Le basi elettroniche, così come i pattern ritmici qui utilizzati, subiscono un divertito lavoro di sintesi che ci permette di coglierli nella loro essenzialità.

Mentre in brani come Unless e Reverse running si resta impigliati in un intricato groviglio di battiti in fantasiosa successione, Stuck together pieces scivola sui timbri liquidi del tessuto ritmico e su un nevrotico arpeggio di chitarra, mentre i gorgheggi di Yorke non aggiungono granché al suo personale stile canoro.

L’atmosfera di Amok oscilla fra momenti drammaticamente cupi, cari ai fan dei Radiohead, e lampi di luce improvvisa grazie ai quali l’ascolto si muove su un piano del tutto differente. Ne è un esempio Dropped, la cui gioiosa melodia vocale sfocia in un imprevedibile finale affidato a “strappi” percussivi e ritmiche forsennate che sovvertono l’andamento del brano, fino a quel momento stabile. Fra le canzoni più interessanti, Judge Jury and Executioner (già sottotitolo di Myxomatosis in Hail to the thief). Tempi scanditi uno a uno suddividono il brano in comparti stagni, legati e indipendenti fra loro. La stesso accade nel nuovo singolo: Ingenue, forse il pezzo più dolce del disco. La voce, limpida e precisa, si mescola alle cristalline “gocce” sonore che precipitano ritmicamente una dopo l’altra. Il brano è inoltre accompagnato da un video in cui per una volta Yorke balla con criterio, trasformando i suoi celebri spasmi fisici in una meravigliosa coreografia di movimenti quotidiani e danza moderna.

Anche se per Amok Thom Yorke è accompagnato da altri musicisti e si presenta con l’epiteto Atoms for peace, è inevitabile azzardare un paragone col precedente The Eraser. Basta osservare la copertina, affidata ancora una volta a Stanely Donwood per capire che quello di Yorke è il proseguimento di un discorso interrotto. Fra i due, The Eraser resta impresso con maggior efficacia, ma solo per la natura melodica, e dunque orecchiabile, dei brani raccolti. Amok va oltre. Trascende il disco precedente con l’obiettivo di esplorare nuovi territori e affida all’elettronica una più ampia coscienza creativa. Il disco merita davvero di essere ascoltato, soprattutto da chi è intenzionato a conoscere i cambiamenti della musica attuale e un nuovo modo di concepirla. Ciò che attrae è il ribaltamento dei ruoli. Sono i ritmi a condurre il gioco, utilizzati come fossero suoni e accordi con cui comporre, mentre voce e liriche si limitano ad “accompagnare” alla stregua di elementi aggiuntivi, seppur essenziali per la riuscita dei brani. Gli Atoms for peace ci invitano a un nuovo tipo di ascolto, a far luce sulle insondabili profondità di un genere oggi tanto utilizzato quanto ancora poco compreso. Non possiamo far altro che abbandonarci al suo ritmo per conoscerne la natura intima e condivisibile.

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Buffocrazia

- Chiariamoci subito, – esordì la sagoma femminile protetta dallo spesso vetro del banco informazioni. – Per ottenere il permesso da lei richiesto si presenti all’ufficio sei, sezione tasse-esentasse e compili il modulo a pacchetti confezionabili che le assicurerà un posto in sala d’attesa. Entri nel laboratorio cinque, interno due, e riceverà una firma sul suo documento. Ha capito tutto?

Sommerso da una tale quantità di informazioni, Mr. Buble afferrò solamente due o tre indicazioni, perciò, come tutti coloro situati dalla parte opposta del banco informazioni (quella del supplichevole richiedente), azzardò un breve riepilogo per accertarsi di aver capito bene. Senza aprir bocca, la sagoma femminea, l’oracolo dell’amministrazione, gli indicò un cartello quattro per quattro affisso al vetro che divide il mondo delle domande da quello delle risposte: “Per le proteste rivolgersi al quinto piano”.

- Io non voglio protestare, – protestò Mr. Buble, ma quel che ottenne fu il solito dito rivolto verso il solito cartello quattro per quattro. Dal fondo della fila fioccarono rumorose lamentele provocate dalla lentezza del servizio. Mr. Buble fu costretto ad allontanarsi e si avviò verso la caleidoscopica scala a chiocciola che conduceva ai piani superiori. Da più di un anno ormai trascinava le terga da un ufficio all’altro col suo stupido permesso da timbrare. Perché tutto era così complicato? Per ottenere anche solo una firma a volte potevano volerci dei mesi. Si doveva prima scovare il dipartimento, la divisione, l’interno e infine l’ufficio desiderato. C’era chi lo definiva “un apparato burocratico snello”. Figurarsi fosse stato obeso! Nessuno però si lamentava. Mai qualcuno che alzasse la voce. La società civile sembrava non poter fare a meno della burocrazia.

Sbilanciato dalla pesante valigetta carica di fogli, Mr. Buble percorse l’infinito corridoio di smistamento fino alla macchinetta segna turno; staccato il numero dalla lingua di foglietti numerati, si sedette in attesa di essere chiamato. Fu annunciato dopo pochi minuti, ma quando fece per alzarsi, una torma di vecchiette canute gli si avvicinò brandendo bastoni da passeggio con fare minaccioso. Erano lì prima di lui e in nessun modo avrebbero permesso che un qualsiasi giovanotto in giacca e cravatta le scavalcasse senza neanche chiedere il permesso. Accerchiato, Mr. Buble estrasse il numero dalla tasca, forte del benessere della ragione, e indicò loro che il suo numero corrispondeva esattamente a quello riportato dal monitor della sala d’attesa. La schiacciante realtà dei fatti rispedì le vecchine al loro posto.

Che indecenza. Che vergogna. Questi giovini d’oggi. Dov’è finito il rispetto?

Mr. Buble oltrepassò vittorioso la porta del piccolo studio.

- Salve, sono Mr. Glacy, – si presentò una voce.

Non era facile individuarne la fonte, poiché l’ufficio era quasi del tutto occupato da sconquassate cassettiere, armadi a muro e vecchi frigoriferi utilizzati come porta documenti. Riconobbe  una mano che si agitava dietro alcune pile di fogli sparse disordinatamente sopra una scrivania.

- Salve… – rispose. – Sono venuto a compilare il modulo a pacchetti confezionabili. Ho bisogno di un timbro sul mio documento d’intestazione.

La mano di Mr. Glacy lo invitò a sedersi.

- Guardi se riesce a trovarmi il modulo S4B fra quei fogli sotto di lei: dovrebbe essercene uno. Lo compili senza lasciare neanche uno spazio in bianco, intesi?

Mr. Buble ficcò il naso sotto la sedia. Vide un piccolo porta fascicoli verde, chiuso da un elastico. Ci mise un po’ a trovare il modulo fra tutte quelle cartacce. Compilatolo, lo consegnò alla mano di Mr. Glacy, il quale, cortesemente ma con un certo distacco, lo informò che il numero di riconoscimento non corrispondeva ai nuovi criteri di ricerca recentemente aggiornati. In sostanza il suo numero andava cambiato con un altro accettato dal nuovo sistema informatico.

- Si rivolga all’ufficio numero otto, quinto piano. Le faranno avere un visto di numerazione. Conosco chi ci lavora. Vedrà, si farà in quattro per convertire il suo numero.

Mr. Buble si trascinò sconsolato verso l’ascensore. Era convinto di avercela fatta e invece lo rispedivano gentilmente in un altro ufficio. Fissò i numeri corrispondenti ai piani illuminarsi uno a uno in senso decrescente. La velocità con cui l’ascensore scendeva verso di lui lo rallegrò un po’. Pregustò il momento in cui le porte si sarebbero spalancate davanti a lui, consentendogli di salire rapidamente ovunque volesse. Dette di nuovo un’occhiata ai numeri, ma questi smisero improvvisamente di illuminarsi. Buble premette più volte il pulsante di chiamata. Niente da fare. L’ascensore, fermatosi all’altezza del terzo piano, non voleva più saperne di scendere: si era bloccato, lo confermò una voce atona proveniente da uno degli altoparlanti disseminati per il corridoio. Dietro Mr. Buble, intanto, si era formata una fila chilometrica di altri come lui in attesa dell’ascensore; ma visto che non arrivava si lanciarono uno dopo l’altro verso la stretta scala a chioccola che conduceva piani alti. La competizione fu inaugurata da un colpo di pistola. I corridori partirono come fulmini, agitando le ventiquattrore ad altezza uomo così da ostacolare gli avversari. Volò qualche ceffone. Non mancarono sgambetti e calci negli stinchi. Mr. Buble, che era fra i favoriti, si tuffò in avanti raggiungendo per primo l’imbocco delle scale, mentre i restanti atleti andarono a incastrarsi fra i due pali di ferro battuto che formavano l’ingresso della scala. Ormai solo, Mr.Buble salì di corsa fino al quinto piano. Giunto davanti alla porta dell’ufficio numero otto, si fermò qualche secondo per riprendere fiato, dopodiché, allentatasi la cravatta, bussò.

- Avanti! – gridò un uomo dalla voce stridula. – L’ascensore era guasto, vero? – domandò l’impiegato sorridendo.

- Si. Non è stato semplice raggiungerla, – rispose Buble in preda all’affanno. Era tutto rosso e continuava a portarsi la mano al petto.

- Ah ah ah! Entri pure, si accomodi, – esclamò l’impiegato ridacchiando. L’uomo, sulla quarantina, basso e dalle guance paffute, sfoggiava un paio di basette ben curate che circondavano il volto rotondo. Portava una sgargiante cravatta bordò e un inequivocabile parrucchino calato sulla fronte larga.

Mr. Buble si chiuse la porta alle spalle e dopo qualche passo poggiò le chiappe su un rozzo sgabello di legno, l’unico pezzo di arredamento dell’ufficio che si avvicinava a una sedia.

- Scusi il disordine. Sono dieci anni che mi prometto di dare una sistemata, ma come vede… con tutto il lavoro che c’è da fare…

Parlava ad alta voce, come se volesse farsi sentire da tutti i colleghi degli uffici accanto.

- Non si preoccupi, – lo rassicurò Mr. Buble impegnato a sistemarsi sullo scomodo sgabello. Tutti quei movimenti dovettero divertire l’impiegato, perché dopo averlo squadrato per un po’ si abbandonò a un’acuta risatina isterica.

- Mi dica, – strillò l’impiegato.

- Giù all’ufficio imposte c’è stato un disguido…

- Disguido? Qual disguido? – trasecolò l’impiegato.

- Non si preoccupi; niente di grave. Un’inezia.

- Un’inezia? Intende dire che il nostro servizio non funziona? insinuò l’impiegato con gli occhi fuori dalle orbite.

- Non volevo dire questo. Devo solo rinnovare il numero di riconoscimento che, a quanto pare, sembra non coincidere con il nuovo registro informatico.

L’impiegato scoppiò in una risata assordante.

- Menomale, pensavo fosse una cosa grave. Ah ah ah!

E ridendo come un pazzo, si portò le mani sugli occhi per asciugarsi le lacrime. Buble notò che aveva un braccio più piccolo dell’altro. Distolse subito lo sguardo per non essere scortese, ma la curiosità lo spinse a guardare di nuovo. Il braccio spuntava dalla manica della camicia e terminava con una manina deforme che contava unicamente tre dita. Doveva aver subito numerose operazioni, perché anch’essa, come l’avambraccio, era percorsa da un’intricata trama di piccole e grandi cicatrici. Aiutandosi col braccio buono, l’impiegato estrasse un fazzoletto dalla tasca del panciotto e si soffiò il naso.

- Numero di riconoscimento? – domandò.

Mr. Buble gli porse il documento che l’impiegato afferrò con la manina, mentre con l’altra batteva i dati al computer. Si meravigliò della velocità con cui Mr. Glacy muoveva la mano sana sulla tastiera. Si chiese quanti tasti battesse al minuto. Non aveva mai visto inserire così tanti dati in così poco tempo, senza mai cadere in errore. Di colpo, la furiosa risata dell’impiegato lo riportò sull’attenti. Rideva come un pazzo, completamente in preda a terribili spasmi. Il parrucchino, scivolatogli indietro sulla nuca, rivelò una testa lucidissima punteggiata da riprovevoli macchie scure simili a dei nei, solo più gonfi e sporgenti.

- Tutto apposto, signore, – riprese Mr. Glacy ancora in balia delle risa. – Le ho appena sostituito il vecchio numero con uno nuovo.

Mr. Buble fece per ringraziarlo, ma l’impiegato si fece scuro in volto e di scatto ritrasse la manina stretta al documento.

- Mancano firma e controfirma del Prefetto, – sibilò. – Le dico come fare. Salga al decimo piano, firmi al suo posto e piroetti fuori dall’ufficio con aria disinvolta. Ma! Visto che lei mi va a genio, – aggiunse, – ho deciso di venirle incontro. Può anche fare a meno della firma del Prefetto, è contento?

- Oh, certo che sono contento, – sorrise Mr. Buble.

Eppure quel volto paonazzo contratto dalle risa non lo rassicurava del tutto. Qualcosa gli suggeriva che non sarebbe stato facile ottenere ciò di cui aveva bisogno.

- Per avere il permesso però deve richiedere il modulo a pacchetti confezionabili presso l’ufficio esentasse, solo dopo aver compilato questo foglio, tenga. Undicesimo piano, prego.

Gli passò un foglio spiegazzato.

- Si muova, per dio. Fra mezz’ora chiude l’ufficio – urlò Mr. Glancy con un tono di voce reso ancora più acuto da un incontenibile bisogno di scoppiare a ridergli in faccia. Buble si alzò lentamente dalla sedia e indietreggiò verso l’uscita, mentre l’impiegato si contorceva sulla sedia trattenendo a stento le risa. Uscito dalla stanza, Buble s’avviò al decimo piano. L’orribile risata di Mr. Glacy echeggiò per i tetri corridoi del Ministero. Fortunatamente la scala a chiocciola era sgombra di gente per cui Buble poté raggiungere l’ufficio senza ulteriori perdite di tempo. Il corridoio del decimo piano, assai più stretto del precedente, contava una ventina di posti a sedere, tutti occupati. Chi dormiva rannicchiato sulla panca, chi poggiava la testa sulla valigetta e chi, invece, riposava accanto ad altri che, come lui, giacevano sdraiati sul pavimento. Dormivano profondamente, con un’espressione serena dipinta sul volto. Buble ebbe l’impressione di trovarsi in un sogno. I tenui raggi di luce che penetravano dalle ampie finestre al lato del corridoio accentuavano l’atmosfera irreale che circondava l’ambiente. In fondo, una porta semichiusa svelava una misteriosa fonte di luce. Mr. Buble si avviò lungo il corridoio evitando di calpestare chi dormiva accasciato a terra. Non era certo sua intenzione svegliare nessuno: sapeva che una volta in piedi lo avrebbero confinato in fondo alla fila. Avanzava con cautela, calcolando il punto esatto del pavimento in cui poggiare la punta delle scarpe. Più di una volta rischiò di calpestare una mano o una ciocca di capelli. Raggiunta la porta, si affacciò per dare un’occhiata. L’impiegata sedeva su una poltrona, piegata in avanti, con la fronte la testa poggiata sulle braccia incrociate. Buble si avvicinò circospetto, senza mai toglierle gli occhi di dosso. Lo colpirono le unghie delle mani: lunghe, lucenti, decorate con un vistosissimo smalto verde pisello. Dormiva con una tale beatitudine che quasi era dispiaciuto di doverla svegliare; ma come poteva tornare a casa a mani vuote dopo tutta quella trafila. Doveva ottenere quei dannati moduli a pacchetti confezionabili, anche a costo di svegliare un’impiegata in servizio. Si schiarì la voce.

La donna non si mosse di un millimetro: nessun cenno di risveglio.

- Mi scusi…

L’impiegata alzò la testa di scatto lanciando un gridolino strozzato.

- Come si permette di entrare senza neanche bussare? Chi è lei? – borbottò con gli occhi ancora inumiditi dal sonno.

- Sono desolato. Non era mia intenzione spaventarla – arrossì.

- Bé, lo ha fatto! Adesso mi dica almeno cosa vuole.

- Dovrei ritirare i moduli a pacchetti confezionabili, non le ruberò troppo tempo.

- Per quello ho bisogno del modulo HCR. Ce l’ha? – domandò l’impiegata che nel frattempo, tirata fuori una limetta dal cassetto, ritoccava distrattamente le lucide unghie delle mani.

Mr. Buble le passò il foglietto ricevuto da Mr. Glacy. L’impiegata inforcò un paio di spesse lenti da vista e, avvicinato il naso al foglio, lesse il contenuto mormorando di tanto in tanto. Buble si asciugò il sudore dalla fronte. Passarono alcuni lunghissimi minuti. Da principio pensò che il sonno l’avesse colta di nuovo, ma poi, quando l’impiegata alzò gli occhi dal foglio squadrandolo attraverso le lenti a fondo di bottiglia, realizzò che era cieca come una talpa.

- E’ mio dovere dirle, – proferì l’impiegata, – che questo foglio poteva tranquillamente riceverlo per posta, compilarlo con tutta calma spaparanzato sul divano e inviarlo via e-mail all’ufficio imposte circoscrizionvallazione numero ventidue. Adesso non può fare altro che passare dall’ufficio catalogazione documentata a mezz’asta e rivolgersi alla signorina Doubleberry. Perché fare tutta questa trafila, mi chiedo?

- Ma… mi è stato detto così… – balbettò Mr. Buble. – Non potevo saperlo. Io… io…

- Meno chiacchiere. Sparisca!

Mr. Buble non riuscì a spiaccicare parola. La stanza cominciò a girare. Per un attimo la vista gli si appannò, colpito da una potente fitta allo stomaco che quasi gli tolse il fiato. L’impiegata infierì senza pietà.

- Se non avesse fatto di testa sua, a quest’ora il suo permesso sarebbe timbrato e controfirmato, invece…

Il volto di Mr. Buble si contrasse in centinaia di moti convulsi. Pensò di strangolare l’impiegata. In questo modo avrebbe risolto rapidamente i suoi problemi. Serrò le labbra e uscì dalla stanza. Era fuori di sé. Adesso doveva scendere giù all’ufficio imposte, chiedere della signorina Doubleberry, dirigersi verso la sala d’attesa e aspettare chissà quanto. Il solo pensiero gli fece ribollire lo stomaco come una pentola di fagioli.

Le decine di corpi addormentati giacevano ancora sul pavimento del corridoio. Si avviò verso la scala a chiocciola, muovendosi con circospezione. Mentre avanzava su quel pericolosissimo pavimento umano, una bruciante sensazione di rabbia lo scosse dalla punta dei piedi a quella dei capelli. Nessuno gli aveva detto che poteva compilare a casa il modulo HCR. Se solo lo avesse saputo, non si sarebbe ritrovato a vagare da un piano all’altro del Ministero come una trottola impazzita. Si arrestò davanti a una delle grandi finestre che illuminavano il corridoio. Doveva controllarsi, respirare. Aveva mantenuto a freno la rabbia per tutta una vita, perché mollare proprio adesso che la situazione richiedeva calma e serenità di spirito? L’istinto, si diceva ogni volta, è tipico dell’animale, non certo dell’uomo, razionale, paziente, temperante. Strinse i pugni, poggiò la valigetta a terra e senza neanche sapere come, lanciò un urlo che scosse i vetri del palazzo. Gridò con quanto fiato aveva in gola, deciso a sfogarsi fino in fondo. Destati da quelle grida disumane, i dormienti si svegliarono sgranando gli occhi, e, una volta in piedi, scatenarono una battaglia a colpi di valigette per accaparrarsi ognuno il proprio turno, come se l’incantesimo che fino a quel momento li aveva costretti a terra si fosse di colpo spezzato.

Nessuno si accorse di Mr. Buble, il quale nel frattempo aveva cessato di urlare. Rimasto immobile per qualche minuto davanti alla finestra, si era allontanato come se niente fosse accaduto, diretto all’ufficio imposte barrato a mezz’asta. In un lampo fu al terzo piano. Spalancò la porta dell’ufficio e, senza badare al segretario andatosi a rimpiattare sotto la scrivania, proruppe nella stanza di Mrs. Doubleberry come una furia. Gli occhi gli lampeggiavano di rabbia. Quando fu di fronte all’impiegata, colpì la scrivania con un pugno e le sbatté il documento in faccia.

- Devo timbrare questo documento d’intestazione previa autorizzazione. Mi serve per ritirare i moduli a pacchetti confezionabili e ottenere un posto di terza classe in sala d’attesa. Che dice? Ce la fa ad aiutarmi?

- Prego? – ribatté Mrs. Doubleberry senza battere ciglio.

Ci fu un lungo minuto di silenzio. Da qualche parte, in uno dei corridoi del ministero, un gruppo di hare krishna recitava lamentose geremiadi a ritmo di campanelli e colpi di om. Mr. Buble riformulò la domanda.

- Potrei ritirare cortesemente i moduli a pacchetti confezionabili?

Mrs. Doubleberry si sistemò la messa in piega con un solenne gesto della mano e guardò Buble dritto negli occhi.

- Per ritirare il modulo a pacchetti deve avere l’HCR. Lei possiede il modulo HCR?

- Certo!

Mr. Buble scaraventò il modulo ormai logoro sulla scrivania. Mrs. Doubleberry lo esaminò da cima a fondo seguendo ogni frase con la punta di un lapis.

- Ha ritirato il cartellino giallo 45B allo sportello Ingoiapersone, vero? – domandò l’impiegata a brucia pelo.

- Senz’altro, – rispose istintivamente Mr.Buble.

In verità ignorava l’esistenza del cartellino giallo 45B, non lo aveva con sé né sapeva cosa fosse o a cosa diavolo servisse. Mrs. Doubleberry sollevò gli occhi e lo squadrò con sospetto. Buble iniziò a sudare.

- Vuole che glielo mostri? – domandò con voce tremante.

- Non c’è bisogno.

La donna allungò la mano verso un porta matite gettato sulla scrivania dal quale estrasse un pesante timbro che si accinse a caricare d’inchiostro. Lo fece ricadere sul modulo con un colpo ben assestato. Buble saltò dallo spavento. Si allentò la cravatta per respirare meglio e raffazzonò un sorriso di circostanza.

L’impiegata si sporse per sfilare i moduli a pacchetti confezionabili da una pila di fogli protetti da fodere di plastica trasparenti. In tutto erano tre. Glieli porse aspettando che l’altro li prendesse. Quando Mr. Buble protese la mano esitante, Mrs. Doubleberry ritrasse la sua, impedendogli di appropriarsene.

- La prossima volta, – lo redarguì, – cerchi di rispettare la fila, intesi?

Tremante, Buble rispose con un cenno del capo. La sua iniziale baldanza si era affievolita non appena costretto a mentire. L’impiegata gli porse ancora una volta i moduli, ma stavolta lasciò che Buble li prendesse e infilasse nella valigetta. Il pensiero di essere quasi alla fine di quell’odissea senza senso lo rasserenò. Percorse il breve tragitto dalla scrivania alla porta dell’ufficio, sicuro che Mrs. Doubleberry lo stesse fissando. Non ebbe il coraggio di voltarsi quando, raggiunta l’uscita, si sentì trafiggere dalle sillabe del suo nome scandite dalla voce tagliente dall’impiegata. Il sangue gli si gelò nelle vene.

- Dove crede di andare? – domandò Doubleberry fra il curioso e l’irritato.

A quel punto Buble si girò. L’impiegata teneva fra le dita il modulo HCR e glielo mostrava con un ghigno stampato sulla faccia.

- Nel suo documento manca la copia dell’attestato comma due ritirabile solo due giorni fa al sesto giro di coda d’ufficio circoscrizionvallazione ‘Moduli confezionabili’. Chi crede di prendere in giro, Buble?

L’impiegata si alzò dalla sedia e con un balzo saltò sulla scrivania puntandogli il dito contro.

- Guardie, prendetelo! Ha tentato di ingannare il Sistema.

La sirena d’emergenza risuonò nella stanza e lungo i corridoi. Da fuori giunsero delle voci concitate. Buble riconobbe lo scalpitio concitato delle guardie provenire dalle scale a chiocciola. Stavano salendo, e a giudicare dai passi sembrava un plotone intero. Davanti a lui, Mrs. Doubleberry lo fissava con occhi fiammeggianti.

- Ti sarebbe piaciuto mandare all’aria l’intero Sistema burocratico, vero? Arrenditi, caro il mio sgancia soldi. Adesso ti tocca tutta la trafila daccapo e al prossimo passo falso non otterrai mai più agevolazioni fiscali per i tuoi inutili stupidi progetti.

Mr. Buble si guardò intorno in cerca di un’uscita.

- Navigherai in un mare di carta straccia, mi hai sentito, pidocchio? Mi hai sentito bene?

La voce di Mrs. Doubleberry si trasformò in una macabra risata. Buble schizzò fuori dall’ufficio proprio mentre le guardie irrompevano nel corridoio, armati di scudi e manganelli trasparenti.

- Eccolo lì! – gridò qualcuno.

Terrorizzato, percorse il corridoio senza mai voltarsi. La paura che si trattasse di un vicolo cieco svanì non appena raggiunse una porta semi chiusa che lasciava intravedere un’ampia stanza poco illuminata. La stanza era vuota. C’era solo una vecchia rampa di scale arrugginite che conduceva al piano superiore. Salì i gradini due a due, senza la più pallida idea di dove lo avrebbero condotto. Gli scudi e i manganelli delle guardie dietro di lui sbattevano qua e là con un gran fracasso. Finite le scale, Buble si ritrovò in un’enorme stanza adibita a magazzino, illuminata dalla fredda luce dei neon. Una sopra l’altra, le scatole di cartone formavano stretti corridoi dalle pareti alte quasi fino al soffitto.

- Hey tu, – lo chiamò qualcuno affacciato alla porta di un gabbiotto poco distante da lui. – Si dico a te: per di qua.

Buble si affrettò a raggiungere il gabbiotto dove un anziano signore, probabilmente il guardiano del magazzino, lo stava aspettando con una vecchia scopa in mano.

- Se sta scappando delle guardie, quella è l’unica uscita.

Gli indicò uno stretto passaggio metallico che serviva a ventilare l’enorme magazzino di scatole. Buble storse la bocca. A occhio e croce sembrava troppo stretto per lui, senza contare che era sporco e aveva un pessimo aspetto. Il vecchio cercò di tranquillizzarlo spiegandogli che puliva il condotto tutte le mattina, e mai una volta, assicurò, vi era rimasto incastrato. Mr. Buble rispose che era un pazzo se credeva di vederlo infilarsi lì dentro, ma quando udì le guardie irrompere nel magazzino cambiò subito idea. Con l’aiuto del vecchietto staccò la grata e infilò la testa nel buco, ma le braccia gli impedirono di proseguire il passaggio, così adesso si trovava culo all’aria, incastrato in quella ridicola posizione. Intanto il vecchietto lo spingeva a colpi di scopa sul di dietro, ridendo e battendosi le mani sulle cosce come un ragazzino stupido. Buble provò a divincolarsi ma il passaggio era troppo stretto. Rischiava di soffocare. Si sentiva come un insetto imprigionato nella vischiosa tela di un ragno. Fra una risata e l’altra, il vecchietto chiamava le guardie a gran voce.

- E’ qui! Ah ah ah ah! E’ qui!

Fu allora che Buble, si arrese. Servì la forza di quattro uomini per sfilarlo dalla ventola d’aerazione. Quando lo misero in piedi, dovette reggersi alle robuste braccia dei suoi inseguitori per non finire a terra come una foglia morta. Una delle guardie, che a giudicare dal modo in cui ingiungeva ordini a destra e a manca doveva essere uno dei superiori, lo squadrò da capo a piedi con l’impressione di dover redarguire un bambino che aveva rubato dei dolci. Buble gli stava davanti, immobile, senza dire una parola, gli occhi fissi sul pavimento. Strappatigli i documenti dalla tasca, la guardia diede una rapida scorsa, poi con aria stanca domandò:

- Ce l’ha il permesso di fuga? Non si può sfuggire al servizio d’ordine senza un permesso di fuga. Doveva reclamarlo all’ufficio emergenze, quarto piano, edificio due.

Buble scosse la testa, esausto. La guardia lo fissò a lungo, indeciso sul da farsi. Poi si rivolse a una delle guardie.

- Va bene, portatelo via.

Mentre lo trascinavano in chissà quale altro ufficio, Mr. Buble si sentì improvvisamente stanco, come intorpidito. La corsa gli aveva succhiato via le ultime forze e adesso desiderava solo un letto su cui sdraiarsi e dormire in santa pace. La testa gli doleva e le orecchie ronzavano dolcemente. Si abbandonò alle braccia delle guardie strette al suo fianco. D’un tratto, ricordò di aver perduto la valigetta da qualche parte. Non importa, sospirò. Non mi serve più. Chiuse gli occhi e lasciò che tutto scorresse. Che tutto scorresse come aveva sempre sognato, almeno per una volta. Senza permessi, né turni, né carte da firmare. Almeno per una volta.

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Il Sogno americano da Guthrie a Dylan

Esiste ancora il Sogno americano? Difficile rispondere. Hunter S. Thompson cercò la risposta a suo modo, sfrecciando verso Las Vegas a bordo di una Chevrolet decappottabile imbottita di un ricco campionario di droghe, nascoste dentro il bagagliaio. Là ottenne la riprova che il sogno a stelle strisce si era definitivamente infranto. Certo, la crisi, diffusasi proprio dagli Stati Uniti, ha trasformato i resti di quella fiduciosa speranza in un vero e proprio incubo. Ma quando il presente sembra privo di futuro, possiamo sempre voltarci indietro in cerca di qualcosa che offra una spiegazione, o, nel migliore dei casi, capace di fornirci una risposta.

Nell’ottobre del 1929 il crollo della borsa di Wall Street scatenò una grave crisi economica (per certi aspetti paragonabile a quella attuale) che sprofondò il paese, e di conseguenza il mondo intero, in una spirale di fallimenti bancari, indebitamenti e povertà. La ripresa non fu semplice e gli strascichi si protrassero fino al decennio successivo. Il cantante e scrittore Woody Guthrie, nato in una piccola città dell’Oklahoma, è stato forse uno dei più originali testimoni degli anni che seguirono la Grande Depressione. Nell’autobiografia Bound for Glory  tradotto in Italia con il titolo Questa terra è la mia terra, Guthrie racconta del suo viaggio attraverso l’America dei braccianti, dei vagabondi, delle prostitute e dei cantastorie conosciuti lungo le strade, o nei sudici vagoni di treni merci diretti verso piccole e grandi città. Nessuno meglio di lui ha saputo descrivere quei volti sporchi di fuliggine, la vita di uomini e donne dimenticati dal resto della società, ognuno con una sua personale storia da raccontare, dietro cui si nasconde un genuino spirito americano. Woody Guthrie decise di vivere in viaggio per conoscere il paese in cui viveva e finì per scoprire un’America contraddittoria, il più delle volte intollerante e razzista; ma fatta anche di grandi lavoratori, gente onesta e solidale che davvero credeva in quel sogno di cui ora si sono perdute le tracce. Questo lungo cammino fu per lui una vera ispirazione. Le sue esperienze divennero canzoni. Perciò, imbracciata la chitarra, quella su cui scrisse la celebre frase “This machine kills fascits”, cominciò a scrivere sinceri brani di protesta capaci di smuovere coscienze sensibili, grazie a un linguaggio semplice e poetico. Veri  propri inni alla libertà contro ogni forma di ingiustizia sociale

Woody Guthrie

Woody Guthrie

Adoro protestare sulle cose sulle quali vedo che c’è bisogno di protestare, come le situazioni tristi e spiacevoli che mi trovo davanti, i tumulti, i linciaggi, i bombardamenti, gli incendi, le uccisioni, tutte cose che succedono quando ci si lascia spaventare da ogni ombra, ogni forma, ogni accenno, ogni genere di odio razziale.

 Fu un grande poeta americano che influenzò scrittori e artisti come Kerouac e Pet Seeger. Riposava al Greystone Hospital di Morristown, New Jersey, afflitto dal morbo di Huntington, quando un giovanissimo Robert Allen, conosciuto dai più come Bob Dylan, lo incontrò per la prima volta nel 1961. Dylan si era trasferito dal Minnesota a New York per una serie di concerti al Greenwich Village. Quando seppe del suo ricovero decise di andarlo a trovare e i loro incontri aumentarono col passare delle settimane. Per Dylan era un maestro di vita. La venerazione che nutriva per il musicista di Okemah è racchiusa nelle parole di Song to Woody, il suo primo pezzo originale. La parte musicale riprende il tema di 1913 Massacre, un vecchio pezzo di Guthrie, mentre il testo cita i musicisti Cisco Houston e Leadbelly che Dylan conobbe dopo aver incontrato il suo idolo.

Durante una delle mie visite, Woody mi aveva detto che c’erano scatole piene di canzoni e di poesie scritte da lui, che nessuno aveva mai visto e che non erano state messe in musica. Stavano nella cantina di casa sua a Coney Island e se volevo andare a prenderle lui mi dava il permesso

 Purtroppo Dylan non trovò mai quelle scatole. Quarant’anni dopo il loro contenuto finì nelle mani di Billy Bragg e dei Wilco, e questo senza aver mai conosciuto Woody Guthrie di persona.

Bob Dylan, 1965

Bob Dylan, 1965

Durante il suo viaggio a New York, Bob conobbe l’impresario John Hammond con il quale firmò il suo primo contratto discografico. L’album, intitolato semplicemente Bob Dylan, non fu un grande successo, ma conteneva spunti e idee che il cantante avrebbe sviluppato più in là, esattamente nel maggio del ’63, con The Freewheelin’, un disco, che insieme a The times They are a-changing dell’anno successivo, avrebbe rivoluzionato la storia del folk. Canzoni come  Blowin’ in the wind o Masters of war ebbero un forte impatto sulla società americana. Si pensi a Oxford Town che narra l’odissea di un ragazzo nero iscrittosi all’Università del Mississippi. Fu uno dei primi musicisti a toccare argomenti simili in modo così onesto. Come Guthrie esaltava un’America emarginata ma animata da un disperato bisogno di rimettersi in piedi a seguito della crisi, Dylan dava voce a chi chiedeva giustizia e una maggiore uguaglianza. Fu subito osannato come il nuovo simbolo della musica folk e della grande contestazione che, a partire dalla grande marcia su Washington del 1963, cominciò “a far tremare i vetri delle finestre” delle famiglie borghesi americane.

Dylan però non voleva essere etichettato come un classico esempio di cantante folk, né era interessato a diventare l’icona dell’allora movimento di protesta. Le cose cambiarono nel 1965 con l’uscita di Bringing it all back home e del successivo Highway 61 Revisited. Lo stile musicale e l’attitudine compositiva di Dylan, così come la sua immagine, cambiarono radicalmente. Strumenti elettrici, brani blues rock, testi ermetici, occhiali scuri e interviste al limite del surreale. Per tanti che lo volevano a difesa dei diritti e autore di brani di protesta fu un vero shock. L’esibizione al Newport Folk Festival del 1965 fu un disastro. I fischi del pubblico lo costrinsero a lasciare il palco dopo tre canzoni. Quando si ripresentò intonando Mr. Tambourine Man, i fischi divennero applausi. La stessa scena si replicò nell’estate dello stesso anno, quando Dylan e la sua band si esibirono al Manchester Free Trade Hall. Le immagini di quel concerto sono state utilizzate da Martin Scorsese nel documentario No direction home. Se si ascolta attentamente, è possibile riconoscere la voce di un ragazzo che, rivolto a Dylan, urla “Giuda!”, seguito da una raffica di fischi e insulti. Nessuno sembrava capire che Dylan era un artista, e per questo continuamente alla ricerca di nuove forme d’espressione sonore che non seguissero strade già battute. La stessa It’s all over now è probabilmente rivolta a chi ancora concepiva la sua musica come “impegnata” ed esclusivamente acustica. Dylan cambiava. L’America pure. Di lì a poco, le proteste studentesche di Barkley; la morte dei Kennedy e Martin Luther King; la Family e lo spettro di Manson. Per non parlare della terribile guerra del Vietnam che ben presto avrebbe imbrattato di sangue gli sgargianti colori dei giovani hippy, riunitisi a Woodstock nel ’69. Fu a partire da quel fatidico anno che il Sogno cominciò a sbiadire.

Crisi economiche a parte, Woody Guthrie e Bob Dylan rappresentano la voce di un’America non poi così lontana da quella di oggi. Eppure, è anche grazie alle loro parole se intere generazioni si sono riunite in protesta col solo scopo di far sentire la propria voce per chiedere il rispetto di nuovi e vecchi diritti. Guardando l’orizzonte, la strada da percorrere è ancora lunga e disseminata di ingiustizie. Anche se molti si sono appena svegliati e altri ancora hanno smesso di sognare, quella “terra” cantata da Guthrie, nostra come di tutti, è la stessa su cui viviamo oggi. Quale sia il nuovo modo per difenderla, sta a noi trovarlo.

 

 

 

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Bacon e la condizione esistenziale nell’arte contemporanea

Merita attenzione la mostra intitolata Bacon e la condizione esistenziale nell’arte contemporanea curata da Franziska Nori, direttrice CCC Strozzina, e Barbara Dawson a capo della Dublin City Gallery The Hugh Lane, Dublino). La mostra, allestita presso gli spazi espositivi della Strozzina (Firenze) e visitabile fino al 27 gennaio, permette un vero e proprio dialogo fra la poetica del grande artista irlandese e il lavoro di cinque artisti contemporanei intenti a indagare il significato ultimo dell’esistenza umana attraverso il linguaggio creativo dell’arte. Da qui un’intima relazione che coinvolge il corpo dell’artista (l’individuo) e il mondo esterno che lo circonda e stimola. Perché fra tanti artisti proprio Bacon? Basta osservare le sue opere per comprenderne la forte carica esistenziale. Con le sue figure contorte e deformi realizzate con stratificazioni pastose di pastelli e sabbia, Bacon riflette, quadro dopo quadro, una condizione esistenziale senz’altro tormentata. Esaltando principalmente il corpo e la figura umana colta fra le quattro pareti di stanze disadorne, fuori dal tempo, egli erige luoghi (ir)riconoscibili le cui linee si intersecano così da imprigionare l’energia vitale, l’essenza stessa dei personaggi. In Seated figures del 1974, il personaggio al centro della scena è probabilmente George Dyer, compagno di Bacon ritratto ossessivamente fino al 1971, data della sua morte avvenuta nella stanza di un albergo.

Bacon nel suo studio

Bacon nel suo studio

Corpo, memoria e identità. Questi i tre cardini su cui ruotano Bacon e gli artisti contemporanei selezionati. Tramite pittura, installazioni e fotografie, esplorano l’essere umano (e dunque, di riflesso, se stessi) destinato a vivere in un perenne equilibrio fra vita e morte, istinto e rimorso: una pietosa humanitas che anche se connaturata di dolore e sofferenza desidera solo ricevere amore – fine ultimo della sua ricerca esistenziale – inteso come unico sentimento capace di unire e non distruggere.

L’artista svedese Nathalie Djurberg lavora con materia plasmabile animata con la tecnica dello stop motion che le permette di inventare storie provenienti da bizzarre dimensioni temporali. La Djurberg indaga i lati oscuri dei rapporti umani; elabora un immaginario spesso crudo e violento da cui nascono paure, tabù e desideri inconsci. La materia si disgrega nel momento in cui l’artista perde interesse per la storia, come nel caso di Turn into me (2008), dove il corpo diventa materia organica in stato di decomposizione e la morte appare essere ultimo e primo tassello di una vita dall’andamento ciclico. Il romeno Adrian Ghenie compone, invece, tele conturbanti, frutto dello scontro fra ciò che appare e il significato che l’artista vuole comunicare. I luoghi, ameni soltanto all’apparenza, arredati in stile borghese, si animano di figure spettrali o equivoche (The devil). I soggetti perdono le loro sembianze, simboli di stati esistenziali confusi in sfondi pittorici ridotti all’osso, dai colori spalmati con la spatola. Un mirabile lavoro di sottrazione visiva.

C’è spazio anche per New York faces di Annegret Soltau, mosaici fotografici dalla forte presenza simbolica, poiché allegorie della fragilità umana ed emotiva. La Soltau, punto di riferimento per la sperimentazione fotografica in ambito artistico, lavora sull’identità e sull’idea che ognuno ha di sé, scomponendo il proprio ritratto fotografico come in un collage, oppure cucendo un filo nero direttamente sulla foto come nei suoi più famosi photosewings.

NT Faces, Annegret Soltau

NT Faces, Annegret Soltau

E’ un’emozione percorrere il corridoio di fili di lana del giapponese Chiharu Shiota, intitolato In Between. Ideato appositamente per la mostra fiorentina, l’artista, allievo della grande performer Marina Abramovic, utilizza porte anonime ritrovate nei magazzini di Palazzo Strozzi circondandole di un intricata trama di fili come una gigante ragnatela. Le porte, private della loro funzione pratica, diventano oggetti immemori, tracce di una vita passata che non esiste più. Addentrandosi nel corridoio, l’osservatore si ritrova in un non-luogo in cui l’unico tempo che può calcolare è quello del ricordo e della memoria, giacché incapace di afferrare quelle porte distanti e irraggiungibili.

Shiota

Shiota

Interessante anche la sezione fotografia che ritrae lo studio di Bacon al numero 7 di Reece Mews, South Kensington, Londra. Le foto, scattate da Perry Ogden, ci mostrano un atelier sommerso di foto stracciate e tagliuzzate, tele sparse qua e là, modelli, barattoli di tinta, porte usate come tavolozze, ecc… Lo studio è stato poi ereditato dalla Dublin City Gallery di Dublino, protetto come un sito archeologico da cui sono stati ricavati schizzi e dipinti inediti fra cui l’ultima commovente opera realizzata nel 1992, anno della morte dell’autore. Un autoritratto incompiuto, ritrovato sul cavalletto al centro del suo studio. L’opera riflette la condizione esistenziale di Bacon e dell’uomo moderno. La mortalità della vita impressa in poche rapide pennellate su una tela grezza. L’artista punta dunque a una rappresentazione totale dell’esistenza umana da ritrarre nella sua interezza. Una natura caduca, o come scrisse lo stesso Bacon, “vita allo stato bruto”.

Figura e astrazione, corpi riconoscibili e trasfigurati, tensione e isolamento: comuni metafore di vita, ravvisabili nelle opere di tutti questi grandi artisti intenti a instaurare con lo spettatore una riflessione sul vivere contemporaneo. L’esistenza collettiva tracciata dall’arte fatta dall’uomo per l’uomo.

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Kandinskij a Palazzo Blu (Pisa)

Si è aperta il 13 ottobre la mostra Vasilij Kandinskij dalla Russia all’Europa allestita nelle sale di Palazzo Blu a Pisa. L’esposizione, ideata e curata da Eugenia Petrova, direttrice aggiunta del Museo di San Pietroburgo, presenta più di cinquanta opere provenienti dallo stesso Museo di Stato russo e da altri centri museali come il Complex of Tiumen Region, il Surikov Art Museum of Krasnoyarsk e il Centre Pompidou di Parigi. Le opere esposte risalgono al periodo che va dal 1901 al 1921, ovvero quando Kandinskij teorizzò i fondamenti della sua personale concezione di arte astratta. Durante quello storico ventennio, il pittore entrò in contatto con le più originali avanguardie europee e, dopo averne studiato gli aspetti pittorici, fondò a Monaco il movimento artistico Phalanx. Presto il suo astrattismo si sarebbe diffuso in tutto il vecchio continente. La mitologia e le fiabe della tradizione popolare russa influirono con forza sul giovane Kandinskij, il quale decise di trasformarle in argomenti di sperimentazione grafica sottoforma di xilografie: La notte e Poesie senza parole, entrambe del 1903, ne sono un raro esempio. In quest’ultima opera si evince l’interesse del pittore per cavalli e cavalieri che tornerà come un’ossessione in molte sue opere successive. L’equino è per Kandinskij simbolo di liberazione dal passato e dalla tradizione, ma anche del rapporto biunivoco fra arte e artista. Il cavallo, infatti, conduce il cavaliere con forza e velocità, ma è il cavaliere – l’artista – a guidarlo e a tenerlo sotto controllo. Non a caso l’artista battezzerà il suo movimento artistico “Der Blaue Reiter”, firmato anche da Franz Marc, Klee, von Werefkin e Jawlensky. Kandinskij definì l’iconografia equestre come “il talismano romantico dell’eroe galoppante”. Dall’arte del passato recuperò le sacre immagini di San Giorgio e il drago, risalenti al XV secolo. Nel suo San Giorgio II, il pittore rielabora il soggetto in chiave astratta riducendolo a semplici macchie di colore che, se osservate da una certa distanza, assumono le fattezze del cavaliere astato, intento a colpire il drago nella sua classica posizione, sdraiato a terra sul fondo del dipinto. Di notevole interesse anche i quadri naturalistici in stile fauve, dove i colori si rafforzano di un’irruente carica emotiva. Essi si rivelano all’osservatore solo se immerso nella contemplazione della natura. Il tratto, rapido e deciso, è invece quello dei pittori post-impressionisti, ravvisabile nelle figure ambientali e nei riflessi delle superfici acquatiche.

Macchia nera

Macchia nera

Uno dei primi dipinti astratti di Kandinskji risale al 1912: Macchia nera I, in cui compaiono richiami di pittura rupestre. La macchia nera del titolo ricorda, infatti, il tamburo sacro usato dagli sciamani siberiani per comunicare con gli spiriti. L’intero quadro risuona di un misticismo atavico, con il suo contrasto di armonie e disarmonie, teso a simboleggiare quel rapporto spiritualità-pittura che l’artista sovietico scorge fra le linee, nei colori e le forme astratte combinate armoniosamente per comporre un ritratto dell’esistenza umana. Dopo la Grande Guerra, il pittore si avvicinò alla tecnica della pittura su vetro mutuata dall’arte popolare tedesca, definendo le sue opere “Bagatelle”. Accentuò i colori e l’atmosfera fiabesca, come in Composizione o Due ovali del 1916, in cui è possibile cogliere colorismo, figurativismo e ambientazioni oniriche alla Chagall. Immortali le opere Cresta Azzurra (1917), celebre per l’ impetuosa esplosione di forme e colori dinamici, simboli di illuminazioni e profondi moti d’animo, e Composizione su fondo bianco del ’20 che conclude la mostra. Dipinto poco prima di lasciare la neo Russia comunista, quest’opera rappresenta il definitivo passaggio dall’oggettuale concreto al soggettivo astratto.

Cresta azzurra

Cresta azzurra

Macchie di colore in libertà dotate ognuna di un personale significato simbolico: dall’energia dell’arancio, alla folle vitalità del giallo. Il bianco omogeneo è uno sfondo carico di archetipi spirituali e conflitti prospettici. Lo scopo? Superare il figurativismo e instaurare un legame fra arte e forze psichiche. Fra l’anima e l’infinito.

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I Portico Quartet tornano con un disco jazz elettronico

In questo 2012 ricco di uscite discografiche eccellenti e graditi ritorni, all’appello non potevano mancare i Portico Quartet, quartetto londinese capitanato da Jack Wyllie (sax tenore e soprano). Passo dopo passo, il gruppo si è evoluto rapidamente così da non restare prigioniero nell’ambiente jazzistico che ha formato alcuni dei suoi membri. Anzi, a dirla tutta, i Portico Quartet stanno contribuendo notevolmente a un progressivo rinnovamento degli schemi del jazz contemporaneo. Partiti come veri buskers (suonavano lungo la strada prospiciente al National Theatre di Londra), i quattro musicisti britannici si sono poi esibiti sui palchi dei più importanti festival di tutto il mondo, suscitando un sempre più acceso interesse anche in chi non ascolta jazz dalla mattina alla sera.

Li avevamo lasciati con un disco promettente, Isla (2009), registrato negli storici studi di Abbey Road. Un’opera dalle numerose sfumature musicali, accumunate da un particolare gusto esotico. Merito della hang drum del percussionista Nick Mulvey, capace di elaborare campiture ritmiche e sonore, la cui natura sembra provenire da misteriose “isole” lontane. Passano gli anni e quel sound ancora non del tutto personale e ben definito si trasforma adesso in un ambiente sonoro di loop, basi elettroniche e perle jazzistiche, frutto di una meticolosa ricerca formale dettata senz’altro da una maggiore consapevolezza compositiva.

L’album, uscito da poche settimane, s’intitola semplicemente Portico Quartet, come se il gruppo avesse deciso di attestare l’attuale maturità, raggiunta dopo un lungo periodo di gestazione. Alcuni si aspettavano una sintesi dei dischi precedenti, altri un imprescindibile rinnovamento. Ma che la via da esperire fosse quella dell’elettronica sembrava piuttosto scontato. Dove poteva ripiegare un gruppo di musicisti così collaudati? Il risultato è più che interessante. Fin dalle prime note s’intuisce la portata delle composizioni che, ascolto dopo ascolto, assumono la forma di brani oltremodo coinvolgenti. Nelle parti ritmiche o nei tappeti sonori dilagano echi di Four Tet, Flying Lotus, Aphex Twin e Mount Kimbie. Insomma, tutta l’avanguardia e non dell’odierna musica elettronica. Il minimalismo di Isla e Knee Deep in the north sea (2008) ritorna laddove il gruppo decide di eseguire lunghi e dilatati componimenti di natura ambient (per capirci, alla Brian Eno).

Ruins, il secondo brano in scaletta, è il compendio dei nuovi e vecchi ingredienti utilizzati dai Portico Quartet: un originale sincretismo di contaminazioni world music, funk e ambient che guida il jazz verso nuove vie di ricerca, pur continuando a essere presente il serrato dialogo fra improvvisazione e rigore esecutivo tipico del genere. Con Spinner le trame sonore riconoscibili si sfilacciano ulteriormente; la parte ritmica elettronica, mutuata dalla deriva electro degli attuali Radiohead, si fa sempre più serrata e caotica, in progressiva ascensione.

Gli imprevedibili colpi di batteria in Rubidium si alternano a loop che ci riportano ai primi esperimenti jazz di Four Tet. Armonie e dissonanze per una canzone più che convincente. Per Steepless, i Portico Quartet giocano la carta della voce: uno “strumento” estraneo alle loro corde. La cantante svedese Cornelia, sconosciuta ai più, presta il suo personalissimo timbro a favore di un brano meraviglioso, che stupirà chi crede di conoscere il gruppo dopo soli due dischi(da ascoltare anche l’ottimo remix di Cristallin). Ritmo, tappeti di bassi e una bellissima voce bastano per evocare immagini oniriche che ben si raccordano alle sonorità di 4096 colours, alimentate da basi dubstep in un clima votato al minimalismo da raggiungere a tutti i costi. Ai Portico Quartet occorre solo accennare. Pochi piccoli gesti carichi di significato.

Grande ritorno, dunque, che lascia presagire ancora una volta qualcosa di più incisivo per il futuro di una band talentuosa, dotata di ottime idee (frutto di ottimi ascolti) e buon gusto, elemento essenziale di questi tempi per restare impressi in un oceano di ascolti usa e getta.

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The idler wheel… il chilometrico nuovo album di Fiona Apple

Recensione ritardataria. Solo un mese fa mi sono accorto che a giugno di quest’anno era uscito il nuovo disco di Fiona Apple. Gran bella pecca che ho cercato di colmare ascoltando il disco tutto d’un fiato per settimane e settimane, giorno dopo giorno. Non certo per battere qualche record – come invece credo volesse fare la Apple, intitolando il disco con una sola frase di ventitré lettere che, per motivo di spazio, ridurrò a The Idler wheel… Non è un caso a sé. Già nel 1999 pubblicò un disco intitolato When the Pawn Hits the Conflicts He Thinks Oh the Hell With It. La scelta di battezzare i dischi con titoli chilometrici esercita su di me una certa attrazione. La vedo come una sfida al mainstream musicale. Un po’ come quando un gruppo presenta come singolo un brano che dura otto minuti e mezzo, consapevole del fatto che per i produttori sarà un bel problema farlo passare per radio. Insomma, farsi amare infrangendo le regole del mercato. In realtà, credo che i titoli della giovane Apple di New York siano così estesi perché sanno riassumere in un’unica frase tutto il senso dell’opera. Una vera gioia per chi scrive recensioni: spiegare un disco in ventitré dannate parole: la recensione fulminea e lapidaria. Un sogno.

Scherzi a parte, il senso di The Idler wheel… è racchiuso in dieci scorrevoli brani superbamente concepiti. Il primo ascolto può lasciare esterrefatti; ma è dal secondo che le cose cominciano a funzionare per il verso giusto. Scatta così quell’istintivo bisogno di riascoltarlo daccapo ogni volta.

L’elemento vincente è senz’altro la voce di Fiona; non tanto la voce in sé, quanto il modo in cui la utilizza per interpretare ciò che sta cantando. Una volta, lo scrittore-bandito Edward Bunker scrisse che quando leggeva Dostoevskij in piena notte, aveva la sensazione di sentirlo sussurrargli le parole all’orecchio. Ebbene, anche se in questo caso la voce di Fiona si sente eccome, chi l’ascolta con il testo in mano capisce immediatamente il senso di quelle parole grazie alla notevole forza interpretativa del cantato. C’è un punto in Every single night, l’unico singolo estratto, in cui la Apple canta If what I am is what I am / Cuz I does what I does / Then brother get back cuz my breast gonna bust open / The rib is the shell and the heart is the yolk / And I just made a meal for us both to choke on. La sua voce sembra spezzarsi da un momento all’altro, come se la cantante si fosse morsa un labbro o stesse per soffocare. La bocca si contrae in una smorfia di dolore, così che l’ascoltatore possa percepirlo. Non è una cosa da poco.

La sofferenza, l’incapacità di amare, la solitudine, le insicurezze creative sono alcuni dei temi affrontati dal disco. Fiona riesce a vuotare il sacco delle emozioni, anche quelle più struggenti che hanno segnato irrimediabilmente la sua vita (a dodici anni fu vittima di una violenza sessuale, un trauma che non ha mai tenuto nascosto ai giornalisti e spesso affrontato nelle sue canzoni). Mettersi a nudo, si sa, non è facile, ma quando un’artista riesce a esprimersi con estrema sincerità, comunicando onestamente, dicendo le cose come stanno senza usare il facile vocabolario della reticenza, rifugio di tanti musicisti dietro cui nascondersi con frasi pompose o prive di un significato apparente – perché spesso neanche loro sanno di cosa stanno parlando -, ebbene, quando un artista compie questo miracolo dell’arte non può che andare definitivamente a segno, lasciando nell’ascoltatore un leale senso di appagamento e ammirazione – voglio dire, chi non sa apprezzare le persone sincere?

Sebbene in questi ultimi anni Fiona ne abbia passate davvero tante (discussioni infinite con l’etichetta, problemi personali, ecc…), con The idler wheel… firma un disco d’autore in cui convergono attitudini musicali differenti, dal jazz allo swing, dal pop a un rock scarno fatto di rullanti dal sound sabbioso, percussioni tribali, pianoforte e voci, suoni e rumori in loop. Fin dalle prime note s’intuisce lo spirito sperimentale dei brani. Daredavil segue la via straniante delle dissonanze. Voce arrochita sull’onda delle emozioni e un pianoforte che salta da un accordo all’altro, accompagnato da efficaci percussioni del musicista-produttore Charley Drayton. L’autobiografica Jonathan, dedicata al suo precedente fidanzato Jonathan Ames, si apre con un ritmo che sembra uscire da un mix di aspirapolvere e treni a vapore, seguito da una traccia di pianoforte incalzante. Da un registro emotivo all’altro: una distorta partitura dell’anima. Anche la voce trema, facendosi instabile.

Left alone, Perpihery con la sua atmosfera americana anni ’30 e Anything we want divaricano sprazzi di luce, fra spasmodici ritmi percussivi e note di contrabbasso in fuga. Hot knife, il brano che chiude il disco, termina con un selvaggio loop di voci fra cui quella della sorella di Fiona, Amber.

The Idler wheel… è dunque un disco da ascoltare con metodo e passione. Esattamente con quella stessa passione viscerale con cui Fiona l’ha scritto, regalandolo a noi. Mi sembra un buon modo per ricambiare il coraggio di un’artista capace di superare ostacoli e difficoltà, disposta a tutto pur di diffondere brani coraggiosi e necessari per comprendere la sua poetica e, allo stesso tempo, per comprendere noi stessi, specchi dalle sembianze umane. Canzoni scarne, ridotte all’osso per esprimersi al meglio, senza girarci troppo intorno. In fondo l’uomo è fatto di carne e sangue. E io, che ho scoperto questo disco troppo tardi, lo metto su un’altra volta, giusto per farmi perdonare.

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L’eros in bianco e nero

Giorni fa mi arriva un libro a casa. Si intitola “Memorie preziose”, il nuovo libro di Maddalena Lonati, una scrittrice interessante che sto seguendo da un po’ di tempo. Andando in fondo al libro, scopro pubblicata la mia recensione dello scorso anno a proposito del suo libro precedente, “In bianco e nero”, a sua volta pubblicata sul sito 24 letture de Il Sole 24 ore. La cosa mi ha fatto davvero piacere ed è doveroso pubblicare la recensione anche qui sul blog.

Eccola a voi, e seguite Maddalena.

A presto

IN BIANCO E NERO

L’ossessione per l’eros, la sensualità, l’arte e il tempo costituiscono l’architrave di “In bianco e nero”, il nuovo libro di Maddalena Lonati (Robin Edizioni), una raccolta di sette racconti tesa a svelare le diverse facce dell’amore. Anche nelle storie più forti e cariche di una morbosità conturbante, l’autrice punta l’ago della bussola verso un amore possessivo, primordiale che invita i personaggi a sperimentare sulla propria pelle le conseguenze dei loro più reconditi sentimenti. Nonostante il dolore, l’abbandono o la paura di non essere attraenti come un tempo, le sette protagoniste sono donne orgogliose, capaci di rimettersi coraggiosamente in gioco per affermare la loro identità femminile, anche a costo di mettersi contro norme e convenzioni sociali percepite come sbarre di una prigione rigida e castrante. La realtà viene del tutto destrutturata a favore di un’esistenza pericolosamente libera, regolata da istinti e pulsioni vitali. I personaggi acquistano così una sensualità aliena, quasi belluina, come Selene, modella di un fotografo attratto morbosamente dal suo lato animalesco e voluttuoso. Un’eroina immortale dotata di una sessualità intemperante.

Il corpo e i sensi lottano costantemente contro l’inesorabilità del tempo che deturpa e sconvolge la bellezza. L’autrice gioca col corpo femminile. Lo dimagra, lo ingrassa, lo fa a pezzi, descrivendone ogni volta anche gli aspetti più decadenti. Le numerose ellissi temporali permettono di individuare un “prima e dopo” corporeo: il fisico delle protagoniste, un tempo invitante, diventa a poco a poco meno flessuoso e seducente. La Lonati descrive nel dettaglio le loro membra, i loro occhi, le ciocche dei capelli come se ogni aspetto fosse dotato di vita propria, suscitando nel lettore piacevoli turbamenti. In questo modo il tempo segna lo scarto fra giovinezza e vecchiaia. Nel racconto “La dieta”, Susanna, un Dorian Gray al femminile, ossessionata dai quadri del marito che la ritraggono giovane e bella, si convince di poter arrestare il proprio disfacimento fisico. Al contrario del romanzo di Wilde è il dipinto stavolta a ostentare lo splendore della giovinezza mentre il corpo di lei testimonia la corruzione della carne.

Questi racconti andrebbero letti se non altro per i loro rispettivi epiloghi: affascinanti, spesso inaspettati, rafforzati da una notevole suspense. Le descrizioni estremamente dettagliate, non spezzano l’incanto della lettura né l’appesantiscono, ma, in certi casi, sarebbe meglio suggerire piuttosto che esporre, stimolando costantemente l’immaginazione di chi legge. L’arte fa da contrappunto e stimola come un afrodisiaco. Grazie a essa, i personaggi suggellano il loro incontro fisico e mentale. Nel racconto che dà il titolo al libro, i corpi di alcuni ragazzi si uniscono in un quadro astratto di forme e colori: il sesso diventa un’opera d’arte corporea. Un terribile evento improvviso prosciugherà l’unica vera fonte d’ispirazione del protagonista e i colori, ormai svaniti, lasceranno spazio al bianco e al nero. Un omaggio a Schnizler, o al Kubrick di “Eyes wide shut”.

Il vero amore supera le barriere del tempo; scalza l’effimera entelechia della giovinezza e vince l’inesorabilità della vecchiaia. Basta leggere le pagine de “L’opale”, senz’altro uno dei racconti più riusciti. Infranto il gioiello, simbolo di un amore idilliaco, si spezza anche il legame fisico che unisce i due protagonisti. Diventerà un amore eterno, sospeso nel tempo in un’urna di ghiaccio.

“In bianco e nero” è un libro sulla carnalità e sul lato sensibile dell’uomo. Il lettore osserva e contempla in silenzio come coinvolto in un seducente gioco voyeuristico. Ma qui non siamo al cinema, né affacciati a una finestra con un binocolo in mano. Siamo di fronte a un libro avvincente, da leggere poco per volta. Fra le variegate sfumature dell’amore scorgeremo quel bianco e nero, affascinante e pericoloso, insito in ognuno di noi, di cui la vita non deve tingersi mai.

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Willie sta sull’albero

      A Treehouse, i bambini crescono sugli alberi come fossero frutta. Nascono, crescono e una volta maturi cadono a terra, pronti ad affrontare le difficoltà della vita. Ma Wille Wollie di scendere dal suo albero e di affrontare la vita non ne voleva sapere.

      Pur essendo maturo abbastanza da cadere dall’albero come una pera cotta, Willie restava aggrappato al ramo con tutte le sue forze. Un’occhiata al mondo là sotto ce l’aveva buttata – giusto per curiosità – ma non gli era piaciuto per niente. Raggiunta una certa età la gente di suolo diventava burbera, litigiosa. Tutti discutevano con tutti e prima di fare la pace potevano passare anche degli anni. Venne perfino a conoscenza di misteriosi litigi mondiali, durante i quali centinaia di uomini si sparavano fra loro senza neanche sapere perché. Come si poteva essere così stupidi? Willie proprio non capiva. Per questo decise che non sarebbe mai sceso. Stava bene lassù, a penzoloni sul più alto ramo del più alto albero dell’ex campo di Gerald – per altro anch’egli davvero alto, il più alto fattore mai visto.

      Sulla cima, Willie ammirava tutta Treehouse: i tetti delle case, i comignoli anneriti, i cortili con le finestrelle e i panni stesi; la piazza dell’orologio, famosa per la sua torre che, col passare delle ore diurne, adombrava a turno le numerose abitazioni nei dintorni.

       A est del villaggio, il Bosco delle nascite, con i suoi folti alberi da frutto. Un luogo venerato e rispettato, laddove i figli di Treehouse maturavano a grappoli sui robusti rami coperti di muschio. L’aria magica che si respirava in quel luogo lo affascinava più di ogni altra cosa.

       Willie conosceva bene le origini di Treehouse. Leggeva avidamente vecchi libri di storia e conosceva a memoria i nomi degli alberi da cui imparava sempre nuova prole. Nel tempo libero, invece, disegnava nuvole rubiconde, scriveva storielle divertenti per gli uccelli canterini, e, prima di addormentarsi, si lasciava accarezzare dalla tiepida luce della luna.

        Per i bambini, Willie era lo scemo del villaggio: alla sua età, trovarsi ancora appeso al ramo, era davvero insolito per non dire ridicolo. Così tutti lo prendevano in giro. Non aveva neanche un amico. Ogni volta che i bambini tornavano da scuola, Willie agitava la manina per attirare un sorriso, o almeno un saluto. Nessuno però ricambiava. Allora Willie tornava a far sogni e a riscriverli in rime sciolte sul quadernetto dei disegni dalla ruvida copertina usurata.

        “Quel ragazzo, lassù, non ha speranze,” proferì Olmo il fattore, sfregandosi un paio di baffi immaginari tra indice e pollice.

       “Già,” annuì l’anziano fabbro dal naso blu. “Se ne sta lì appeso come un bambinetto.”

       “Proviamo a scuotere l’albero per vedere se cade, come si fa con le olive.” E scoppiò in una grassa risata.

        “Buona idea. Facciamolo maturare!”

      Con le grosse mani pelose appoggiate sull’alberello, i due bacucchi cominciarono a scuoterne il tronco ridendo e ruttando senza ritegno. Caddero foglie e nidi di rondine. Willie, però, non cadde. Stava giusto schiacciando un pisolino e, grazie a quel dondolio, continuò a dormire della grossa, sprofondando in un mondo di sogni zuccherini.

      La mattina seguente si svegliò di soprassalto, infastidito da un lungo borbottio. Saliva dai piedi dell’albero col tipico brontolio di una pentola a pressione prossima al fischio. A essere precisi, era un misto di voci nervose e concitate. Il ragazzo, seccato, si affacciò per vedere meglio.

        La collina era stracolma di gente. Sembrava una festa paesana, solo che i volti dei tanti cittadini radunatisi per l’occasione apparivano tesi e agitati. All’ombra del grande albero era stato allestito un piccolo palco di legno ricoperto da un drappo rosso, orlato d’oro. Willie intuì che non si trattava di una festa e che di lì a poco si sarebbe tenuto un discorso importante. Quel che non capiva era il motivo di tanta agitazione proprio sotto casa sua.

       Centinaia di teste scrutavano l’albero come in cerca di qualcosa o qualcuno nascosto tra i rami. Willie si ritrasse intimorito. Poteva sentire i loro occhi sospettosi scavare le fronde e punzecchiarlo da capo a piedi.

       Schioccarono applausi, poi, un basso ometto cicciobomba dal passo sicuro, emerse dalla massa. Era il Sindaco di Treehouse, il cui passare divideva la folla come la pinna scura di uno squalo in un mare agitato.

       Indossava una giacca nera, un grigio panciotto accuratamente stirato e un paio di pantaloni scuri stretti ai fianchi da una cintola in cuoio capelluto. La fascia colorata, che scendeva diagonalmente dalla spalla destra al fianco opposto, risaltava le rotondità del pancione. Willie restò impressionato dai folti baffi a ricciolo che il Sindaco sfoggiava con orgoglio. Visto così, sembrava un pappagone tirato a lucido.

      Pronto a snocciolare uno dei suoi impareggiabili quanto barbosi sermoni, il grasso Sindaco prese posto sul piccolo palco, non senza una serie di imbarazzanti manovre che dettero il via ai più sguaiati sghignazzamenti popolani. Con un rapido gesto della mano zittì tutti i presenti, schiarì la voce e parlò come politico parla.

      “Signori, siamo oggi di fronte a un insolito problema che vede coinvolta la nostra amata comunità di Treehouse. In cima a questa pianta, dietro le mie spalle, un giovine bimbetto di nome Willie Wollie si rifiuta di scendere nonostante abbia raggiunto la piena maturità. E’ normale, secondo voi? A mio parere i bimbi quando son maturi cascano dall’albero.”

      Al che rivolgendosi direttamente al volgo, chiese: “Qualcuno ha parlato al ragazzo?”

      “Certo, signor Sindaco,” rispose la bionda Tenora, ex reginetta di bellezza, adesso contadinotta a tempo pieno e vanto di tutta Treehouse.

     “Il fatto è che la sua testardaggine è più dura di un frutto acerbo,” proseguì Alvin, il mulo parlante.

      “Beh, credo proprio che adesso dovrà scendere,” dichiarò il Sindaco. “Ho grandi idee per questa collinetta sperduta.” E, allungandosi dal pulpito verso la folla sfoggiando un sorriso a settantadue denti, chiese con garbo: “Vi piacerebbe un bell’Arraffaroba?”

      Seguì fu un lungo brusio, poi, qualcuno domandò: “Che cos’è un Arraffaroba?”

       “E’ un posto dove trovi tutto quel che ti serve. T-u-t-t-o,” scandì per benino il nano sordo-cieco ma non muto. “Mi hanno raccontato che se vuoi qualcosa, qualsiasi cosa, là ne trovi a bizzeffe.”

       “Già. Hanno anche gli ‘Acchiappa Cucchiai’!” soggiunse Franz, il gigante buono che collezionava cucchiai dalle forme più bizzarre.

       La folla di paesani si agitava in un oceano di domande ansiose di risposte.

       “Ma è così utile un Arraffaroba a Treehouse?” si domandarono alcuni bontemponi.

      Il Sindaco rispose impettito come un pettirosso obeso. “E’ più che utile, signori. Direi che è indispensabile. Pensate alla gioia che porterà al nostro villaggio: vetrine, scale mobili, colori…”

      “Scale mobili? Cosa diavolo sono?” proruppe a gran voce la reginetta di bellezza.

       “Sono dei gradini come quelli di casa, solo che si muovono da soli e ti portano in alto. E il bello è che si sta fermi. Non si fatica,” le rispose William l’idiota, regalandole un certo sollievo.

        I cittadini, rassicurati, parlottarono alacremente scambiandosi opinioni. Agli occhi di Willie sembravano tante formichine in preda all’eccitazione. Ancora non aveva capito il motivo di quel fervore. Soddisfatto, il Sindaco osservava il gregge di pecore ormai pronte a seguirlo in capo al mondo. Al che riprese l’audace orazione.

        “Costruire un Arraffaroba significa risparmiare tempo e fatica. Per voi sarà più semplice comprare quel che vi occorre senza dover scendere in città; avreste tutto qua dietro, a un tiro di schioppo.”

        “Inoltre,” proseguì, “porterà benessere a tutta la comunità: ai vostri figli, e ai figli dei vostri figli. A questo dobbiamo puntare: alla felicità di ogni singolo cittadino.”

      La folla esplose in un fragoroso applauso. Ormai li aveva conquistati. O almeno, così credeva…

       “Certo, dovremo abbattere quest’albero per evitare che le radici intralcino i lavori degli operai…”

       Willie ebbe un colpo. Abbattere l’albero? Casa sua?

       “Per questo vorrei parlare con Willie, lassù, e convincerlo a scendere o con le buone o con le cattive.”

       “Ma Sindaco, gli alberi sono importanti per noi. E’ grazie a loro se i nostri figli nascono sani e forti,” constatò Gerald dall’alto della sua altezza altezzosa. Il Sindaco dovette correre ai ripari.

      “Non vi preoccupate, abbiamo già calcolato tutto. Le nascite continueranno a salire anche senza un albero.”

        Un mormorio di disappunto si diffuse fra i cittadini, già meno entusiasti. “E quanto ci verrebbe a costare questo Arraffa-chissà-cosa?” chiese il gigante Franz con voce tonante.

        Il volto del Sindaco si fece rosso. “Ecco, vedete… ci sarebbe giusto da pagare… giusto una piccola somma… piccina picciò.”

        “Non abbiamo soldi!” berciò il nano dai bassi fondi di un imbuto.

        “Siamo già tassati di tasse. Ora basta!” proseguì l’idiota del villaggio.

        Nel giro di pochi minuti gli abitanti di Treehouse si fecero sempre più agitati. Il Sindaco cercò di calmare gli animi con falsi sorrisi di sicurezza economica, ma non servirono a molto. La folla continuava a ruggire con ferocia. Il Sindaco ci pensò su: doveva assolutamente riprendere il controllo della situazione. A forte malcontento popolare, meglio trattare, pensò.

       “Calmatevi, dannazione! Vi darò così tante feste in piazza da farvi divertire per giorni e giorni.” A queste parole il popolo lanciò un solo urlo di gioia. Il Sindaco li ebbe di nuovo in pugno e fu rieletto seduta stante. Agli occhi delle popolane, apparve come il più bel pezzo d’uomo del paese. Ecco come il Sindaco dal sorriso facile comprò il benestare del popolo di Treehouse.

         Willie non aveva altra scelta. Sarebbe stato costretto a lasciare il suo albero, il grembo su cui era cresciuto, unico rifugio dalla stupidità del mondo. Si strinse forte al tronco per non cadere.

        La marmaglia, presa dai festeggiamenti, non si accorse che il sacerdote era salito sul pulpito prendendo il posto del Sindaco, e, con la voce di chi sa come trattare le folle, richiamò l’attenzione dei cittadini. Il gregge di pecore smise di belare.

        “In nome di Dio, avete forse dimenticato le vostre origini? Quell’albero è sacro. Dai suoi rami nascono i cuori di Treehouse. Abbatterlo significa spezzare il futuro delle nostre genti. Tale albero è vita!”

        L’euforia cittadina si esaurì con un colpo di tosse passeggero.

       “Mi meraviglio di lei, Sindaco,” proseguì il sacerdote. “Barattare le nostre tradizioni per uno stupido centro commerciale.”

        Gli sguardi indignati dei cittadini si posarono sulla pancia del Sindaco. Qualcuno lo definì un ‘panzone villanzone’ e a guardarlo bene le donne non lo trovarono più così tanto attraente. I suoi baffi impomatati si erano ammosciati dalla vergogna.

        “Avesse almeno pensato a costruire una chiesa di campagna,” aggiunse il sacerdote su tutte le furie. Il Sindaco colse la palla al balzo: “Ma come? Non lo sa? Possibile che nessuno gliel’abbia detto? All’interno del centro troverà spazio una piccola chiesa – sempre che a lei faccia piacere, ovviamente. Potrà dir messa ogni volta che vuole. Anche all’ora di punta, quando ci saranno più clien… ehm, mi scusi, volevo dire, fedeli.”

        “Davvero?” domandò il sacerdote, guardandolo sottecchi.

       “Sicuro! Inoltre troverà posto un piccolo emporio davanti alla chiesa. Saranno offerti santini e candelabri a una cifra irrisoria.” E, con voce impercettibile ai più, aggiunse: “E’ inutile dirle che il ricavato andrà interamente alla vostra parrocchia.” Il Sindaco non seppe trattenere un occhiolino d’intesa.

       Abbandonata la sua aria predicatoria, il sacerdote si rabbonì e, abbassato lo sguardo, scostando qualche sassolino con la punta dei sandali, nicchiò: “Beh, a pensarci bene… albero più, albero meno… non sarà poi così grave.”

      “Resta il problema del ragazzo, sua santità.”

      “Quale ragazzo?” sbottò sua santità.

       “Quello sull’albero…”

       Il sacerdote sapeva quali sante parole usare in caso di crisi spirituale, e anche se la situazione non era per niente critica sul quel fronte, far leva sui buoni sentimenti della gente era pur sempre la sua specialità. Così, rivolgendosi al popolo, proferì solennemente:

      “Fratelli, questo Arraffa Roba s’ha da fare, perché è al contempo luogo di svago e fede ma non di perdizione. Se il cuore è puro, le nostre tradizioni non saranno dissacrate. Perciò, concedo la mia al ‘Sacro Centro Arraffaroba’ la mia santa benedizione. Chiunque vi entrerà otterrà un accesso gratis per il Paradiso.”

        Ci furono applausi, urla incomprensibili; chi lanciava cappelli, chi parrucche. Stretti in un’unica mano, Sindaco e sacerdote posarono per i fotografi. Poi, il Pastore, zittite le pecore, aggiunse a voce alta: “Quel ragazzo è esempio di mancanza di fede. Deve crescere e cadere dall’albero, affrontando la vita come tutti noi. Credo sia abbastanza maturo per farlo.”

        Il povero Willie, appollaiato sul ramo, non credeva alle sue orecchie. Come potevano essere sì pecoroni da permettere che uno dei più sacri alberi fosse abbattuto? Il suo per di più.

       “Grazie per l’attenzione, signori. E buoni acquisti!” esclamò il Sindaco prima di fare il suo immeritato bagno di folla. I cittadini se ne andarono con il loro volgare parlottio fino a sparire dietro la collina.

       Un greve silenzio scese sulla vallata. Willie pianse per tutta la notte. Il giorno successivo il suo albero sarebbe stato abbattuto con un gran fracasso.

       Passarono i giorni, il cambio delle stagioni. Prima l’autunno col suo giaccone di foglie, poi, l’inverno polare dai guanti pelosi cedette il passo alla mite primavera. Dall’alto della collina, Willie osservava il caotico cantiere fatto di braccia meccaniche e ruspe affamate scavare buche per vomitarvi dentro colate di cemento. Anziché un albero, ai piedi della valle si ergeva un desolante parcheggio pronto ad accogliere intere famiglie su quattro ruote. Willie non poteva far altro che contemplare impotente quello scempio: un atto vandalico legalizzato.

        “Ciao. Ti ho trovato, finalmente.”

        La voce cristallina che irruppe nella sua vita apparteneva a Judy. Willie la riconobbe subito. Abitava in una vecchia casa fatiscente, tinta di verde, con il tetto rotto e le imposte screziate dal clima. Willie la salutò con un timido cenno della mano. Fra le tante ragazzine di Treehouse gli era sempre parsa la più interessante. Lo affascinava il suo modo di guardare le cose: curioso, trasognato, come se vivesse in un mondo accessibile a pochi.

        “Ho sentito parlare tanto di te. Che fai tutto solo?”

        Willie non rispose, credendo di trovare la risposta tra le stringhe delle scarpe. Judy gli si fece accanto.

        “Sei triste perché non hai più il tuo alberello?”

        Fece si con la testa.

        “Ti capisco, sai? Anch’io odio quell’Arraffatutto; e poi vende solo roba inutile.”

        Willie raffazzonò un sorriso d’approvazione. Poi, lo sguardo vacante si posò sul cantiere, così come il silenzio tornò sulle labbra. Judy colse un fiorellino di campo e lo sistemò con cura dietro l’orecchio. Willie ne avvertì il gradevole profumo; si domandò se appartenesse al fiore o a Judy.

        “A volte l’odore di un fiore può cambiarti la vita, lo sapevi?” bisbigliò Judy. Avrebbe voluto risponderle, dirle che aveva ragione. Anche per lui era la stessa cosa, ma era come incantato dall’innaturale bellezza di lei. Una bellezza disarmante, capace di lasciare il cuore inerme di fronte a proposte, come:

        “Pensavo di fare due passi. Ti va di venire con me?”

        Difficile dire se fu la domanda in sé a convincerlo o se fu il modo in cui lo chiese: semplice e suasivo. Fatto sta che rispose di si.

        I due, mano nella mano, si addentrarono nel Bosco delle nascite. Fu una scoperta continua. Judy conosceva a memoria i nomi delle piante, dei tanti fiorellini colorati che crescevano meravigliosamente attorno ai cespugli rigogliosi; sapeva distinguere le bacche buone da quelle velenose, le foglie urticanti ed emollienti. Il bosco era casa sua; non si perdeva mai: se non riconosceva i sentieri, le bastava tendere l’orecchio in attesa che il ruscello le indicasse la strada di casa. Willie restò incantato da tutti quei nomi sconosciuti. Lo affascinava il suono delle parole, così precise, pulite, e il modo in cui Judy le pronunciava. Fu quando decisero di abbracciare un albero che Willie s’innamorò di lei. Aveva vissuto su un albero, aveva dormito su un albero, ma non ne aveva mai abbracciato uno prima d’ora.

         I due si strinsero al tronco fino a sfiorarsi le punta delle dita. Sopra le loro teste, appesi ai rami, sbocciarono piccoli germogli di bambini:  boccioli ancora acerbi da cui spuntavano braccette paffute o minuscoli piedini. Anche Willie un tempo era stato così: un baccello di bimbo.

         Il vento leggero ma costante smosse le fronde lussureggianti del vecchio albero. Willie ebbe come la sensazione di essere tornato a casa dopo un lungo viaggio. Si sarebbe arrampicato sui gradini di corteccia per contemplare i tenui colori del crepuscolo bagnare di luce le nuvole. Judy sembrò capirlo, perché pose la mano sulla sua. Col tronco che li divideva, si sporsero dallo stesso lato e si sorrisero. L’albero avvampava di luce smeraldo.

         Prima di far ritorno al villaggio decisero di passare dal cantiere. Ora che gli operai avevano riposto i loro attrezzi non vi era alcun pericolo di essere scoperti. Azzannato il suolo per tutto il giorno, le mostruose ruspe di metallo riposavano ora al fresco della sera, immobili; i denti ancora sporchi di terra. Le mastodontiche gru, ferme a mezz’aria, sembravano paralizzate da un incantesimo che solo al mattino seguente si sarebbe sciolto.

         “E’ orribile,” esclamò Judy guardandosi intorno.

         Willie errava in silenzio lungo le impronte degli operai impresse nel fango. Tra i cumuli di pietre, polvere e attrezzi arrugginiti, del suo albero restava solo un mucchio di rami e foglie ai piedi di un fosso. Un cartello pubblicitario avvolto da carta trasparente invitava ad acquistare finte piante di plastica per “donare alla vostra casa un magico tocco di natura”.

        Sottili rivoli di lacrime scesero lungo le guancie del ragazzo. Judy le asciugò delicatamente, sfiorandole con le dita.

        “Guardami,” gli sussurrò. “Potrebbe diventare un posto magico, se solo lo volessimo.”

        Willie la guardò fino al cuore, e così, le loro labbra si unirono in un lungo bacio bagnato di lacrime.

        Il caldo respiro di lei si riversò sulla bocca di Willy fino a farlo vacillare. Non aveva mai baciato una ragazza prima d’ora. Lo aveva visto fare tante volte, quando qualche coppia d’innamorati si accoccolava sotto il suo albero, lontano dai rimproveri dei genitori. Osservandoli di nascosto non aveva mai compreso il senso di quel gesto. Bastò sentire le labbra di Judy sulle sue per capirlo. D’un tratto si sentì forte, alto, robusto. Anche Judy provò le stesse sensazioni. Erano come una sola cosa. Crebbero, e crebbero ancora. Avvinghiati l’uno all’altro, Willie e Judy si unirono in un solido tronco di quercia.

         In un vortice di corteccia, i loro capelli si annodarono, spuntarono fronde maestose; i rami si protrassero a migliaia. Le gambe, le dita dei piedi e delle mani divennero radici assetate d’acqua che si fecero largo sotto terra, mandando all’aria l’intero cantiere. In un attimo, l’Arraffa Roba fu inghiottito dalla fitta vegetazione cresciuta a vista d’occhio ai piedi del grande albero.

         Le case di Treehouse furono travolte da una scossa di terremoto. Le finestre s’infransero, i lampadari vacillarono, le mura delle case si disseminarono di crepe serpeggianti. Per chi stava mangiando, portarsi il cucchiaio di minestra alla bocca senza rovesciarlo sulle gambe, fu assai complessa. Gli abitanti del villaggio uscirono dalle case in preda al panico. Il Sindaco e il santissimo sacerdote arrivarono di corsa; pallidi e preoccupati, ingiunsero subito ordini ai contadinotti agitati.

          “State tranquilli. E’ tutto sotto controllo,” rassicurò il Sindaco grondante di paura. “Avviciniamoci al cantiere. Il terremoto si è propagato da lì. Venite.”

          “Pregate gente, pregate,” ripeteva di continuo il Sacerdote, snocciolando il rosario di legno.

           Dietro ai due pastori, le pecore belanti procedettero in fila indiana, e una volta raggiunta la collina, tutti, ma proprio tutti, trasecolarono di meraviglia, quando, convinti di imbattersi nel consueto polveroso cantiere, si accorsero che di esso non vi era più alcuna traccia. Al suo posto un’impenetrabile fortezza di radici stritolava le mostruose macchine da costruzione oramai fuori uso. Le obese betoniere dalla pancia colma di cemento spuntavano qua e là, lanciando il loro silenzioso grido di dolore.

          Il Sindaco scoppiò in un pianto disperato. Tutti i suoi piani, i soldini investiti con cotanto amore erano scomparsi nelle tasche senza fondo del suolo. Quando qualcuno tra la folla gridò al miracolo, il sacerdote svenne sul colpo. In effetti, di questo si trattava: un miracolo d’amore raccolto tra due cuori in un solo corpo di corteccia. Dalle alte fronde si diffuse una vivace lucina verde.

           “Se l’albero ha deciso di stabilirsi qua, significa che qua dovrà restare,” sentenziò il saggio Pagnus, capo fattore di Treehouse.

           “Su, su, non faccia così,” disse rivolto al Sindaco, picchiettandogli la testa con sonore pappine di consolazione. “Guardi quanto è bello il nostro albero. Non le ricorda la sua infanzia?” Ma il Sindaco disperato frignò ancora più forte.

           I cittadini al completo dichiararono l’albero “patrimonio naturale di Treehouse”, e così anche la vasta pianura circostante. Un luogo ideale per proteggere il cuore del villaggio, affinché l’identità di Treehouse non fosse più dimenticata.

           Col passare degli anni, Willie e Judy, cinti in un albero, sbocciarono in tanti frutti di bimbo che, una volta maturi, affrontarono il mondo senza aver mai paura di inciampare. Nessun bambino restò attaccato al proprio rametto. Willie Wollie non lo avrebbe permesso. Perché nascosta tra la folta erbaccia di un campo, per quanto alta sia, cresce sempre un fiore il cui odore può cambiarti la vita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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